Li sceglierà, alla fine, tutti Draghi, ma la ripartizione sarà di dieci ministri politici e di dieci tecnici. Dopo una settimana di tormentone sulle scelte del premier incaricato, in merito alla titolarità degli attuali 21 dicasteri (ma un paio dovrebbero essere scorporati: le Finanze dal Tesoro, come avveniva fino agli anni ’80, e i Beni culturali dal Turismo), ormai appare chiaro che il caro, vecchio, manuale Cencelli ha colpito ancora. Una decina abbondante di ministeri sarà di piena e incondizionata scelta di Draghi, di sua esclusiva pertinenza. Anche se in piena intesa, ovviamente, col Capo dello Stato, che guarda sempre con attenzione a chi va a ricoprire quattro caselle strategiche (Esteri, Difesa, Interni e Giustizia). Caselle che, da quando è scoppiata la...

Li sceglierà, alla fine, tutti Draghi, ma la ripartizione sarà di dieci ministri politici e di dieci tecnici. Dopo una settimana di tormentone sulle scelte del premier incaricato, in merito alla titolarità degli attuali 21 dicasteri (ma un paio dovrebbero essere scorporati: le Finanze dal Tesoro, come avveniva fino agli anni ’80, e i Beni culturali dal Turismo), ormai appare chiaro che il caro, vecchio, manuale Cencelli ha colpito ancora.

Una decina abbondante di ministeri sarà di piena e incondizionata scelta di Draghi, di sua esclusiva pertinenza. Anche se in piena intesa, ovviamente, col Capo dello Stato, che guarda sempre con attenzione a chi va a ricoprire quattro caselle strategiche (Esteri, Difesa, Interni e Giustizia). Caselle che, da quando è scoppiata la pandemia, sono diventate cinque con la Salute.

Gli altri dieci, però, saranno appannaggio dei partiti. Non ministri tecnici di area, come fu nel governo Dini, ma politici. E qui scattano le quote, da calcolare sulla base della attuale consistenza dei gruppi parlamentari. Al M5s, la forza politica più grande (un terzo di Camera e Senato), spettano tre dicasteri, e di buon peso: Di Maio verrà confermato alla Farnesina, Patuanelli potrebbe restare al Mise (sempre che non vada a Giorgetti), più un terzo M5s che è ancora da definire (D’Incà ha ottime possibilità). Ai tre (Lega, Pd, FI) di medio peso vanno due ministri a testa. A LeU e Iv uno, e uno ai Responsabili neo-centristi. Solo la Lega è tranquilla: in pole position ci sono Giancarlo Giorgetti e Massimo Garavaglia per due ministeri di peso o, in alternativa a questi, è assai quotato Riccardo Molinari, attuale capogruppo alla Camera dal profilo ‘moderato’.

Dentro FI salgono le chances di Mariastella Gelmini (Famiglia) e di Mara Carfagna (Pari Opportunità), mentre scendono quelle di Antonio Tajani agli Affari Europei. Nel Pd è in corso una guerra al coltello tra Franceschini, che rischia di saltare – ma se Fico si candiderà a Napoli potrebbe presto succedergli alla Camera – e Orlando. Il quale potrebbe essere recuperato in extremis, in quota Nazareno, che altrimenti resterebbe a bocca asciutta. Sembra certa solo la conferma di Guerini (Difesa), che gode anche del placet del Colle. Per Iv, al netto delle voci che riguardano anche la Bonetti ed Ettore Rosato, non ci sono dubbi: entrerà la Bellanova, ma la pasionaria non andrà all’Agricoltura (dicastero ambito dalla Lega). Per LeU non vi sono dubbi: la riconferma di Roberto Speranza è quasi una certezza. Anche in questo caso con il nulla osta del Colle. Infine, per i centristi, è quasi certo l’arrivo dell’esperto Bruno Tabacci, ex Dc di lungo corso, forse ai Rapporti con il Parlamento, per tenere a bada gruppi e parlamentari spesso riottosi agli ordini di scuderia, specie al Senato.

Per quanto riguarda i ministeri tecnici, la novità del giorno è il ministero, nuovo di zecca, della Transizione ecologica, che dovrebbe accorpare l’Ambiente, il Mise (o suoi pezzi) e, forse, il Turismo, se non nascerà a sé. Il candidato in pole è Enrico Giovannini, di formazione cattolica e insieme tecnocratica (presidente dell’Alleanza contro la Povertà, era vicino a Enrico Letta). Sui ministri tecnici ci saranno molte sorprese rispetto ai nomi circolati negli ultimi giorni. Gli occhi sono puntati sull’Economia, con voci che vanno dall’interim allo ’spacchettamento’ delle deleghe, ma anche sul ruolo del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, vero braccio destro del premier. È certo che sarà una figura di fiducia di Draghi: per questo si fanno i nomi di Daniele Franco, ex Ragioniere generale dello Stato oggi in Bankitalia, accreditato anche come possibile titolare del Mef, in alternativa a Dario Scannapieco, oggi nella Bei. Alla Giustizia continua a essere accreditata Marta Cartabia, al Viminale una delle poche conferme, Luciana Lamorgese.

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