Giorgia Meloni (Pressphoto)
Giorgia Meloni (Pressphoto)

Roma, 5 febbraio 2020 - Dicono che sia un viaggio come gli altri, ma tutti sanno che non è vero. Il battesimo americano è sempre stato l’esame di maturità di qualsiasi politico italiano che aspiri a guardare lontano. Chiedere a Giorgio Napolitano, che fu il primo comunista a ottenere il visto per gli Stati Uniti. Era il 1978, e da quel momento l’allora dirigente di Botteghe oscure ne fece di strada.

Così il viaggio a Washington che ieri ha cominciato Giorgia Meloni è molto di più della partecipazione a una se pur importante convention repubblicana, il "National prayer" concluso venerdì prossimo dal presidente Trump, e una serie di incontri ad alto livello con rappresentanti del Congresso e dall’amministrazione Usa. E’ il segno che la giovane leader di Fratelli d’Italia ha iniziato a fare il grande salto nella politica internazionale, l’università della politica, quella dove le italiche tendenze al funambulismo mostrano la corda, e il piede in fallo si paga sempre con gli interessi. Dove serve visione, coscienza dei propri mezzi e capacità di intessere relazioni che contano. Ecco, è per questo che Giorgia Meloni va particolarmente fiera di un rapporto che i conservatori Usa hanno cercato, come testimonia l’invito di oggi che peraltro sarà bissato dalla partecipazione alla fine del mese a un altro evento sempre negli Stati Uniti, al "Conservative political action", cui lei aveva preso parte già nei primi mesi del 2019 impressionando tutti per il suo eloquio in fluente inglese...

Lo fa senza rivendicare niente di più di un lavoro diplomatico e di una coerenza che evidentemente ha pagato. Ma anche in questo caso sa di non dire tutto. L’altra parte della verità del discorso riguarda infatti il dirimpettaio della coalizione, Matteo Salvini, oggetto di un derby nel centrodestra negato ma ormai nei fatti. Il paragone col Capitano e sulle sue alterne fortune con l’amministrazione Usa non si cita, ma emerge sullo sfondo. Tutti sanno che tra le cose azzeccate da Salvini nell’ultimo periodo, quelle che hanno portato la Lega dal 4 per cento al 34, i rapporti internazionali sono quelli meno presenti, per i quali il Capitano ha pagato una certa diffidenza. Quando Salvini andò negli Stati Uniti, l’anno scorso, il viaggio non andò bene. Gli americani non hanno gradito l’atteggiamento ondivago di Salvini verso la Russia, la Corea del Nord, il Qatar, la stessa apertura dell’allora governo gialloverde alla Cina e alla Via della Seta. Lì per lì non dissero niente, ma l’impressione non fu di quelle che restano. Gli americani concepiscono certi rapporti tra Stati come una precisa presa di campo, e se vuoi rimanergli simpatico, il campo dove stare è sempre il loro.

Peraltro è gente con memoria lunga. Lo impararono a proprie spese Aldo Moro con la sua politica estera mediterranea, Bettino Craxi dopo Sigonella, e lo stesso Massimo D’Alema per vincere la diffidenza riservata da Washington a un ex comunista dovette fornire la prova d’amore bombardando Belgrado.

La Meloni così mette a frutto il bisogno degli americani di crearsi nuovi interlocutori a Roma, dopo l’eclissi della leadership berlusconiana, l’unica che era riuscita nel piccolo miracolo di parlare con Putin senza far irritare gli Usa, e il balbettìo della politica estera salviniana. I segnali lanciati da oltre oceano non sono pochi. Gli attuali inviti in prestigiosi consessi, la possibilità fatta paventare di un incontro a breve con uno dei pesi massimi dell’Amministrazione, e lo stesso segnale arrivato dal britannico Time s, che a inizio anno inserì la Meloni nell’elenco dei personaggi più influenti del 2020. Tutte cose che non accadono a caso. E che adesso danno la possibilità alla presidente di Fratelli d’Italia di fare un passo avanti decisivo nel diventare un punto di riferimento nella famiglia del conservatorismo mondiale, quella che si è riunita in questi giorni a Roma nel "National conservative conference" cui la Meloni ha partecipato prima di volare negli Usa, e nella quale ha incontrato l’ungherese Orbán, e che a Bruxelles ha permesso a Fratelli d’Italia di essere una delle colonne del gruppo dei Conservatori e riformisti.