Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia (Ansa)
Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia (Ansa)

Bologna, 22 gennaio 2020 - Silvio Berlusconi arriva oggi a Bologna per lanciare la volata a Lucia Borgonzoni in vista del voto di domenica prossima. E ci concede una lunga intervista nella quale parla della possibilità di una storica vittoria del centrodestra in una regione da sempre amministrata dalla sinistra. Ma parla anche del declino del Movimento Cinque Stelle, del sempre attuale “caso giustizia“ in Italia e pure di tanti sentimenti privati: la sua amicizia con Craxi («Non ho visto il film e non lo vedrò, mi farebbe male»), poi un bilancio della sua vita e un auspicio: "Spero che i miei figli non entrino in politica, non voglio che subiscano quello che subìto io".

Presidente, ormai ci siamo: tra poche ore si vota in Emilia-Romagna. Per questa regione è l’elezione più incerta della storia. Lei fino a un paio di settimane fa era, se posso dire, "ottimista ma con prudenza". Oggi?
"Sono ottimista, perché tutti i segnali che ci vengono dall’Emilia-Romagna, come del resto dalla Calabria, sono di una voglia di cambiamento diffusa anche fra coloro che tradizionalmente votavano a sinistra. Una svolta in Emilia-Romagna sarebbe salutare per tutti, persino per il Pd: settant’anni di potere ininterrotto logorano anche la migliore classe dirigente, e non credo proprio che si possa definire così quella passata dal Pci al Pd attraverso i vari cambiamenti di nome, ma senza mai cambiare né facce né mentalità. Il 26 gennaio è un’opportunità storica, che i cittadini non si faranno sfuggire.

L’Emilia-Romagna ha però fama comunemente accettata di regione ben amministrata, da molto tempo. Insomma la sinistra vanta una tradizione positiva da decenni, è stata considerata un modello da seguire anche all’estero. Perché mai i suoi cittadini dovrebbero aver voglia di cambiare?
"Non sono d’accordo. Il modello Emilia-Romagna non è stato creato dalla classe dirigente di sinistra, è stato creato dalla laboriosità, dall’impegno, dalla coscienza civile dei cittadini emiliani e romagnoli. Su questo il Pci ha storicamente costruito un sistema di potere che ha bloccato la concorrenza, ha impedito il rinnovamento. E infatti il sistema Emilia-Romagna è in sofferenza da molti punti di vista. I principali indicatori economici sono negativi".

Se il centro-destra vince in Emilia-Romagna cade il governo?
"Se vince il centro-destra in Emilia-Romagna cambia la storia del nostro paese, perché la sinistra dimostra di non essere più rappresentativa dei tradizionali ceti di riferimento neppure nelle sue storiche roccaforti".

Dica la verità, presidente: se anche questa regione vede un trionfo della Lega, non teme un estendersi dell’egemonia di Salvini sul centrodestra?
"Vedo soltanto una brava presidente e un’ottima giunta che faranno ripartire l’Emilia-Romagna. Il resto appassiona solo il ceto politico che vive di pettegolezzi, non gli elettori e non me. In ogni caso per vincere e per governare, in Emilia-Romagna come a livello nazionale, il centro liberale, cattolico, garantista che noi rappresentiamo è necessario quanto la destra leghista. Noi siamo oggi i continuatori, i testimoni, i soli rappresentanti coerenti delle culture politiche su cui si fonda la civiltà occidentale, la nostra civiltà, la nostra libertà. Per questo il nostro ruolo è fondamentale".

Quando i Cinquestelle cominciarono ad affermarsi, lei fu forse il politico che li giudicò più severamente, dicendo che erano più pericolosi della sinistra. Oggi quel Movimento sembra aver esaurito la sua parabola. Anche lei pensa che stiano per estinguersi, o comunque diventare marginali? E se sì, perché?
"Considero il declino dei Cinquestelle irreversibile, e questo è un bene per il paese. Hanno ottenuto successo strumentalizzando il legittimo malcontento di molti elettori: ma l’invidia sociale, il linguaggio dell’odio, l’invettiva, il dilettantismo di chi non ha mai realizzato nulla nella vita non potevano essere un programma di governo. Messi alla prova dei fatti, sono falliti come era inevitabile, anche perché, non avendo un programma, sono divisi su tutto, salvo naturalmente l’attaccamento al potere a qualsiasi costo. Quello lo hanno imparato subito. Mi lasci aggiungere che oggi in Italia sembra essersi affermata una regola per cui non può diventare membro del governo chi nella vita ha combinato qualcosa di buono".

Lei ha subìto molti processi. Per i suoi nemici, giusti; per chi la sostiene, persecutori. La sua vicenda giudiziaria sembra in ogni caso ormai finita, ma il “caso giustizia” continua a far discutere. Anche molti esponenti di altri partiti pensano che alcuni giudici abbiano troppo potere di condizionare la politica. Che cosa non funziona a suo giudizio?
"Provo a riassumere in poche battute venticinque anni di battaglie garantiste, per le quali abbiamo pagato un prezzo altissimo. Non funziona un sistema nel quale una minoranza di magistrati possa determinare, per ideologia o per protagonismo personale, quello che succede in politica sovrapponendosi alla volontà degli elettori, in accordo con alcuni editori, con alcuni giornali, con alcune forze politiche di sinistra. A questa minoranza che oggi detta le regole sulla giustizia, tutto è permesso, dalla durata infinita dei processi alla violazione della vita privata di un cittadino innocente. Credo che questa sia la malattia più grave del nostro Paese".

Le chiedo se ha visto il film su Craxi, «Hammamet», e – se sì – che cosa ne pensa. Se non lo ha visto, le chiedo comunque un suo ricordo di Craxi a vent’anni dalla morte.
"Non l’ho visto e non lo vedrò. Ero molto amico di Bettino e mi farebbe male rivederlo in quella condizione di esilio e di sofferenza. Fra l’altro, a quanto mi dicono, l’interpretazione è estremamente realistica, nell’aspetto e negli atteggiamenti. Di lui voglio ricordare l’amico e lo statista, che tentò davvero di cambiare la politica del nostro paese, rompendo l’egemonia del Pci e della Cgil, e che pagò un carissimo prezzo per questo.

Lei ha avuto una vita molto intensa. Le chiedo qual è, fra le cose che ha fatto, quella di cui è più orgoglioso.
"Sono orgoglioso di avere costruito città modello che ancora oggi vengono studiate dagli urbanisti e dagli architetti di tutto il mondo. Sono orgoglioso di avere cambiato la comunicazione in Italia facendo nascere la televisione libera. Sono orgoglioso di essere il presidente di club calcistico che ha vinto di più nella storia del calcio mondiale. Sono orgoglioso di avere bloccato la sinistra post-comunista a un passo dal potere, e di avere avuto il privilegio di rappresentare per 10 anni il mio paese nel mondo. Sono orgoglioso di essere l’unica persona nella storia ad avere presieduto per tre volte il G8 e di avere condotto Russia e Stati Uniti a firmare in Italia l’accordo che poneva fine a cinquant’anni di guerra fredda. Ma, al di là di tutto questo, sono orgoglioso dei miei cinque splendidi figli e dei miei nipoti".

E qual è quella di cui, invece si pente: quella che non rifarebbe?
"Ricorda la bellissima canzone di Edith Piaf? “Non, Rien de rien! Non, Je ne regrette rien!” No, niente di niente, non rinnego niente. Non ho nulla di cui pentirmi. Naturalmente come ogni essere umano avrò commesso degli errori, ma sono sempre stati errori in buona fede, e legati soprattutto alla mia naturale fiducia nelle persone. Soprattutto in politica, questo può essere limite, ma io non posso fare diversamente. Mi ostino a credere e crederò sempre che in politica valgano le stesse regole che valgono nella vita, che lealtà, coerenza, rispetto della parola data siano valori e non debolezze".

Ci sarà, in futuro, un altro Berlusconi in politica? Intendo qualcuno dei suoi figli?
"Non credo. I miei figli sono naturalmente liberi di decidere delle loro vite. Ma io farò di tutto per evitarlo, se mai a qualcuno di loro dovesse venire questa insana idea. Non posso pensare, da padre, che debbano subire quello che ho subito io da quando sono sceso in campo, fino a oggi".