Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano (Ansa)
Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano (Ansa)

Roma, 9 marzo 2018 - Bisogna avere tutti “senso di responsabilità” e pensare “all'interesse generale del Paese e dei suoi cittadini”. Tutti attendevano, con il fiato sospeso, che Mattarella dicesse qualcosa, per quanto super partes e indirizzato erga omnes potesse essere, ovviamente, il suo messaggio, in una fase ancora iniziale, cioè lontana dalle consultazioni di rito al Colle come questa, e il Capo dello Stato non ha deluso le aspettative, anzi: ha parlato. Lo ha fatto ieri, in occasione della celebrazione della Festa della Donna al Quirinale. Alla presenza, tra le tante personalità, anche se una presenza che almeno ieri è stata discreta, del vicepresidente della Camera uscente, Luigi Di Maio, premier in pectore almeno per uno dei due schieramenti usciti vincitori dalle urne, i 5Stelle, mentre l'altro, Matteo Salvini, era in altre faccende affaccendato.

Nuovo governo, perché l'esecutivo di scopo è l'ipotesi più probabile

A leggere in filigrana il primo discorso post-elettorale di Sergio Mattarella, si coglie una preoccupazione di fondo: senza il "senso di responsabilità" che collochi "al centro l'interesse generale del Paese e dei suoi cittadini" non se ne esce.


I tre blocchi politici e il 'dilemma del prigioniero'.
Il gioco 'a somma zero', infatti, che preoccupa Mattarella come la Ue, i mercati esteri come le istituzioni italiane e internazionali è, come si sa, un Parlamento uscito con tre blocchi contrapposti ognuno dei quali (tranne il terzo) vorrebbe andare al governo, ma senza i voti (o con i voti 'regalati') dell'altro, annullando a vicenda – e quindi rischiando di sprecare – la massa di voti conseguita. 

Due blocchi sono guidati dai due vincitori netti delle elezioni del 4 marzo (QUI TUTTI I RISULTATI) – Di Maio i 5Stelle, Salvini la Lega e, ormai, anche per il centrodestra – e uno è il blocco sconfitto, quello del centrosinistra. Il cui perno è, ovviamente, e resta, un Pd, da lunedì scorso non più guidato da Renzi, ma dal suo vice (il ministro Martina). Il Pd dovrà affidarsi alla sua reggenza dopo le dimissioni del leader, ma comunque, pur in veste di netta minoranza nel Paese e nelle Camere, rappresenta un 'blocco' sufficiente a impedire la nascita di qualsiasi governo. Del resto, proprio questo blocco – che sarebbe decisivo per far nascere qualsivoglia esecutivo di natura 'politica' nel senso classico (un governo a guida 5Stelle, un governo a guida Lega, ma anche un governo di unità nazionale, o tecnico, o di scopo, o di altra natura) – è in preda a un classico della 'teoria dei giochi', il cosiddetto 'dilemma del prigioniero'. Detta in soldoni, o collabori o non collabori, la pena che subirai è sempre alta. Traduzione politica: sia che il Pd appoggi un governo 5Stelle sia che ne appoggi uno targato centrodestra, continuerebbe a perdere in voti e credibilità e, paradossalmente, forse anche se appoggiasse un governo di tutti.

Ecco perché, anche se alle consultazioni formali al Quirinale mancano ancora 20 giorni e forse più (prima bisogna eleggere i presidenti delle Camere, dal 23 marzo), la possibilità che non nasca un governo politico propriamente detto è alta come pure che, per assurdo, non nasca alcun nuovo governo.

Tre strade davanti a Mattarella, tutte impervie.
Esclusa, quindi, sulla base di questi presupposti, almeno per ora, la possibilità che nasca un governo politico, a Mattarella non resterebbero che due strade: rimandare il Paese al voto con la stessa legge elettorale attuale, il Rosatellum (ipotesi che il Capo dello Stato considera la più sciagurata), nel bel mezzo di una crisi politica e, probabilmente, economica e finanziaria dagli sviluppi imprevedibili, o 'inventarsi' una soluzione creativa. Quali sono i poteri del Capo dello Stato, da questo punto di vista?

Il Capo dello Stato “nomina il Presidente del Consiglio e, su proposta di questi, i ministri” dice, secco e stringato, l'art. 92 della Costituzione. Tutto il resto è affidato alla 'prassi'... costituzionale. Un gioco di parole che dice molto: è una prassi e 'non ' è scritta in Costituzione. Bisogna, dunque, rifarsi al passato – i famosi 'precedenti' – e anche al buon senso (e al galateo) istituzionale, oltre che ai profili dei diversi Presidenti.

Certo è che i poteri del Quirinale durante una crisi di governo sono, come usano dire i costituzionalisti, 'a fisarmonica': più cresce l'instabilità e la paralisi politica in Parlamento e più si allargano. Ma come userà questi poteri Sergio Mattarella? In passato, non solo Giorgio Napolitano, ma anche altri predecessori di Mattarella al Colle hanno fatto largo uso di soluzioni 'creative', anche se, nella Prima Repubblica, erano più i partiti a inventarsele. E oggi? La pagina è ancora bianca, cioè ancora tutta da scrivere, ma si possono immaginare almeno tre tipi di governo 'profilabili'.


Il gioco delle tre carte: governo tecnico, di scopo o del Presidente?


1) Il governo 'tecnico'. La formula è impropria perché tutti i governi sono politici, devono cioè trovarsi, quando arrivano davanti alle Camere, una maggioranza in Parlamento con cui governare. Ma di profili di governi 'tecnici' – nel senso che sia il premier che i ministri erano scelti tra esponenti non politici o comunque non immediatamente riconducibili ai partiti politici presenti in Parlamento o, al massimo, di area – l'Italia ne ha conosciuti almeno tre e sono entrati in carica in periodi altamente drammatici della nostra storia recente.

Il primo è stato il governo Amato (1991-'92) che, dicevano le opposizioni di allora, “mise le mani in tasca agli italiani” (il prelievo forzoso sui conti correnti) per evitare che una drammatica svalutazione della lira portasse il Paese nel baratro dell'insolvibilità davanti agli investitori esteri e ai detentori del debito pubblico (la Ue era ancora la Cee e l'Euro non esisteva), ma che affrontò anche il ciclone di Tangentopoli e Mani Pulite. A nominarlo, in un Parlamento terremotato dalle inchieste ma che vedeva ancora, in teoria, una maggioranza di pentapartito (di allora: Dc-Psi-Psdi-Pli-Pri), fu l'allora neo-eletto Oscar Luigi Scalfaro (Dc).

Il secondo fu il governo Ciampi (1993-'94) che accompagnò il Paese al voto e che, pur dovendo nascere come governo 'politico', divenne a sua volta un governo tecnico. In pratica, in entrambi i casi, premier e ministri li scelse tutti Scalfaro.

Il risultato, alle elezioni del 1994 che ne seguirono, fu la nascita e l'affermazione della vittoria di Silvio Berlusconi che polverizzò gli avversari, i quali sia centristi – Ppi e Segni – che di sinistra – Pds e alleati – avevano appoggiato i governi Amato e Ciampi, senza trarne elettoralmente che altri danni.

Il terzo governo 'tecnico' ha una storia ben più nota e recente: si tratta del governo Monti (2012-2013) che, dopo la caduta del IV governo Berlusconi (2011) e la crisi valutaria e finanziaria che stava affrontando l'Italia, oltre che l'Europa, a livello planetario (la famosa crisi dei mutui subprime e, in Italia, dello spread), venne nominato dall'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Pd). Napolitano, dopo aver nominato Monti senatore a vita, 'preparò' a lungo la nascita di quel governo, mentre il centrodestra implodeva, e poi costrinse i leader riluttanti dei due schieramenti di allora (Berlusconi e Bersani) ad appoggiarlo in nome dei “supremi interessi del Paese”. Anche in quel caso, gli italiani se lo ricordano bene, quel governo, perché approvò la vituperata legge Fornero sulle pensioni, il blocco degli stipendi e dei contratti, l'aumento di Iva e accise e molti altri provvedimenti da 'lacrime e sangue'. Mal gliene incolse ai partiti che lo sostennero: alle elezioni del 2013 il fenomeno M5S esplose. Sarebbe possibile oggi un governo 'tecnico'? Crediamo di no.


2) Il governo 'del Presidente' o di 'salvezza nazionale'. Anche qui la formula è impropria. Un governo 'del Presidente' (della Repubblica) in senso stretto se fosse formalmente tale costituirebbe... un golpe... Il presidente della Repubblica Antonio Segni (Dc) ne ipotizzò uno nel 1964, a guida del generale De Lorenzo: Moro e Nenni gli impedirono anche solo l'idea.

Ma diamo la formula per buona e usiamo, per accortezza e correttezza, non la prima formula, ma la seconda formula (governo 'di salvezza' o 'di emergenza' nazionale). Con nomi (dal premier ai ministri) scelti, sostanzialmente - ma anche, di fatto formalmente - dal Capo dello Stato, e non dai partiti politici, un governo siffatto avrebbe però compiti politici. In sostanza, non si tratterebbe solo di 'traghettare' il Paese a nuove elezioni, anche se verosimilmente non prima del 2019, e di varare la manovra di bilancio per il 2018, ma anche di scrivere una nuova legge elettorale e fare altre cose. A esempio, provvedimenti urgenti e necessari per l'economia, sul fronte dell'immigrazione, del sociale e presenziando a pieno titolo nei vertici della Ue (e della Nato) che sono attesi – da qui al 2019 – a importanti decisioni (Brexit, MO, etc.).

Insomma, prima di andare a nuove elezioni passerebbero un anno, forse due, ma un governo simile potrebbe anche trovare cammin facendo la capacità e la forza di durare anche di più. Esempi e paragoni di governi simili? Praticamente nessuno, tranne due, forse. Il primo è il governo 'di Cln' (1943-'47) o di 'liberazione nazionale' che vide tutti i partiti antifascisti, anche molto lontani tra di loro (Dc-Pli-Pd'Az-Psiup-Pci) collaborare per risollevare il Paese dopo cinque anni di guerra mondiale, scrivere la Costituzione e riavviare il Paese. Un governo che, allora, fu davvero di 'emergenza nazionale' e che, paradossalmente, funzionò anche bene. Capo dello Stato, prima provvisorio, poi effettivo, era Luigi De Nicola (Pli), ma la sua regia fu minimale: decisero tutto e sempre – premier (Parri e poi tre volte De Gasperi) e ministri – i partiti e solo quando scese la 'cortina di ferro' e si ruppe la positiva collaborazione delle forze antifasciste che avevano fatto la Resistenza e scritto la Costituzione, si ruppe anche la formula dei governi di Cnl cui seguirono governi a guida centrista. Anche nel 1976-'79, quando il presidente della Repubblica era Giovanni Leone (Dc), nacquero tre governi a larghissima intesa, quelli detti – allora – di 'solidarietà nazionale' o, dal punto di vista tecnico-parlamentare, della 'non sfiducia'. C'era, allora, da fronteggiare il terrorismo rosso, ma anche lo stragismo nero, la crisi economica, ma anche quella sociale, e Dc e Pci erano usciti entrambi vincitori, ma entrambi 'relativi', dalle elezioni politiche del 1976. Non potendo il Pci – ancora legato all'Urss e al blocco socialista internazionale – andare al governo da solo, l'elaborazione di due famose strategie politiche man mano convergenti (il 'compromesso storico' di Enrico Berlinguer, segretario del Pci, e 'le convergenze parallele' di Aldo Moro, presidente della Dc) portarono alla nascita di quei tre governi a guida Andreotti (1976-'79) che comprendevano anche Pri, Psi e Psdi, mentre il Pli andò all'opposizione con Msi, radicali, Dp. Anche in quel caso, Leone fu poco più che uno spettatore di un governo fatto tutto dai partiti che ebbe, però, anche un altra caratteristica: data la forte centralità del Parlamento, all'epoco, il governo era un monocolore Dc, tutti gli altri partiti si astenevano, ma al Pci andarono, per la prima volta, la presidenza della Camera e di molte commissioni chiave. Insomma, per la prima volta il Pci partecipava, anche se con la formula delle astensioni o, appunto, della 'non sfiducia', a un governo dalle elezioni del 1948 in poi. Una novità che finì dopo l'assassinio di Moro e il cambio del quadro politico.

3) Il governo 'di scopo' o governo 'a termine'. Definizioni, a loro volta, istituzionalmente assai poco corrette. Sempre per Costituzione, un governo non ha e non può avere un termine: va avanti fin quando ha una maggioranza che, in Parlamento, gli vota la fiducia. In ogni caso, una volta preso atto che questo Parlamento non riesce a trovare una maggioranza politica e che nessun governo 'del Presidente' o 'tecnico' che affronti i problemi del Paese e lasci decantare la situazione è possibile, Mattarella dovrebbe far buon viso a cattivo gioco e dare vita a quella che, per lui, è l'ultima carta, la più disperata e che non vorrebbe mai giocare. La nascita di un governo dalla durata molto breve, e in ogni caso assai incerta, che si limiti a traghettare il Paese a giugno o, al massimo, ottobre e che - senza neppure una nuova legge elettorale, tranne che in caso di vero rapidissimo miracolo - riporti il Paese al voto.

Non sarebbe, in questo caso, importante il nome del premier, né tantomeno quello dei ministri e nemmeno quali forze politiche (realisticamente tutte) lo dovessero appoggiare e in quali modalità (astensione, sostegno pieno o volta per volta) perché gli scopi e la durate di un esecutivo simile sarebbero così limitati da non doversi troppo lambiccare nelle formule. Per Mattarella e per le forze politiche, oltre che per l'Italia, sarebbe una grave sconfitta, uno smacco bruciante e una, ulteriore, perdita di credibilità davanti ai cittadini e alla Ue. Peraltro, in caso di drammatica emergenza e di un lasso di operatività ristretto a pochi mesi, potrebbe benissimo restare in carica, sia pure dimissionario, o con una nuova fiducia, ma a quel punto solo 'di scopo', appunto, il governo Gentiloni, sempre che, tuttavia, tutti o quasi i partiti siano d'accordo. Precedenti di governi simili ce ne sono a iosa, ma bisogna risalire alla Prima Repubblica. Diversi governi, spesso a guida di figure di leader minori (Goria) o caduti in disgrazia (Fanfani, Andreotti), per lo più della Dc, furono presidenti di governi che, però, a quei tempi, si definivano 'balneari' o 'ponte' perché servivano solo a chiudere una legislatura.