Grafico Noto Sondaggi
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Roma, 1 dicembre 2019 - Per analizzare il clima dell’opinione sull’ipotesi del ripristino del finanziamento pubblico ai partiti è necessario fare un passo indietro e esaminare prima di tutto quanta è la fiducia che gli elettori hanno nella classe politica e nelle organizzazioni di partito: il 5%. Sì, non si tratta di un errore di stampa, l’indice di fiducia non supera il 5% da almeno 4 anni. Un trend negativo che parte da lontano.

Per fare una comparazione, nel periodo di Tangentopoli, nei primi anni ’90 si attestava al 30%. Insomma non sono stati gli scandali politici con le mazzette che hanno scardinato la reputazione della classe politica, bensì probabilmente la percezione negativa che i cittadini hanno dell’azione politica, visto che in termini di potere economico e qualità della vita la situazione non è migliorata negli ultimi 20 anni, indipendentemente dai governi che si sono succeduti e dalle promesse fatte. 
È questo il dato cardine da cui partire per spiegare che oggi solo il 22% degli italiani sarebbe favorevole ad accettare una nuova legge che preveda il ritorno al finanziamento pubblico. Pertanto letta in questa maniera, la contrarietà non sembra avere basi ideologiche, piuttosto si caratterizza come una reazione punitiva contro le organizzazioni partitiche verso cui non c’è il minimo di fiducia. D’altronde anche i dati reali e non di inchieste demoscopiche restituiscono lo stesso scenario mettendo in risalto una consistente flessione anche nelle iscrizioni ai partiti. 

Basti pensare che dal 2015 a oggi gli aderenti alle organizzazioni politiche si sono ridotti della metà. Altro indicatore importante, questo, che conferma ulteriormente la scarsa affezione che i cittadini nutrono verso la politica. D’altronde non è il tema del finanziamento pubblico il termometro che misura lo stato di salute di una democrazia e il benessere della popolazione. Nei Paesi occidentali avanzati esistono diverse forme tra loro estreme. 
Negli Usa, per esempio, manca il finanziamento pubblico ma sia privati sia aziende (quindi anche lobby) possono, lecitamente, non solo devolvere dollari alla causa di una organizzazione politica, ma anche ottenere incarichi di prestigio proprio per il fatto di aver appoggiato un candidato o un partito che ha vinto. 
In Europa, invece, vige una sorta di regolamentazione tra finanziamenti pubblici e privati.

Per esempio in Germania è ammesso un sistema misto, ma comunque bisogna rispettare delle soglie massime sia per gli aiuti economici provenienti dallo Stato che dai privati. In Italia, invece, nel 2014 con la riforma Letta si è abrogato il finanziamento pubblico ai partiti (anche se prima era sotto forma di rimborso elettorale) e l’unica fonte di acquisizione di risorse economiche è diventata il 2 per mille, che comunque fa registrare introiti minori nelle casse dei partiti rispetto a prima. Infatti solo il 3% degli italiani dichiara di devolvere attraverso la dichiarazione dei redditi questa somma. 

Non solo. Ben il 67% afferma che sarebbe contrario all’ipotesi di dover versare obbligatoriamente il 2 per mille alle organizzazioni politiche. Un ultimo dato da evidenziare è ciò che più esplicita qual è oggi il rapporto tra italiani e partiti: il 44% dice che sarebbe favorevole a ripristinare il finanziamento pubblico solo se i partiti migliorassero la situazione economica dell’Italia, insomma una sorta di premio guadagnato sul campo e non un obolo da destinare indipendentemente dalla qualità dell’azione politica. Do ut des, dare per avere.

Nota informativa ai sensi dell'art.4 del Regolamento AGCOM - delibera n.256/10/CSP. Data di realizzazione del sondaggio: 30/11/2019. Committente: Quotidiano Nazionale. Campione: Panel Omnibus rappresentativo degli elettori. Tecnica di somministrazione delle interviste: Cawi. Consistenza numerica del campione: 1000. Rispondenti 91%.