Roma, 29 dicembre 2017 - «Nun ce se crede…». È proprio nel bel mezzo della conferenza stampa di fine anno, mentre sta parlando dell’Italia leader nell’export, che Paolo Gentiloni si lascia scappare una battuta in romanesco – romanesco alto, però, curiale e nobiliare, stile sonetto del Belli – come, forse, a tradire un’emozione, quella di ‘Paolo il Freddo’. Uno che, di solito, parla per tautologie («Il governo governa»), ma che, proprio ieri, si è tolto diversi sassolini dalle scarpe.
 
Il premier rivendica di «aver preso delle decisioni, non fatto annunci» (stoccata a Renzi numero 1). Poi sospira «non vedevo l’ora che finissero le audizioni della commissione Banche» (stoccata a Renzi numero 2, scontro quasi pari a quello su Visco). Infine, ricorda i risultati «miei e dei miei predecessori». E qui cita non solo Matteo, ma anche Enrico Letta, uno che, solo a nominarlo, nel Pd renziano mettono mano alla pistola (Renzi, infatti, non lo nominava mai: stoccata numero 3). Difesa, invece, a spada tratta della Boschi («L’ho voluta io» rivendica) e anche della necessità – in sottile ma evidente polemica con gli scissionisti andati via dal Pd e finiti in Leu – che «la sinistra non può che essere di governo». Con tanto di citazione mitterrandiana del Pd che dovrebbe porsi come «la forza tranquilla» (ieri Renzi ha fatto identica citazione).

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C’è, naturalmente, in Gentiloni, la personale soddisfazione per tutto quello che ha compiuto in questo anno di lavoro in cui, appunto, «non abbiamo tirato a campare», ma prodotto risultati sul fronte dell’economia, dei migranti, dei diritti, anche se su quest’ultimo punto il bicchiere è mezzo pieno (unioni civili e biotestamento) e mezzo vuoto (ius soli).

Certo, tutto questo il premier lo ha potuto fare grazie al pieno sostegno di Mattarella, con cui ormai il sodalizio è di ferro, l’appoggio, a corrente alternata, del Pd di Renzi e il sostegno freddo, ma leale, degli altri partiti di maggioranza. Ma «la Sfinge» – così lo chiamano i colleghi di governo – non solo è riuscito a sfangare un anno partito malissimo, ma a imporre uno stile che è lontano anni luce da quello di Renzi.
 
Il segretario non ha più in mano le leve del potere, Gentiloni sì. Ha fatto e farà nomine assai importanti, affronterà – e, forse, risolverà – i caldi dossier di Alitalia e Ilva in vendita, porterà le truppe italiane in Niger (sul punto arriva l’unica stoccata alle opposizioni e alle loro «illazioni spettacolari») e rappresenterà l’Italia in cruciali vertici Onu, Ue e Nato.
Renzi, però, ovviamente, fa di tutto per farsi trovare pronto: dice ai suoi che «per me Paolo non è un potenziale rivale domani, ma un alleato forte oggi». Anzi, la linea del Nazareno sarebbe questa: Renzi sui social «a bombardare Berlusconi e Grillo» mentre Gentiloni dovrebbe andare in tv e i ministri, poveretti, vanno «sui territori», a cercar voti.
 
Anche Gentiloni non si pone in contraddizione con Renzi: è disponibile a fare campagna elettorale «con le modalità che il Pd sceglierà». E il Pd ha già scelto: lo candiderà a Roma 1, nel collegio uninominale, e in più listini proporzionali. Il terzo incomodo, però, si chiama Mattarella: ha fatto di tutto pur di tenere in vita il governo Gentiloni fino a dopo il voto. E ora il Colle fa trapelare che «Gentiloni va preservato dalle possibili polemiche della campagna elettorale». Che è come dire al Pd: usatelo sì, ma il meno possibile, cum juicio.