Il premier Mario Draghi (Ansa)
Il premier Mario Draghi (Ansa)
Non sono ancora esauriti i preliminari, e Mario Draghi già tocca con mano quanto sia accidentata la strada per il suo governo. Alle polemiche scatenate dalla decisione del ministro Speranza di non riaprire le piste da sci, si aggiungono quelle provocate dall’ipotesi di un nuovo lockdown, buttata sul tavolo da Ricciardi e rilanciata da una schiera di tecnici, per arginare la corsa delle varianti del Coronavirus. A dare un minimo l’idea della collaborazione auspicata dal premier l’incontro fra Zingaretti (Pd) e Salvini (Lega), che racconta: "Abbiamo parlato di lavoro, del blocco dei licenziamenti: meglio prevenire che curare". Tuttavia, quello del Carroccio è stato un crescendo per tutto il giorno, coronato a sera dall’affondo del...

Non sono ancora esauriti i preliminari, e Mario Draghi già tocca con mano quanto sia accidentata la strada per il suo governo. Alle polemiche scatenate dalla decisione del ministro Speranza di non riaprire le piste da sci, si aggiungono quelle provocate dall’ipotesi di un nuovo lockdown, buttata sul tavolo da Ricciardi e rilanciata da una schiera di tecnici, per arginare la corsa delle varianti del Coronavirus. A dare un minimo l’idea della collaborazione auspicata dal premier l’incontro fra Zingaretti (Pd) e Salvini (Lega), che racconta: "Abbiamo parlato di lavoro, del blocco dei licenziamenti: meglio prevenire che curare". Tuttavia, quello del Carroccio è stato un crescendo per tutto il giorno, coronato a sera dall’affondo del ministro del Turismo, Garavaglia, contro il collega della Salute: "È assurdo che un ministro possa decidere da solo: la normativa va registrata".

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Con un livello di decibel inferiore, attacca Anna Maria Bernini, presidente dei senatori forzisti: "Siamo certi che Draghi saprà garantire la discontinuità con l’esecutivo precedente e farà in modo che il timoniere cambi rotta". Più cauta la responsabile degli Affari regionali, Mariastella Gelmini: "La pandemia è forte, non si può scherzare. Se è necessario fare scelte di rigore si fanno, però vanno condivise". A destra il coro è unanime, ma pure a sinistra c’è chi, come il capo dei senatori Pd, Marcucci, è critico: "Spero che la sobrietà richiesta dal premier imponga una diversa modalità di decisione e comunicazione per il governo, ministro della Salute compreso".

Non è un incidente di rodaggio. Le maggioranze come questa, composte da partner destinati a tornare presto a combattersi, sono sempre campi di battaglia. A maggior ragione su un fronte come quello della pandemia (qui il bollettino del 15 febbraio) che non solo divide gli stessi virologi, ma tocca la vita e gli interessi dei cittadini – domani elettori – e sul quale i ministri hanno vedute antitetiche. "Servirebbe un lockdown totale per certi consulenti", taglia corto il governatore della Liguria, Toti. Sta a Draghi, già dal discorso programmatico di domani, indicare un punto di mediazione tra gli strattonamenti in direzione opposta. Il premier non sembra voler seguire la ricetta di Ricciardi su un lockdown immediato.

È noto che intende coniugare la lotta al Covid con quella al clima depressivo nei confronti dell’economia, delle persone e dei giovani, che ha definito "molto pericoloso". Almeno per ora: se le varianti individuate del rapporto dell’Iss non dilagheranno con una terza ondata, eviterà chiusure totali. Piuttosto, punterà sul rafforzamento drastico del piano vaccini, unica alternativa al lockdown. In qualche modo, è un invito a nozze per Salvini che chiede la testa di Arcuri e continuerà a martellare: difficile dire se l’affiancamento di un’altra struttura (la Protezione civile) a quella commissariale gli possa bastare.

Allo stesso tempo, però, Draghi dovrà riuscire in un’impresa quasi impossibile coi politici italiani, tanto più in una situazione come questa che rende inevitabile un intreccio tra collaborazione e guerra: domare la tendenza dei ministri a parlare sempre, attenti più alla propaganda che agli effetti delle parole. Era già un problema enorme che ha diffuso incertezza durante la seconda ondata, quando c’era una maggioranza politica unita pur se spesso rissosa. Rischia di diventare un frastuono assordante e nefasto per l’esecutivo ora che a quella maggioranza si è aggiunta anche un’ampia parte dell’opposizione.