Lucia Borgonzoni e Stefano Bonaccini, candidati presidente della regione (FotoSchicchi)
Lucia Borgonzoni e Stefano Bonaccini, candidati presidente della regione (FotoSchicchi)

Bologna, 26 gennaio 2020 - Finirà come finirà, le elezioni di oggi segnano una svolta. Sono le prime in cui la regione rossa per eccellenza è contendibile, come d’altra parte dimostra il fatto che le ultime tre elezioni di respiro nazionale hanno visto prevalere in Emilia-Romagna tre partiti diversi: Pd nelle regionali del 2014, Movimento 5 stelle nelle politiche del 2018 e Lega nelle europee 2019. La novità è la fine di un modello, e anche di un mondo. Iniziato ben prima della Repubblica.

Basti pensare che nelle prime elezioni a suffragio universale, quelle del novembre 1919, il Partito socialista del romagnolo Nicola Bombacci ottenne in Emilia-Romagna il 60% dei voti, contro una media nazionale del 32. Gli emiliano romagnoli sono stati rigidi custodi di un monolite per cinquant’anni, fin da tempi del sindaco rosso Peppone, e frenetici interpreti del nuovo negli ultimi dieci: dalla nascita dei grillini nel 2007, alla prima vera penetrazione leghista sotto il Po nel 2019, alle stesse sardine di adesso. Da un po’ di anni Bologna capta il vento che cambia.

Le motivazioni di una svolta così radicale non si limitano alla sola Emilia-Romagna. Al di là del fatto che già una regione rossa è caduta, l’Umbria, e che scenario simile a quello di oggi si porrà presto anche per la Toscana e le Marche, c’è da dire che le difficoltà della sinistra in regione sono quelle riscontrate non solo in Italia ma addirittura in Europa. Non è però solo il trend nazionale a essersi invertito. Nelle regioni rosse esisteva una subcultura politica ben definita e un vincolo territoriale che si sono esauriti. Il voto di appartenenza si è scongelato, il consenso è tornato "libero" anche in zone dove prima si votava così perché così si era sempre fatto. Da quel momento in poi è contato il giudizio espresso volta per volta sui risultati raggiunti, condizionati per di più dalla incipiente crisi economica.

Così il tracollo del Pd emiliano nel 2018 e nel 2019, la perdita di città simbolo come Ferrara passata alla Lega e la Romagna ormai verde-Carroccio, i margini di vantaggio assottigliati anche lungo il resto della via Emilia si spiegano con le difficoltà di un’economia che ha visto il crollo di grandi coop (le "sette sorelle" tra tutte), gli scandali bancari che molti hanno poi bene o male addebitato al Pd (pensiamo a Carife), il depauperamento di alcuni distretti come il Ferrarese, la montagna e in certi casi la Romagna.

La sinistra ha cercato di attutire a livello locale la caduta ricorrendo alla gestione del consenso, ma poi quando a inizio anni Duemila sono stati ridotti drasticamente i trasferimenti che per anni avevano significato assunzioni, lavori, ordinativi, nomine, tutto è stato più difficile. La Cgia di Mestre ha calcolato che dal 2010 al 2017 agli enti locali del Paese sono stati tagliati 22 miliardi. La sinistra funzionava bene per distribuire certezze, quando le certezze sono finite è andata in crisi. In questo mondo che è mutato, è emersa da una parte la voglia di svoltare rispetto a un sistema di potere lungo decenni, dall’altra l’incapacità di una parte della classe dirigente a sintonizzarsi su nuove opportunità di sviluppo e di cogliere il desiderio di inediti modelli di partecipazione. Il dimezzamento della sinistra, che dal 2008 al 2018 in Emilia-Romagna ha perso 600mila voti, sono in gran parte qui. Se in fondo al barile sarà rimasto un avanzo di fiducia a cui attingere o prevarrà definitivamente il desiderio di cambiamento lo vedremo stasera.