Giuseppe Conte, 55 anni (ImagoE)
Giuseppe Conte, 55 anni (ImagoE)

Roma, 27 gennaio 2020 - La grande paura è finita. E il sospiro di sollievo che si leva dalla maggioranza è ancora più profondo delle attese: la cavalcata di Salvini in Emilia-Romagna si infrange sul muro eretto da Bonaccini. Un risultato che garantisce non solo la permanenza del governatore nella sede regionale di viale Aldo Moro, pure quella di Conte a Palazzo Chigi, che fa filtrare infatti la sua soddisfazione: "Il governo continua nella sua azione di rilancio del paese". Inutile nasconderlo: una sconfitta nella roccaforte rossa avrebbe reso impossibile resistere all’assedio del leader leghista e arrivare alla fine della legislatura. Malgrado il successo del centrodestra in Calabria, ora l’esecutivo può pensare a una ripartenza. O meglio, a una vera partenza dopo quella “falsa” di ottobre tanto che il premier squaderna una agenda che dalla sicurezza alle Autostrade è fitta di temi.

Soprattutto, ci sono le condizioni politiche e psicologiche per provarci. Sempre che la stampella “tarlata” pentastellata resista. Il vento che esce dalle urne emiliane cambia gli equilibri nella maggioranza ma non spazza via le divisioni tra alleati, lo spirito bellicoso di Renzi o il caos dentro M5s che, al contrario, pare destinato ad aumentare con buona pace del presidente del Consiglio che già considerava il Movimento il problema principale della coalizione. Il Pd, però, forte di un successo ottenuto senza il bisogno di ricorrere all’alleanza con i grillini, si trova nella situazione di chi può dare le carte e imporre il proprio indirizzo rivendicando posti chiave al governo. Significativa la scelta di candidare il ministro dell’Economia Gualtieri nel collegio di Roma centro, a nome di tutto il centrosinistra. D’altra parte, il leader di Italia viva, che era pronto a sottolineare l’incapacità del governo di fronteggiare la situazione per reclamare un cambiamento di linea e di premier, a questo punto deve rinunciare all’affondo. Ma resta da vedere quanto è lunga l’ombra che il tonfo pentastellato proietta sulla maggioranza.

Nei calcoli del Nazareno l’insuccesso dei Cinquestelle dovrebbe forzare la mano al Movimento e spingerlo all’abbraccio con i democratici, visto che dal voto emerge il rilancio del bipolarismo destra/sinistra. Ma non è detto che vada così perché le resistenze degli autonomisti (da Di Battista a Di Maio) sono forti tanto che c’è chi prevede una scissione. C’è da notare pure che la fretta di chiudere questa intesa, che in caso di sconfitta avrebbe sfiorato l’isteria, è mitigata: la minaccia leghista non è più alle porte di Toscana e Marche (regioni che assieme ad altre quattro andranno al voto in primavera).

Ciò non toglie che l’intenzione di chiudere in fretta la verifica e partire con un piano ambizioso di governo richiede una maggioranza coesa: per condurre in porto la riforma fiscale, fare politiche choc per l’occupazione e procedere con la svolta verde serve un’alleanza ferrea e coesa. I cinquestelle lo consentiranno? Di sicuro, è ciò a cui mirano Zingaretti e Conte, che escono invece rafforzati dal voto. Il leader del Pd, che alla vigilia aveva temuto di diventare un segretario azzoppato, resta saldamente in sella. Il premier, che nella sconfitta sarebbe stato la vittima sacrificale, da questo momento diventa un intoccabile. Con loro restano in...acqua le sardine: il successo è pure dei pescetti.