Roma, 24 agosto 2018 - Cattivissimi. Hanno stampato magliette e manifesti. Canticchiando: "Una mattina/mi son svegliato/E Pisa ciao/Pisa ciao/Pisa ciao ciao ciao". Ancora: "’na mattina/mi son svegliato/ E Siena ciao/ Siena ciao Siena ciao ciao ciao...". Ma erano leghisti. Provocatori ebbri di felicità dopo aver conquistato le roccaforti rosse, certo. Però fotografi di una situazione per certi versi prima ancora culturale che politica. Antropologica, se volessimo fare i fighetti. Eh, sì, perché la crisi della sinistra sta tutta lì. Nei simboli infranti, devastati, ridotti in cenere. Prendi le feste dell’Unità. Alzi la mano chi, anche solo tre o quattro anni fa, avrebbe mai immaginato che la Festa di Pisa non ci sarebbe stata perché "i militanti sono stanchi". Meglio: talmente furibondi che provare anche solo a chiedergli di montare gazebo e cucine c’è da farsi correre dietro. Per non parlare del papocchio di Bologna. Qui di feste ce ne sono due. Contrapposte. Fosse vivo Renato Zangheri sarebbe scoppiato il finimondo.

Lontani quei tempi in cui un dirigente di primissimo livello, il piombinese Fabio Mussi (mai entrato nel Pd) raccontava che il sindaco di Berkley gli aveva detto, tra il riso e il pianto: "Negli Usa si fanno congressi che sembrano circhi, voi fate feste che sembrano congressi". Parole sagge che coglievano il senso di una grande festa popolare, dove non andavano solo i rossi. Un’apoteosi della serata del ‘paghi poco e godi molto’ (specie in senso gastronomico) aiutata da grandi dibattiti politici. E allora sul palco salivano Enrico Berlinguer, Giorgio Amendola, Giovanni Pajetta, Emanuele Macaluso che parlavano di minacce nucleari, di come riformare il comunismo (vabbè, l’importante è che ci credessero i compagni), del dialogo tra Est e Ovest, di letteratura come impegno politico, di storia del movimento operaio (in tal senso erano maestri del calibro di Della Peruta e Spriano)...

Ci furono anche i tempi in cui, alle feste dell’Unità, andavano i presidenti del Consiglio. Come nel 1999, a Modena. Bagno di folla per il premier Massimo D’Alema che raccontava aneddoti di vita comunista e di come uno dei dirigenti più in vista fosse chiamato per cognome dalla moglie. C’era il comizio, il giro tra gli stand, qualche foto (no, selfie no), e il portafoglio che, dopo generose bevute, si apriva per ‘la sottoscrizione’. Tempi lontanissimi, vivi nella memoria dei compagni che ora, magari, ineggiano a capitan Salvini. Basta qualche numero. Dopo il Sessantotto, il Partitone ripiglia fiato. E se nel 1972 c’erano, escludendo quelle provinciali, 4.607 feste, nel 1975 si arrivò a 7.059 feste (esempio: 50 solo a Livorno...).

E dire che le cose erano partite con tanta modestia. Si narra che la prima festa dell’Unità (copiata dai raduni del Partito comunista francese e del loro organo l’Humanité) si sia svolta a Mariano Comense e Lentate sul Seveso, Lombardia, nel settembre 1945, Italia appena liberata dal mostro nazifascista. Il nome? Grande scampagnata de l’Unità. Per non parlare del fatto che, nel 1979, il Partito ebbe l’idea di mettere in piedi anche le feste invernali dell’Unità a Folgaria o a Moena. Ora le feste ci sono ancora, ma durano poco. Si mangia e di politica neanche l’ombra. Ah. Piccolo particolare. Simbolico da morire: l’Unità non c’è più. E nemmeno Amendola che parlava de I comunisti italiani. Ora c’è Veltroni. Il quale, terrà una lectio magistralis (così, non è una battuta) sull’essere di sinistra oggi. Ambè. Come diceva quel compagno a fine anni Novanta? "Ora che siamo al governo dimostriamo di essercelo meritato: basta venire alla festa e si capisce perché ci hanno mandato a Roma". Il compagno non lo abbiamo ritrovato. Però, il suo ragionamento vale anche all’incontrario, no? "Ci hanno mandato via o quasi da Roma – si potrebbe dire – basta venire alla festa".