Roma, 18 febbraio 2021 - Il governo Draghi non supera il record del governo Monti. La fiducia conferita ieri notte dal Senato al primo (e ultimo? Si vedrà e saprà solo nel 2022…) all'esecutivo (262 sì, 40 no, due astenuti) non supera alcun primato. Il governo più votato, all’atto del primo voto di fiducia e dentro il Senato, nella storia della Repubblica, resta - appunto - quello Monti (2012), che arrivò a ben 281 voti favorevoli sempre al Senato (alla Camera prese 556 sì), tallonato da vicino dal governo Andreotti IV (1978) che ottenne 267 sì (e solo 17 no così suddivisi: 15 del Msi e due del Pli), mentre alla Camera aveva ottenuto 545 voti.

Nonostante le speranzose attese della vigilia – più quelle dei commentatori e degli opinionisti che del premier, in verità - la maggioranza che regge il governo Draghi non è cioè la maggioranza più votata della storia repubblicane. Alle 23 e 45 di ieri notte la presidente Maria Elisabetta Casellati legge lo scrutinio finale - con Draghi ancora presente in aula, seduto sui banchi del governo e da dove, peraltro, in pratica non è mai uscito per l’intera giornata, neppure per ‘andare al bagno’ - sono 305 i presenti, 304 votanti, 262 i Sì, 40 i No, due gli astenuti, uno il non partecipante al voto. Sul Fronte del No, dunque, ai 19 senatori di Fratelli d’Italia, si sono aggiunti 15 dissidenti grillini (ben oltre i sei che lo avevano fatto in sede di dichiarazioni di voto) più 5 ex M5s ora nel Misto.

Tra questi vi sono ex M5s come Mario Michele Giarrusso, Lello Ciampolillo, Elena Fattori, Paola Nugnes e Gianluigi Paragone. Gli astenuti sono stati Tiziana Drago, sempre nel gruppo Misto, ex M5s, e Albert Laniece, Autonomie.

Sono numeri troppo ballerini per fissare una fotografia del governo Draghi realistica, non ‘mossa’ nell’obiettivo finale. Il record? È la maggioranza meno coesa della storia…

"Il governo del Paese", così lo definisce Draghi, è il terzo esecutivo nella stessa legislatura in soli tre anni (dopo i primi due governi ‘politici’: quello gialloverde, populista, e quello giallorosso, anti-sovranista ed europeista ‘tiepido’), e risente di due anni e otto mesi di strascichi dei governi Conte Uno e soprattutto Conte Due, cioè due anni di lacerazioni, divisioni, odi, coltellate, rivalità e risentimenti. Il governo Draghi Uno arriva dopo un anno di pandemia che ha messo in ginocchio il Paese. Ecco perché - dice il premier - “riassume la volontà, la consapevolezza e il senso di responsabilità delle forze politiche che lo sostengono, a cui è stata chiesta una rinuncia per il bene di tutti, degli elettori propri e altrui”.

Quindi sarebbe sbagliato leggere il governo Draghi dal punto di vista delle forze politiche che lo appoggiano (dai sovranità leghisti ai patrioti europeisti dem, dai liberali e antistatalisti azzurri agli assistenzialisti e giustizialisti pentastellati, dai moderati responsabili ex Dc ai reduci della sinistra ex comunista di LeU...). Come pure sarebbe sbagliato leggerlo guardandolo dal lato delle opposizioni. Opposizioni dove si trovano, una accanto all'altra, Daniela Santanché (Fdi) e Paola Nugnes (ex M5s ora Leu), così come Ignazio La Russa sta in compagnia dell’eterno ex grillino Mario Michele Giarrusso. Oppure che il prode Danilo Toninelli è tornato a votare con il ‘credente’ Matteo Salvini, due che proprio non possono più stare insieme manco volendo.

Le presidenze di Copasir e Vigilanza Rai il risarcimento

Alla fine, peraltro, è una buona cosa che il governo Draghi abbia un’opposizione. Senza opposizione, infatti, si rischia un unanimismo, in Parlamento e fuori, assai pericoloso per le sorti e il benessere di ogni ‘sana’ democrazia. Dunque, onore delle armi a Fratelli d'Italia e a Giorgia Meloni che non ha fatto prevalere il mainstream su ‘Super Mario’ (sono state molte le pressioni in questo senso dall’interno, ma forte è stata la 'regia' dell’operazione 'opposizione senza urlare' affidata all’ex liberal ed ex azzurro Guido Crosetto), ha rinunciato a qualche incarico di governo, ma ne ha guadagnati altri importanti come si vedrà presto nelle Commissioni parlamentari: Copasir e Vigilanza Rai, infatti, andranno presto a 'risarcire' la scelta coraggiosa di FdI perché, per Statuto e/o consuetudine, i due organismi, che sono di ‘vigilanza’ su questioni delicate (servizi segreti nel caso del Copasir e potere e gestione della Rai-tv), vengono sempre affidati ad esponenti dell’opposizione parlamentare.

Il testo 'telegrafico' della mozione di maggioranza

Il testo della mozione di maggioranza firmato da tutti i capigruppo della maggioranza, tranne quello di Fratelli d’Italia, fa capire però quanto i partiti che sostengono il governo siano distanti uno dall’altro e con serie difficoltà interne tra loro. "Il Senato, udite le comunicazioni del presidente del Consiglio dei ministri, esprime la fiducia al governo" si legge nel didascalico dispositivo. E’ stato impossibile buttare già qualcosa di più specifico che non andasse a urtare le sensibilità di uno o dell’altro. Servirà ancora tempo per far calmare le acque. Tensioni che, però, almeno dentro al M5s, sono esplose in modo deflagrante, plastico ed evidente a tutti, loro stessi in primis, proprio ieri notte.

La scissione dei senatori M5s è corposa (15 No)

Al netto della pattuglia compatta di FdI della Meloni (in 19 senatori su 19 votano, come una falange macedone, ‘no’) e dei 5 ex M5s oggi presenti nel gruppo Misto e vicini al movimento ‘Ital-Exit’ di Gianluigi Paragone (che, ieri notte, ha attaccato in modo violento, vile e sguaiato Draghi) - come pure delle due ex grilline (Fattori e Nugnes), transitate al Misto e passate al gruppo LeU che si astengono – il grosso dei No a Draghi (15 voti su 40) arriva dal M5s.
La prima ferita è che sono stati ben 15 i voti contrari del Movimento 5 stelle, mentre ben otto senatori M5s non hanno partecipato al voto (di cui solo due erano gli assenti giustificati). Uno strappo che peserà soprattutto nei prossimi giorni, quando si capirà se le perdite in casa grillina sono destinata ad aumentare o meno. Tra chi all’ultimo ha deciso il voto contrario, ci sono anche due parlamentari di riferimento nel M5s come Barbara Lezzi e Nicola Morra. E se l’esecutivo fresco di nomina non ha problemi di numeri, chi potrebbe uscire più acciaccato del previsto è l’intergruppo Pd-M5s-Leu: se le defezioni fossero definitive la coalizione uscente del governo Conte 2 (ovviamente non contando i voti di Iv) avrebbe meno voti del centrodestra a Palazzo Madama (116 contro 134).

Il Movimento decreta l'espulsione dei reprobi

“I 15 senatori che hanno votato no alla fiducia saranno espulsi” annuncia il capo politico Vito Crimi in un post su Facebook. “Ieri al Senato il MoVimento 5 Stelle ha votato sì - spiega -. Non lo ha fatto a cuor leggero, è evidente. Ma lo ha fatto”. “Per ora non mi è arrivata nessuna comunicazione. Io attendo fiducioso, poi valuterò. Mi sento nel M5S fino al midollo", ha detto in mattinata Morra. Già ieri, un’altra dissidente, la senatrice Barbara Lezzi, aveva dichiarato: “Al di là del nostro giudizio, dobbiamo tutti ringraziare Vito Crimi per il lavoro svolto ma, da oggi, non può più decidere nulla in nome e per conto del M5s. Il M5s ha deciso di cambiare la propria governance. Da oggi non sarà più guidato da un capo politico e neanche da un reggente”.

Date tali premesse, la querelle potrebbe finire in tribunale. Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Adnkronos, diversi tra coloro che hanno avuto il “cartellino rosso” stanno infatti valutando di adire le vie legali, ricorrere al giudice contro quella che reputano un’ingiustizia. Che potrebbe indurli, tra le altre cose, a chiedere un risarcimento per danno di immagine.

Tutti i nomi dei 'dissidenti' M5s, presto espulsi

Alla fine gli esponenti del M5s che si sono decisi per il No sono stati 15 più sei assenti tra cui solo due erano gli assenti ‘giutificati’. Tra i 15 No spiccano i nomi di: Abate, Angrisani, Corrado, Crucioli, Di Micco, Giannuzzi, Granato, La Mura, Lannutti, Lezzi, Mantero, Mininno, Moronese, Morra, Ortis. Un numero più alto rispetto a quello anticipato alla vigilia, ma che si ferma a metà rispetto alle previsioni di poco meno di una settimana fa quando ci si aspettava uno strappo di quasi 30 persone. Sicuramente a cambiare gli equilibri ha contribuito l’adesione di nomi della prima guardia come il contestato presidente della commissione Antimafia Nicola Morra, che fino all’ultimo sembrava invece orientato all’astensione.



Tra i piani che potrebbero aprirsi ora, c’è anche quello di creare un gruppo autonomo (magari recuperando il simbolo dell’Italia dei valori di Antonio Di Pietro). Resta da capire ora se l'espulsione sarà automatica: secondo quanto annunciato da Crimi non hanno alternativa, ma negli ultimi giorni sono circolate diverse versioni.

Ai ribelli della fiducia che hanno deciso di andare fino in fondo, bisogna aggiungere altri 6 senatori M5s che non hanno partecipato al voto: non hanno voluto arrivare allo strappo definitivo, ma restano nella corrente dei critici. Si tratta di: Auddino, Botto, Campagna, Dessì, Garruti, Nocerino. In congedo risulta, poi, la senatrice Orietta Vanin, mentre era ‘in missione’ Francesco Castiello.

Il 'lodo Brescia' farà bordeggiare il M5s di volta in volta

Ma dato che è molto corposa, la 'fronda' del dissenso, ai piani alti del M5s hanno studiato le loro contromisure. E se è possibile che il dissenso pentastellato si allarghi, o persino che si riduca, il Movimento ha deciso non di contrastare il vento contrario ma di affidarsi ad esso, andando alla deriva, ma facendolo ‘a seconda’ dei temi. In politichese è la 'variante Brescia' o 'lodo Brescia', fedelissimo di Roberto Fico e della sua area movimentista ed ortodossa.

La ‘variante Brescia’ prevede e teorizza lo “stare dentro al governo e fare opposizione dall’interno” (stile PCI anni Settanta), votare Sì se si deve, NO se si può, scegliere cosa fare ogni volta, senza dare nulla per scontato. Un ‘movimentismo’ estremo e incerto che, come un’ape impazzita, può far volgere le sorti del governo in un modo o nell’altro, fargli prendere una piega piuttosto che un'altra, cambiarne il destino o confermarne le repentine fortune, a seconda delle convenienze e delle necessità del momento.

Certo è che se si arriva alle maggioranze variabili, i voti dei 18 senatori di Italia Viva possono talvolta tornare dirimenti. Mentre è certo che rispetto alla maggioranza di ieri sera, i voti del Movimento 5 Stelle diventano irrilevanti rispetto a quelli del centrodestra. Ed è il colpo di mano più difficile da digerire per chi, piaccia o meno, in Parlamento ha ancora il 30% dei voti.