Ferruccio de Bortoli (LaPresse)
Ferruccio de Bortoli (LaPresse)

Milano, 12 giugno 2019 - Ci salvi chi può. Ferruccio de Bortoli è convinto che sotto sotto ce la faremo. Nonostante tutti i peccati capitali degli italiani. Nel suo ultimo libro (Ci salveremo. Appunti per una riscossa civica, Garzanti), si procede mescolando speranza e senso di smarrimento prima di capire che non è un delitto perfetto. C’è ancora un’Italia che è desta. 
È così de Bortoli? Ci convinca che ci salveremo.
«Ovviamente ci sono diversi ‘se’, forse troppi, ma penso che ci salveremo non tanto dalle crisi economiche, ma da un lento degrado morale se riscopriremo le virtù della cittadinanza migliore. La cosa più importante è ritrovare un vero senso civico».
Nella pratica di ogni giorno?
«Vuol dire essere responsabili delle proprie scelte, avere un grande rispetto per chi verrà dopo di noi, nella tutela dell’ambiente e del decoro, ma anche dal punto di vista degli investimenti nella formazione, nella cultura, nella crescita del capitale umano: il modo migliore per consegnare il nostro paese a figli e nipoti».
Lo slogan ‘Prima gli italiani’ inquina anche il senso civico?
«Non penso che oggi corriamo il rischio di trovarci di fronte a una nuova forma di fascismo, ma di perdere la memoria di ciò che è stato il Novecento, degli errori e delle tragedie commesse. Di perdere la divisione tra i giusti e chi si comportò male. Lo slogan prima gli italiani è sbagliato, ma lo posso capire perché i francesi dicono prima i francesi, gli americani prima gli americani... Se vogliamo applicarlo fino in fondo però, diciamo prima i giovani italiani».
Categoria negletta?
«I giovani italiani hanno meno diritti politici dei loro coetanei europei. Alle ultime elezioni avevamo un elettorato attivo di 18 anni, ma passivo di 24, il più elevato d’Europa. Non solo li costringiamo ad andare via, ma quelli che rimangono hanno meno diritti politici».
Dimenticati dalla politica?
«Le decisioni prese sono indirizzate dal fatto che essendo un paese molto vecchio le persone anziane hanno un peso politico più elevato, tanto vero che abbiamo parlato di quota 100, cioè andare in pensione prima. Un paese non può avere un grande futuro se spende più per pagare gli interessi sul debito e finanziare il passato di quanto investa per finanziare cultura, scuola e università, che sono il futuro». 
Il problema invece sembra solo l’arrivo dei migranti...
«Si deve avere un’immigrazione regolata, ma dovremmo anche prenderci gli immigrati migliori. Purtroppo gli immigrati migliori vanno altrove. Se dici prima gli italiani, poniti il problema del tasso di natalità, altrimenti nei prossimi 25 anni perderemo 6 milioni di italiani tra i 24 e i 65 anni. E se i giovani di qualità se ne vanno avremo sempre più un futuro precario».
In Europa molti giovani hanno votato i Verdi, partito minuscolo in Italia. Perché secondo lei?
«Se uno pensa che il futuro sia fuori da questo Paese, non si pone troppo il problema dello stato del Paese. Perché dovrei preoccuparmi dell’ambiente e della comunità che mi sta espellendo? Se ne occupino gli anziani. Trovo patologico che non ci sia una vera forza Verde in Italia». 
Il nostro Paese ha nostalgia di statalismo?
«Lega e 5 Stelle sono il portato popolare di un Paese che sa risparmiare, ma pensa che alla fine lo stato possa fare tutto, una grande mammella che distribuisce latte senza costi, con l’idea che il debito non ci appartenga. Non conoscono i fondamentali dell’economia. Non sanno che l’economia è l’amministrazione delle risorse scarse, non infinite. Non c’è nessun pasto gratis, non è la moneta che fa lo sviluppo ma il lavoro, il risparmio».
Bocciato il reddito di cittadinanza, quindi?
«Il lavoro bisogna trovarselo, bisogna fare fatica. Sennò il reddito di cittadinanza è un grande alibi alla pigrizia: il messaggio subliminale è che il lavoro è un mio diritto. Portatemelo a casa e io vi dico se mi piace o no».
L’alternativa?
«Ti alzi, ti muovi, fai come hanno fatto i migranti, le persone che sono andate in giro per il mondo tenendo alta la bandiera del nostro Paese e per fortuna si sono trovati in luoghi che non hanno detto prima gli americani, prima i brasiliani, prima gli argentini». 
Si torna al ‘Non è un paese per giovani’. E a una sua lezione di giornalismo: sempre scrivere le età nelle didascalie delle foto. Dovette fare una battaglia su questo al Corriere, discutendone con un potente banchiere...
«Sì è vero... Il nostro è un paese gerontocratico, abbiamo la classe dirigente privata con l’età più elevata. Anche persone straordinarie hanno finito per passare il testimone troppo tardi. Berlusconi è un esempio».
Il rimedio?
«Non è la rottamazione, ma una successione ordinata come negli
altri Paesi».
Ma allora come ci salveremo?
«Nel periodo delle leggi razziali ci furono persone che ebbero il coraggio di non essere indifferenti verso i destini del paese. Perché oggi siamo poco coraggiosi, timorosi, preda di pregiudizi? Possiamo essere più solidali e avere l’ambizione che il nostro paese possa avere un ruolo importante»?