Roma, 9 febbraio 2021 - Gli piaceva il prosecco rosé, da prendere come aperitivo da Spiriti o in qualche altro locale nei dintorni di Palazzo Madama. E da un po’ di anni non ci sentiva bene, ma quello che voleva e doveva sentire, lo sentiva sempre benissimo. Franco Marini è stato tante cose e ha vissuto tante vite, l’una dentro l’altra, l’una intrecciata all’altra: leader sindacale di prim’ordine tra gli Ottanta e i primi anni Novanta, di quella Cisl che era anche una costola fondamentale della Dc e, soprattutto con lui, di Forze Nuove, la corrente di Carlo Donat Cattin. E, non a caso, fu proprio lui, alla morte del politico torinese, a prendere il posto di capo della "sinistra sociale" del partito, anche come ministro del Lavoro nell’ultimo governo Andreotti. La confederazione di Via Po, la lasciò in mano a un suo giovane pupillo, un altro cavallo di razza del sindacato bianco, Sergio D’Antoni.

Abruzzese di San Pio delle Camere, "lupo marsicano" non solo per il luogo di nascita ma anche per quel suo carattere simpaticamente brusco e cordialmente diretto, capace, però, di trasformarsi nel più abile trattativista non solo ai tavoli sindacali, ma anche a quelli politici. "Scintillone" per gli amici, per via del fascino che esercitava discretamente sulle donne, ma anche per gli occhi decisi e guizzanti, e lo sguardo fiero e veloce.

La politica lo ha visto protagonista appieno durante tutta la Seconda Repubblica: segretario del Partito popolare, uno degli artefici del primo governo Prodi, ma anche dell’arrivo a Palazzo Chigi del primo ex comunista, Massimo D’Alema. E’, negli anni dieci del nuovo secolo, uno dei grandi vecchi della Margherita, ma anche convinto fondatore del Pd e di nuovo regista dell’Unione e del secondo governo Prodi: da presidente del Senato, per due anni, guida con mano ferma un’assemblea nella quale il centro-sinistra si regge per due voti di scarto.

Federatore, mediatore infaticabile, Marini è stato innanzitutto un uomo del grande sindacato cattolico e riformista e delle istituzioni, senza faziosità, pregiudizi e riserve. Stimato da tutti, non è mai stato anti-berlusconiano: anzi, con amicizie e rapporti trasversali, ha sempre avuto un canale di comunicazione privilegiato, tra gli altri, con Gianni Letta.

Sarebbe stato sicuramente un saggio, determinato ed equilibrato presidente della Repubblica: e, non a caso, nella primavera del 2013 fu il primo nome proposto da Pier Luigi Bersani e accolto con favore da Silvio Berlusconi. Doveva e poteva essere «anche» il garante di quel governo delle larghe intese (con tecnici di area dentro, dopo il naufragio di ogni altro tentativo di dare vita a un esecutivo politico. Ma furono proprio la bocciatura pubblica preventiva di Matteo Renzi e il "tradimento", nel segreto dell’urna, di una larga quota dei parlamentari del suo Pd a sbarrargli la strada verso il Quirinale. Eppure, Marini ottenne ben 521 voti a favore nel primo scrutinio, la maggioranza assoluta delle Camere riunite: sarebbe bastato che Bersani avesse mantenuto la sua candidatura fino alla quarta votazione e Franco Marini sarebbe salito al Colle. Ma non andò così e in fondo non si è mai capito il perché: di quella fase si ricordano sempre i 101 dem che non votarono Romano Prodi, ma la prima vittima del complottismo interno al Pd fu proprio Marini.

Chi ebbe modo di incontrarlo e stare con lui in quelle due, tre giornate cruciali, tra Palazzo Giustiniani e Spiriti, non poté fare a meno di osservare, anche in quella decisiva occasione, la fierezza composta del "lupo marsicano" di fronte alla cocente delusione per essere stato abbandonato proprio dai "suoi". Nessun rancore, nessun personalismo, solo politica. Anche in quel passaggio. "Non volevano le larghe intese  – spiegò a chi scrive – Ora, gli amici del Pd, dovranno accettare le larghissime intese". E così fu: il governo che venne vide insieme ministri Pd e ministri di Forza Italia. 

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