Giuseppe Conte durante il discorso in Senato (Ansa)
Giuseppe Conte durante il discorso in Senato (Ansa)

Roma, 6 giugno 2018 - «Non siamo dei marziani». L’aveva detto qualche giorno fa il neopremier Giuseppe Conte. Ieri, eccolo lì il «marziano» per la prima volta sbarcato a Palazzo Madama. Elegantissimo (gli mancavano solo i gemelli), si concede anche una battuta prima del debutto: «Il discorso? Non l’ho scritto io, me lo hanno scritto gli altri, ieri sono andato a casa presto». Una volta in Aula è impeccabile: presenza scenica, capacità oratoria, sguardo intenso a favor di telecamera, gesti compiti ma decisi, capelli perfetti anche dopo nove ore di Aula. Se marziano è, di sicuro è un marziano dandy.

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Il fazzoletto nel taschino, la camicia stiratissima e la cravatta modaiola, alterna toni sommessi a toni più alti. Si muove bene, alzando gli occhi al cielo, in posa solenne, quando prende gli applausi (da stadio). Di fianco ci sono Luigi Di Maio e Matteo Salvini: li guarda, ma non troppo. Legge il discorso, ma non troppo. Ha un lieve accento pugliese, ma non troppo. Fa pause nel momento giusto, ma senza esagerare. Parla più di un’ora. Beve, ogni tanto, ma soprattutto quando l’Aula lo acclama. Lo fa con garbo, stile, classe. Un marziano che non sembra un marziano, ma un oratore consumato. Calibra parole, opere e omissioni. Proclami grilleschi e leghisti, rimpallando dal reddito di cittadinanza all’immigrazione, un momento colorando le parole di giallo, salvo poi virare al verde e al giallo-verde. Pure Renzi, pizzicato alla buvette del Senato, fa il commento che nessuno si aspetta: «Conte è uno che alla gente può piacere, ha uno stile suo, diverso da Salvini e Di Maio».

Di sicuro non mette le mani in tasca, come fece l’ex premier del Pd, disinvoltissimo, nella prima da premier a Palazzo Madama, o come il presidente della Camera Roberto Fico alla commemorazione di Falcone. Cita Dostoevskij, passando per Ulrick Beck e Philip Kotler. «Altro che Jalisse», il famoso duo che vinse Sanremo e poi sparì, dice il grillino Nicola Morra, riferendosi proprio alla citazione di Renzi nel famoso discorso d’insediamento. Di certo c’è che l’uomo del mistero intende restare. Sul palcoscenico.