Roma, 25 maggio 2019 - «Se c'è un partito di governo che chiede i voti per aprire la crisi di governo, lo dica il sabato agli elettori e non il lunedì». Giorno in cui, a giudizio di Luigi Di Maio, al rush finale di una campagna elettorale piena di veleni, tutti i «ministri leghisti dovranno cominciare a lavorare di più». A partire proprio dall’alleato-nemico Matteo Salvini, al quale il leader stellato ha mandato una sorta di ultimatum: «Sono settimane che continua a fare la vittima dicendo che lo insulto, mentre sono i suoi a minacciare la crisi di governo ogni giorno». Fino a arrivare, in serata, in piazza nel comizio finale a incalzare: «Basta schiaffi, unico nostro alleato è il contratto. Siamo stati troppo puri, ma basta schiaffi da ora». 

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Peccato, però, che al capo grillino un’ultima delusione gliela riservano i suoi: nel comizio di chiusura a Bocca della Verità, nella Capitale, si ritrova di fronte una piazza praticamente vuota per metà, con duemila persone e con Alessandro Di Battista che platealmente scende dal palco. Ma Di Maio ha passato l’intera giornata a puntualizzare su Salvini: «Nessuno lo ha mai insultato – ha contrattaccato Di Maio – abbiamo risposto quando andava a Verona con quelli che dicono che la donna deve stare a casa a pulire, oppure quando voleva tenersi stretto un indagato per corruzione, oppure quando ha chiesto di abolire il reato di abuso di ufficio, il che spalancherebbe le porte ai raccomandati».

E, quindi, chiarisce: «Il discorso è semplice: se tu offendi il mio Paese e la nostra cultura io il mio Paese lo difendo. La lotta alla corruzione è un valore non un insulto. Se ci si attiene al contratto lavoriamo tutti serenamente». Nell’ultimo appello allo zoccolo duro dell’elettorato, Di Maio ha lanciato una stilettata a Salvini: «Leggo di un sorpasso della Lega – ha detto a Otto e mezzo – siamo sempre stati sfavoriti, ma abbiamo sempre stupito. Vediamo domenica». 

Ma eccolo, dunque, evocato dallo stesso Di Maio, l’incubo che aleggia tra le file grilline in questa vigilia elettorale tesa che neppure il redivivo Alessandro Di Battista, per un giorno di nuovo sul palco ad arringare quel poco di piazza che c’era, ieri notte, davanti alla Bocca della Verità per la chiusura della campagna elettorale, è riuscito a stemperare. Il sorpasso. Dietro le quinte grilline si dà per scontato che l’alleato di governo, con ogni probabilità, farà meglio, complice la linea dura sui migranti e la sovraesposizione mediatica di Salvini. Sfondare il muro del 25% è l’obiettivo, quello che in casa 5 Stelle verrebbe letto come un successo: ben sopra il 20,5% incassato nel 2014, e con qualche seggio in più a Strasburgo. Certo, è un risultato lontano da quel 32% messo a segno alle ultime elezioni politiche, ma vorrebbe comunque dire che il M5s ha tenuto, dopo le battute d’arresto delle ultime regionali.

L’importante, viene spiegato nello stretto entourage di Di Maio, è restare in una forbice tra il 23 e il 25%. «Sotto» sarebbe un problema, «ancora più giù» una catastrofe. Ma, soprattutto, se la Lega dovesse fare parecchio meglio, le sorti del governo Conte «sarebbero davvero appese a un filo».