Giuseppe Conte incontra gli operai dell'ex Ilva (LaPresse)
Giuseppe Conte incontra gli operai dell'ex Ilva (LaPresse)

Roma, 10 novembre 2019 - Forse neppure lui stesso, nel chiuso delle aule universitarie o in quelle dei tribunali, fino a un anno e mezzo fa le uniche conosciute, avrebbe mai pensato di possedere un senso della scena così sviluppato. Quell’attitudine alla narrazione di sé che trasforma un buon tecnico in un politico, a volte in un ottimo politico. Quel tocco magico e oscuro, Berlusconi lo chiamò quid, che nell’era della politica spettacolo consacra o azzoppa le ambizioni di chi sale sulla scena pubblica, e la cui mancanza conferisce invece un’aura grottesca a ogni tentativo di mostrarsi diversi da quello che si è sempre stati. Pensiamo a Mario Monti e al cagnolino preso in braccio davanti alla telecamere per far dimenticare al pubblico votante il grigio del suo loden verde.

Doti che invece il premier Giuseppe Conte dimostra di possedere, e che sapientemente unisce alla capacità di scegliere i tempi e di saper rischiare in proprio. Come d’altra parte si conviene a chi in proprio si appresta a giocare. In un momento di stallo del governo registrato anche nell’appannamento di indici di gradimento personale pur sempre alti ma in questi giorni un po’ meno (siamo intorno al 40%, 5-6 punti in meno di un mese fa, addirittura dieci dai giorni del giuramento) Giuseppe Conte sceglie, come si dice in questi casi, di "metterci la faccia". Un rischio che molti politici non amano correre, perché l’umore della massa è tanto mutabile quanto imprevedibile, e affrontare una folla di operai che sta per perdere il posto di lavoro è come lanciare in aria una monetina e chiedersi perché. Per dirne una, un presidente del consiglio conterraneo di Conte, Aldo Moro, 53 anni fa si presentò nella Firenze alluvionata solo quindici giorni dopo che l’Arno era straripato, ovviamente restando sommerso dagli improperi dei fiorentini più che dal fango. Conte non ha invece avuto timore a togliersi la cravatta e gettarsi nel girone dantesco dell’Ilva e delle vittime dell’Ilva, cittadini e lavoratori. La metà aveva i polmoni a rischio cancro, l’altra un avviso di licenziamento in tasca. La mattina Conte era stato ai funerali dei pompieri di Alessandria e pianto insieme alle famiglie dei tre vigili del fuoco, la sera al consiglio di fabbrica giù a Taranto. In ambedue i casi ovviamente in favore di telecamera.

Una strategia mediatica e politica, per avocare a sé la scena, affermare la propria centralità nel concitato dibattito politico e spedire un messaggio a chi, Renzi e Di Maio in testa, pensa di potersi costruire un futuro prescindendo da lui medesimo. Hic manebimus optime , era il motto dei legionari romani e dei legionari fiumani, e Conte non si fa scrupolo a farlo proprio. Un bagno di realtà e di umanità, quello di Conte, che, magari in vista di qualche partita personale forse meno lontana di quanto si pensi, il premier ha sentito il bisogno di fare per scrollarsi di dosso la fastidiosa etichetta di uomo delle élite che qualcuno sta cercando di appioppargli. La pochette, gli abiti sartoriali, i modi gentili, l’eloquio forbito, i legami di alto livello sempre poco conosciuti stavano scavando un pericoloso fossato tra lui e il popolo, e l’avvocato del popolo non poteva far finta di niente.