Una piccolissima Giuliana tra mamma Assunta e papà Giorgio
Una piccolissima Giuliana tra mamma Assunta e papà Giorgio
I comizi in giro per l’Italia con le piazze infiammate per lui. Le vacanze all’Hotel Luna ad Amalfi o i Natali a Levico. I pranzi e le cene a casa come si usava una volta. Il senso di terrore quotidiano per la violenza politica che, negli insanguinati anni di piombo, lasciava per strada "anche i suoi ragazzi". Il rapporto con il Fascismo, la libertà, la democrazia. Il no al divorzio per disciplina di partito e il "suo" divorzio personale. Il ruolo di Donna Assunta nel privato e nella dimensione pubblica. Ma anche gli incontri segreti con Enrico Berlinguer, fino al mettersi in fila davanti alla camera ardente del segretario comunista alle Botteghe Oscure, con Giancarlo Pajetta che pochi anni dopo, davanti alla sua camera ardente a via della Scrofa, rammenta: "L'abbiamo ricevuto come qualcuno che capisce che oltre il rogo non c’è ira. Siamo stati avversari, ma non nemici: avremmo potuto esserlo, ma le circostanze lo hanno evitato". Parliamo di Giorgio Almirante, "semplicemente" il capo storico del Movimento sociale italiano, un monumento per una minoranza del Paese, un fascista repubblichino per un altro pezzo d’Italia, "un gentiluomo di altri tempi, un po’ introverso, ma affettuoso e gentile, allegro a suo modo", per la figlia. Ed è proprio la figlia, Giuliana de’ Medici Almirante, a ricollocare un po’ di tessere della memoria nel puzzle della vita del leader missino.   Almirante padre. Come era? "Non era un padre severo, anzi, era un padre molto affettuoso e, anche se aveva pochissimo tempo da dedicare a noi, però quel poco che aveva lo impegnava completamente con me e mia madre. A quei tempi, per dire, si aveva l'abitudine di stare a casa anche a pranzo e quindi a quell'ora noi ragazzi dovevamo essere lì per mangiare insieme. E, quando poteva, diciamo con una certa frequenza, anche mio padre era presente a pranzo e a cena a casa: e lo è stato anche di più dopo aver lasciato la sua prima famiglia, quando l’altra figlia, Rita, è diventata più grande. Certo, negli anni i suoi impegni si sono moltiplicati, soprattutto quando, oltre al partito e alla Camera, si è aggiunto anche il Parlamento europeo". Era sua madre ad avere il ruolo dell’educazione quotidiana? "La mamma era sicuramente più severa, era lei che mi seguiva. Un po’ come in tutte le famiglie italiane. Insomma, dentro le mura domestiche, non era mio padre il leader. La leader era mamma. Lui a casa, del resto, non era una persona molto estroversa, anzi, era piuttosto silenzioso. Ma restando comunque un uomo allegro che cercava, per esempio durante le vacanze, di organizzare sempre qualcosa per farci divertire".   Dove andavate in vacanza? "Guardi, noi avevamo due mete fisse: una era Amalfi a cui mio padre era molto legato perché andava là da ragazzo con i suoi genitori, anzi con suo padre perché la madre l’ha persa presto. Andavamo all’Hotel Luna, dove fra l'altro poi mi sono sposata, e ci andavamo spesso, soprattutto quando lui concludeva la campagna elettorale a Napoli o a Salerno: il fine settimana, quando c’era il silenzio elettorale, lo passavamo in Costiera.  Poi avevamo una casa in montagna, a Levico in Trentino, e appena possibile, a Natale o d’estate, salivamo lì".   Quando ha «scoperto» che esisteva anche un Almirante politico, anzi, un Almirante leader carismatico di un partito? "E’ stata una cosa naturale, non è stata una scoperta, anche perché noi facevamo una vita strettamente legata a quella che era la sua attività politica: la caratteristica politica di Almirante era proprio quella di girare paese per paese la Penisola e non solo in campagna...

I comizi in giro per l’Italia con le piazze infiammate per lui. Le vacanze all’Hotel Luna ad Amalfi o i Natali a Levico. I pranzi e le cene a casa come si usava una volta. Il senso di terrore quotidiano per la violenza politica che, negli insanguinati anni di piombo, lasciava per strada "anche i suoi ragazzi". Il rapporto con il Fascismo, la libertà, la democrazia. Il no al divorzio per disciplina di partito e il "suo" divorzio personale. Il ruolo di Donna Assunta nel privato e nella dimensione pubblica. Ma anche gli incontri segreti con Enrico Berlinguer, fino al mettersi in fila davanti alla camera ardente del segretario comunista alle Botteghe Oscure, con Giancarlo Pajetta che pochi anni dopo, davanti alla sua camera ardente a via della Scrofa, rammenta: "L'abbiamo ricevuto come qualcuno che capisce che oltre il rogo non c’è ira. Siamo stati avversari, ma non nemici: avremmo potuto esserlo, ma le circostanze lo hanno evitato".

Parliamo di Giorgio Almirante, "semplicemente" il capo storico del Movimento sociale italiano, un monumento per una minoranza del Paese, un fascista repubblichino per un altro pezzo d’Italia, "un gentiluomo di altri tempi, un po’ introverso, ma affettuoso e gentile, allegro a suo modo", per la figlia. Ed è proprio la figlia, Giuliana de’ Medici Almirante, a ricollocare un po’ di tessere della memoria nel puzzle della vita del leader missino.  

Almirante padre. Come era?

"Non era un padre severo, anzi, era un padre molto affettuoso e, anche se aveva pochissimo tempo da dedicare a noi, però quel poco che aveva lo impegnava completamente con me e mia madre. A quei tempi, per dire, si aveva l'abitudine di stare a casa anche a pranzo e quindi a quell'ora noi ragazzi dovevamo essere lì per mangiare insieme. E, quando poteva, diciamo con una certa frequenza, anche mio padre era presente a pranzo e a cena a casa: e lo è stato anche di più dopo aver lasciato la sua prima famiglia, quando l’altra figlia, Rita, è diventata più grande. Certo, negli anni i suoi impegni si sono moltiplicati, soprattutto quando, oltre al partito e alla Camera, si è aggiunto anche il Parlamento europeo".

Era sua madre ad avere il ruolo dell’educazione quotidiana?

"La mamma era sicuramente più severa, era lei che mi seguiva. Un po’ come in tutte le famiglie italiane. Insomma, dentro le mura domestiche, non era mio padre il leader. La leader era mamma. Lui a casa, del resto, non era una persona molto estroversa, anzi, era piuttosto silenzioso. Ma restando comunque un uomo allegro che cercava, per esempio durante le vacanze, di organizzare sempre qualcosa per farci divertire".  

Dove andavate in vacanza?

"Guardi, noi avevamo due mete fisse: una era Amalfi a cui mio padre era molto legato perché andava là da ragazzo con i suoi genitori, anzi con suo padre perché la madre l’ha persa presto. Andavamo all’Hotel Luna, dove fra l'altro poi mi sono sposata, e ci andavamo spesso, soprattutto quando lui concludeva la campagna elettorale a Napoli o a Salerno: il fine settimana, quando c’era il silenzio elettorale, lo passavamo in Costiera.  Poi avevamo una casa in montagna, a Levico in Trentino, e appena possibile, a Natale o d’estate, salivamo lì".  

Quando ha «scoperto» che esisteva anche un Almirante politico, anzi, un Almirante leader carismatico di un partito?

"E’ stata una cosa naturale, non è stata una scoperta, anche perché noi facevamo una vita strettamente legata a quella che era la sua attività politica: la caratteristica politica di Almirante era proprio quella di girare paese per paese la Penisola e non solo in campagna elettorale, ma sempre".  

Lei e sua madre lo accompagnavate?

"Assolutamente sì. Partivamo anche noi e andavamo in tutta Italia: io ricordo fin da quando ero ragazzina che tutti i week end giravamo con lui. Ho avuto, insomma, da sempre questa visione di mio padre anche come leader politico. E a queste esperienze sono legati anche i primi ricordi dell’infanzia con lui".

Un flash, anche minimale, che le viene in mente.

"Le dico un episodio che mi è rimasto impresso: eravamo in un hotel a Firenze e c'erano quelle porte girevoli che adesso non ci sono più. Mi divertivo con lui a girare dentro questa porta e lui era sorridente, rilassato. Giocava con me, anche se magari mancava poco a un comizio".

I comizi di Almirante sono entrati nella storia del costume politico italiano: piazze piene, folle appassionate. Ci andava con sua madre?

"Noi seguivamo praticamente tutti i suoi comizi: a cominciare da quelli più significativi di Roma. Lui stesso diceva: 'Se non venite voi perché dovrebbero venire gli altri'. E per noi erano un appuntamento clou".

Li seguivate dal palco?

"No, mamma non è mai salita sul palco e neanche io: li seguivamo giù nelle piazze, in mezzo alla gente".

Come li rammenta?

"Quando ero più piccola, li subivo, nel senso stavo lì e ascoltavo, qualche volta anche forse con un po’ di noia. Ma, crescendo,  riuscivo a capire di più del senso di quello che mio padre diceva e mi rendevo conto via via sempre di più che lui aveva sulla gente che lo ascoltava un potere fra virgolette enorme. Chi lo ascoltava – vedevo - pendeva proprio dalle sue labbra. La sua bravura e la sua capacità oratorie erano davvero eccezionali: riusciva a infiammare le persone ma tenendole a bada, perché in quel momento poteva far fare loro di tutto e invece la sua abilità era quella di appassionarle ma senza suscitare reazioni inconsulte. Senza provocare azioni esagitate, anche perché quelli erano momenti duri  e difficili e chi ascoltava poteva anche reagire male. Erano gli anni di piombo, ragazzi che si uccidevano per strada e nelle piazze e le parole potevano essere esplosive, se mal controllate. Almirante, invece, aveva la costante preoccupazione di tenere le situazioni sotto controllo".

Dopo le manifestazioni suo padre commentava con voi i comizi? Aveva consapevolezza del suo potere «sulle masse»?

"Era conscio della responsabilità che aveva nel parlare in pubblico, principalmente nelle piazze. E soprattutto quando si trattava di grandi manifestazioni, come a piazza del Popolo o a Piazza Navona, alla fine era molto, molto stanco perché la tensione nervosa era alta. Ma anche prima. Consideri che quando scendevamo la rampa del Pincio, perché noi con la macchina scendevamo da lì per andare al comizio, lui voleva fermarsi sempre per guardare dall’alto e vedere se era arrivata gente: nonostante la bravura e il richiamo del suo nome, era di un’umiltà incredibile e viveva questi momenti con una preoccupazione enorme. Ci diceva: 'Se la piazza non è piena, se non c’è gente'. E invece ogni volta la preoccupazione era inutile perché comunque accorrevano in massa per ascoltarlo. E’ stato l’unico, del resto, insieme con Berlinguer, dall’altra parte, a riscuotere queste accoglienze nelle piazze. Dopo di loro, per riempire una piazza ci vogliono cinque, sei leader tutti insieme".

Era l’Italia della violenza politica diffusa: rossi e neri, estremisti e terroristi, che hanno insanguinato per anni il Paese. Suo padre come sentiva questa guerra quotidiana?

"Mio padre è sempre stato contro tutti i terrorismi di ogni colore e provenienza. La sua preoccupazione era continua e costante per i ragazzi del partito e del Fronte della Gioventù e ogni volta che succedeva qualche cosa di grave a uno di loro era un dramma per lui: era molto, molto dispiaciuto come se avesse perso figlio. Si sentiva molto responsabile della vita di questi giovani. Si rendeva conto che questi ragazzi davano la vita per un ideale senza avere nulla in cambio e quindi era molto, molto addolorato nel momento in cui succedeva qualche cosa a un ragazzo. Anche perché il Movimento sociale, magari a differenza di altri partiti, era una sorta di famiglia allargata con un grande sentimento di comunità".

I congressi del partito, però, non erano una riunione di orsoline: le cronache raccontano anche di discussioni e scontri accesi.

"Per carità c'erano anche conflitti e scontri. I congressi erano molto agitati e non erano così tranquilli. C’era, però, un senso di fratellanza fra di loro, anche fra coloro i quali non la pensavano proprio nella stessa maniera. Basti pensare che all'interno del partito uno degli antagonisti di Almirante è sempre stato Pino Rauti. Ebbene, quando Rauti è stato liberato dal carcere (perché c’è stato un periodo in cui è stato arrestato) mio padre lo aspettò davanti alla porta, lo portò nel suo albergo a Milano, gli fece fare la doccia, gli diede i suoi vestiti, lo fece rifocillare. Voglio dire che al di là delle discussioni interne, tra  di loro c’era questo spirito di mutuo soccorso, di aiuto reciproco, perché proprio appartenevano a una famiglia bistrattata e questo era un fenomenale collante".

Non a caso si parlava di arco costituzionale e di ghettizzazione del Msi. Come la vivevate?

"Obiettivamente, però, io non posso dire di aver sentito di essere stata ghettizzata. Ogni volta che ci muovevamo eravamo sempre accolti in modo straordinario, sicuramente nell'ambito nostro, ma anche fuori mio padre ha sempre raccolto molta stima da parte di tutti, fatta eccezione per qualche episodio. Insomma, non c'era poi nei suoi confronti questa rilevante avversione in giro o quantomeno negli anni più difficili non l'ho percepita".

Essere la figlia di Almirante non le ha creato ostilità intorno negli anni delle grandi contrapposizioni anche nelle scuole?

"Ho frequentato le scuole pubbliche tranquillamente. Non ho ricevuto nessuna mortificazione, non ho avuto mai nessuna difficoltà o vissuto sensi di pericolo né a scuola né fuori. O almeno i miei genitori sono stati tanto bravi da non farmela percepire: probabilmente è anche questo. Avevo il mio giro di amicizie. Anzi, posso dire che sono andata anche a qualche concerto alle Feste dell’Unità quando c’era il cantante famoso".

E suo padre come la prese?

"(Sorride) Forse lo ha saputo dopo".

Ha mai avuto paura di poter essere un bersaglio? Ha mai avuto la scorta?

"Assolutamente no. C’è stato un momento in cui ci sono state minacce riferite proprio a me. Erano gli ultimi anni del liceo, intorno al ’74. Io l’ho scoperto dopo, però, perché non me lo avevano detto inizialmente. Rammento solo che mi avevano regalato il motorino e con mio grande dolore me lo tolsero e per un periodo mi facevano accompagnare a scuola e venire a prendere all’uscita dall’autista di papà, il mitico Mario".

Che cosa significava per suo padre essere 'fascista'?

"Mio padre ha sempre detto quale è stato il suo percorso politico: da giovane ha aderito al Fascismo, anche perché in quel periodo non è che si potessero fare altre scelte e anche lui ha seguito quella strada. La sua passione era il giornalismo e ha cominciato a lavorare, diventando giornalista professionista. Quando il Fascismo è caduto, ha fatto una scelta di fedeltà nel senso che era un tradimento per lui fare un'altra scelta come hanno fatto in tanti in quel periodo. Gli è sembrato naturale, insomma, andare nella Repubblica sociale con Mezzasoma che lo ha coinvolto in quel periodo. Dopo, a guerra conclusa, è sempre stato convintissimo che il Fascismo fosse legato a Mussolini e dunque che una volta che non c’era più Mussolini non c’era più il Fascismo. Il suo motto era “non rinnegare, ma non restaurare” perché riteneva che non ci fosse nessuno che potesse restaurare il Fascismo".

Da questo punto di vista, il Msi non era per Almirante l’erede del Fascismo?

"Su questo mi trova preparata non solo come figlia di Almirante: ho fatto la tesi di laurea proprio sulle origini e sulla nascita del Movimento sociale. No, il Msi non era e non poteva essere né storicamente né per mio padre l’erede del Fascismo. Era un'altra cosa tanto che se vogliamo trovare un legame, questo poteva eventualmente esserci con la Repubblica sociale italiana, ma solo sul piano ideale. Mio padre entra in politica per portare avanti le sue idee nel nuovo contesto storico del Dopoguerra".  

Che rapporto aveva suo padre con la libertà e la democrazia?

"Riteneva che fossero elementi non solo giusti, ma essenziali della vita politica. Da politico e da leader ha sempre creduto nella democrazia e nel Parlamento nel quale, come è noto, è stato per quarant'anni e più, operando in un ambito assolutamente democratico. E, d’altra parte, ci è arrivato, con il suo partito, con milioni di voti, non – per fare una battuta - con una seconda Marcia su Roma. E lì è stato il rappresentante di milioni di persone che credevano nella democrazia".

Uno dei passaggi-chiave della sua storia politica fu la battaglia del ‘74 contro il divorzio. Eppure, suo padre era separato. Come si spiega?  

"Era separato e anche a favore del divorzio, perché riteneva che fosse una legge giusta, tant’è vero che, una volta confermata, ne usufruì. Il problema era che il partito in maggioranza era invece contro e quindi, come segretario, si assoggettò a quella era la disciplina di partito, facendo la campagna per l’abrogazione. E’ da ricordare anche, però, che quella battaglia era sì contro il divorzio ma era poi diventata uno scontro politico aspro contro la sinistra: insomma, aveva perso il senso sociale della legge e si era trasformata in una contesa contro l’avanzata comunista".

Nella lunga carriera parlamentare aveva rapporti, se non di amicizia, di qualche consuetudine con altri politici?

Con i democristiani? Con Andreotti? Con Craxi?  

"No, con i leader della Dc non mi risulta. A Bettino Craxi riconosceva di essere stato il primo a sdoganare il Msi, invitandoli alle consultazioni. E, in  realtà, non è stato Silvio Berlusconi a sdoganare i missini, ma il segretario del Psi".  

Rimane epico il lungo duello a puntate con Marco Pannella.

"Si erano incontrati e scontrati in più consessi, tanto al consiglio comunale di Trieste dove tutti e due erano consiglieri e dove hanno avuto battaglie accese, fino al Parlamento europeo. E, anzi, rammento che ci fu una discussione contrastata fra loro proprio in quell’assemblea, al punto che Pannella a un tratto cominciò a parlare in francese, nonostante fosse obbligatorio intervenire nella propria lingua nazionale, perché non riusciva a sostenere lo scontro con lui in italiano e papà gli rispose a sua volta in francese. Anche lui lo parlava benissimo".

Ha fatto un certo scalpore la rivelazione di Antonio Padellaro dei rapporti di suo padre con Enrico Berlinguer: lei e sua madre lo sapevate?

"Adesso tutti lo sanno, anche perché Padellaro lo ha raccontato nel suo libro ('Il gesto di Almirante e Berlinguer'): sì, mio padre e il segretario del Pci si incontravano segretamente. Io ne ho sempre sentito parlare, ma chi è stato testimone oculare, anche se non ha mai sentito quello che si dicevano perché si metteva da parte, era Massimo Magliaro, il suo portavoce e capo ufficio stampa del Msi".

Non raccontava a casa che cosa si dicevano?

"No, non lo raccontava. Sappiamo che si incontravano a Camera chiusa, il venerdì pomeriggio, quando non c'erano altri parlamentari in giro e i corridoi della Camera erano praticamente deserti".  

E’ immaginabile che ci sia anche questa 'frequentazione' segreta dietro alla partecipazione di Almirante ai funerali di Berlinguer.

"Dietro quel gesto c’è la frequentazione precedente ma soprattutto ci sono la stima e la considerazione per la persona: è evidente che considerava Berlinguer un avversario non un nemico, ma questo dimostra anche quale fosse il carattere di mio padre, quello di un gentiluomo molto rispettoso delle idee degli altri".

Quando tornò a casa dalla visita alla camera ardente di Berlinguer a Botteghe Oscure che cosa raccontò? Come fu accolto?

"Fu accolto inizialmente con un po’ di diffidenza perché nessuno si aspettava di trovarlo lì, ma lui, rispettoso delle regole si mise in fila come un anonimo cittadino tra la folla dei militanti che volevano rendere omaggio al leader comunista. Nessuno sapeva del suo arrivo proprio perché andò come persona comune.  Certo, quando fu riconosciuto, attivisti e dirigenti strabuzzarono gli occhi perché era l’ultima persona che pensavano di poter incontrare in quel luogo in quel momento in quella situazione. La voce della sua presenza arrivò ai piani alti del Pci e scese Giancarlo Pajetta a prenderlo per farlo entrare e accompagnarlo alla camera ardente. Penso che temessero che poteva capitargli qualcosa o comunque per evitare offese gratuite. Fu lo stesso Pajetta a fargli da guida per tutta la visita, facendolo uscire da un ingresso secondario della sede del partito, per evitargli di passare di nuovo in piazza. Mio padre a quel punto da solo a piedi raggiunse la macchinetta che aveva parcheggiato dove aveva trovato posto e tornò a casa".

Nessuna scorta, nessuna ufficialità, nessun autista.

"No, preferì andare da solo per un senso di personale raccoglimento. Perché non doveva essere il leader politico che andava al funerale di Berlinguer ma l’uomo, la persona comune, che andava a rendere omaggio e rispetto a una persona che stimava".

A distanza di soli quattro anni, nel maggio dell’88, furono i dirigenti del Pci a venire alla camera ardente di suo padre (e di Pino Romuladi) nella sede di via della Scrofa.

"Vennero tutti. Il Presidente Francesco Cossiga venne a trovarlo addirittura in clinica.  A Via della Scrofa arrivarono De Mita, Forlani, Fanfani, Pajetta, la presidente Nilde Iotti. Lo stesso Pannella. E tanti altri, di tutti i partiti".

Suo padre, prima di morire, aveva designato Gianfranco Fini come successore. Che ruolo ebbe sua madre?

"E’ vero che mio padre a mia madre avevano un bel dialogo dentro un rapporto straordinario. Si confrontavano e si confidavano un po’ su tutto. Capisco, insomma, che si possa pensare che mia madre avesse un ruolo di influenza politica su Almirante. E circola la voce che possa aver scelto addirittura lei Fini come erede. Ma posso garantire che si tratta di una leggenda. Onestamente non credo che mio padre si facesse influenzare da nessuno nelle sue scelte politiche. Tantomeno nella decisione su Fini, che fu sua, completamente sua".