Roma, 6 febbraio 2021 - L'apertura di Matteo Salvini “senza condizioni” al premier incaricato Mario Draghi durante le consultazioni per il nuovo governo rimescola le tessere del complesso puzzle della maggioranza. Dopo l'ok – tutt'altro che scontato e al centro di malumori interni, con l'ala dura e pura guidata da Alessandro Di Battista pronta alle barricate – del Movimento 5 Stelle, il via libera (questo sì, più prevedibile) di Forza Italia, la partita, soprattutto per l'ala sinistra, si complica. Già, perché il perimetro del futuro esecutivo, ormai, è avviato ad andare ben oltre quella maggioranza (Pd+M5s+FI) che in Europa ha eletto Ursula von der Leyen. Fuori resterebbero solo Giorgia Meloni (che si potrebbe tenere le mani libere per convergere su alcuni specifici provvedimenti) e qualche eletto del Gruppo Misto.  

Consultazioni: il calendario del secondo giro

LeU con un piede fuori

E poi c'è il tormento di LeU. L'ok di Salvini spinge fuori la costola di sinistra staccatasi da tempo dal Pd, dal possibile perimetro della maggioranza. “L'alleanza Pd-M5S-LeU è uno spartiacque – ha detto la capogruppo al Senato, Loredana De Petris, al termine dell'incontro con Draghi -, ci sono confini che rendono incompatibili i nostri temi con la presenza di forze come la Lega”. Una posizione che difficilmente cambierà. Da decidere, però, il destino del ministro della Salute, Roberto Speranza (Articolo Uno), in prima linea nella lotta al Coronavirus: la continuità in un ministero chiave è auspicata da più parti. Dunque non è da escludere che i gruppi parlamentari possano dividersi, con LeU arroccata sul no e la componente di Articolo Uno, più possibilista su un appoggio che, tra l'altro, consentirebbe probabilmente a Speranza di continuare il proprio difficile lavoro.  

Le mosse del Pd

Ma i fari sono puntati sul Pd. Cosa faranno i democratici, accetteranno un governo, sia pure di 'salvezza nazionale', con la Lega? Vedremo fianco a fianco ministri di partiti da sempre contrapposti? Al momento, Nicola Zingaretti tiene la linea, tanto che in tarda mattinata, dopo che si stava diffondendo la voce di una riflessione su un possibile appoggio esterno al nascente esecutivo, proprio per non 'mischiarsi' con il Carroccio, è arrivata una secca smentita. "Sono totalmente infondate le notizie di un eventuale appoggio esterno al governo – si legge nella nota del Nazareno - . La posizione del Pd è stata votata dalla direzione nazionale all'unanimità e illustrata al professor Draghi”. La via maestra, il deputato dem Enrico Borghi prova a trovarla nelle parole del presidente della Repubblica: “Ma abbiamo ascoltato Mattarella o no? È un governo che non ha una 'formula politica'. C'è bisogno di un traduttore? Non siamo noi ad aver cambiato idea su euro, Ue e Nato, non cadiamo nella trappola di Salvini”.

La replica di Orlando

L'imbarazzo tra i dem, però, c'è. Ed è comprensibile. Quasi a volersi dare forza, Andrea Orlando, vice segretario del Pd, twitta sarcastico: “Un primo effetto l`incarico a Draghi l`ha avuto. Salvini è diventato europeista in 24 ore”. Ma la partita è tutt'altro che facile. L'idea, su cui anche M5s e LeU convergono, è di sfruttare i prossimi giorni, col secondo giro di consultazioni e i contatti febbrili di queste ore, per 'tessere' una rete che spinga Salvini a dover accettare un appoggio esterno all'esecutivo (cosa che, per intenderci, oggi il leader leghista ha, di fatto, escluso). La scelta è di quelle che fanno tremare i polsi: prima o poi – nel 2022 o, più probabilmente, nel 2023 - si andrà a votare, e restare fuori dal governo che vuole 'salvare l'Italia' potrebbe essere penalizzante. Sull'altro piatto, però, c'è la linea di un partito, il Pd, che rischia di snaturare ulteriormente la propria identità.