Domenica 21 Aprile 2024

Fedele al Psi. Addio al socialista Intini. Braccio destro di Craxi, giornalista nell’animo

L’ex viceministro si è spento a 82 anni dopo una lunga malattia. Storico portavoce del partito. È stato anche direttore dell’Avanti!. In redazione non alzava mai la voce, sapeva come convincere i colleghi.

di Francescol Ghidetti

Il vecchio leone socialista ci ha lasciati. E per chi l’ha conosciuto, dicono, elaborare il lutto sarà impresa ardua. Sì, Ugo Intini era personaggio cui ci si affezionava facilmente. E sapete perché? Per la sua ingenuità, per il suo candore. No, non sembri un paradosso. Ugo Intini non era il politico classico. Diciamo che, con espressione abusata, era un "intellettuale imprestato alla politica". Nell’animo era rimasto un giornalista. Animato dalla "sacra passione" (parole sue) della politica, mai aveva scordato di aver diretto Il Lavoro di Genova e, soprattutto, l’Avanti!, il glorioso giornale socialista, organo ufficiale del Psi. Alle riunioni di redazione era di una calma olimpica. Mai nessuno che gli avesse sentito alzare la voce. Erano gli anni Ottanta, i favolosi anni Ottanta, per i socialisti rinati sotto la guida di Bettino Craxi: a differenza della vulgata diffusa dopo la ‘rivoluzione’ di Mani Pulite non imponeva la linea. La suggeriva e poi ti convinceva. Con le buone.

Una volta il cronista gli chiese come facesse a convincere e lui rispondeva: "Hai mai visto I tre giorni del Condor?". Intendeva dire che la sua arma segreta era la lettura, come l’analista della Cia interpretato magistralmente da Robert Redford. Perché Intini leggeva moltissimo. No, non era mondano. Affatto. Il suo tempo libero lo dedicava ai libri. E alla memoria (si veda il suo ultimo ponderoso saggio del 2022: Testimoni di un secolo). No, non andava a ballare o a bere aperitivi nei caffè chic della Capitale, di una Roma che pure amava tanto.

Insomma, faceva politica anche da fermo. Instancabile, era un socialista senza se e senza ma. Tra le sue affermazioni che più lo ricordano, una è esemplare: "Ringrazio il partito di non avermi impegnato in questioni di soldi". Erano gli anni della manette facili nei confronti del Psi. Intini non venne mai sfiorato da un sospetto e continuò a fare politica. Fece parte, infatti, dei governi Amato II e Prodi II nel nuovo millennio. Battagliando, sempre nelle fila socialiste (aveva aderito allo Sdi di Enrico Boselli prima e poi al risorto Psi di Riccardo Nencini e Enzo Maraio poi) con la penna e con la voce. Non nascose mai il suo anticomunismo ferocemente polemico: chi non ricorda la satira contro di lui che esortava il Pci-Pds a liberarsi del mito di Palmiro Togliatti tanto da essere sbeffeggiato con il nome di Ugo Palmiro Togliatti? Eppure, guarda i casi della vita, fu proprio col più togliattiano dei comunisti che Intini ebbe maggiore sintonia: Massimo D’Alema. I due si stimavano e c’è chi può serenamente testimoniare che proprio D’Alema in più di un’occasione lo difese dagli attacchi dei compagni.

Intini non ebbe mai la nausea della politica. Due anni fa ci rispose alla domanda su perché il Pd avesse così poco di socialdemocratico: "Forse il Pd è sfuggito a questo termine per non fare sino in fondo i conti con la storia". E come dargli torto? La sua ottica rimase sempre quella di un riformista senza altri aggettivi. Come Craxi, del resto.

Già, Craxi. Chi dà un ritratto di Intini come "servitore" di Bettino si sbaglia di grosso. Testimoni di quell’epoca possono testimoniare il contrario. I due si stimavano e si volevano bene, ma certo non evitavano di scontrarsi. Sull’azione e sull’idea. Esempio che può apparire marginale: il giudizio su Marco Pannella, un altro gigante della politica. Beh, Intini, a differenza di Craxi, non lo amava. "Troppo prolisso". Un difetto enorme per lui che della sintesi faceva un monumento intoccabile. Come alle riunioni di redazione. Stringeva la mano a pugno e ti diceva: "Lo so che ti piace la letteratura, ma falla breve che dobbiamo scegliere la foto di prima"...