Pier Luigi Bersani (Ansa)
Pier Luigi Bersani (Ansa)

Roma, 26 marzo 2019 - "L’uomo non è fatto per la sconfitta", annotava Ernest Hemingway. Riflessione ancor più illuminante se a "uomo" aggiungi "politico". I Cinquestelle fanno una figuraccia epocale in Basilicata perdendo più della metà dei voti? Poche storie. In fondo, chiosano, siamo rimasti il primo partito. E poi il Pd è andato male. Punto. Ma chi si scandalizza per questo pensierino un po’ così, sbaglia. La Storia non avrà corsi e ricorsi come sosteneva Vico, ma ci si avvicina. L’impossibilità quasi fisica di ammettere la sconfitta attraversa tutta la storia dell’Italia repubblicana. A destra come a sinistra. Anche perché, diciamola tutta, per quarant’anni siano stati un sistema bloccato: il Pci così amico di Mosca non era considerato una valida alternativa ai partiti ‘occidentali’. E poi si votava col proporzionale, bastava mezzo punto in più per dichiararsi vincitori.

Epiche (e tenerissime col senno di poi) alcune espressioni (studiate da Filippo Maria Battaglia e Paolo Volterra in Bisogna saper perdere): "sostanziale tenuta", "riequilibro locale", "successo marginale", "segnale da non sottovalutare"; "piccola flessione" sino alla fantastica "non vittoria" del 2013 di Pier Luigi Bersani.

Perché un dato di fondo ha da esser chiaro: da decenni ce la cantiamo e ce la suoniamo – "siamo maggioritari" – ma il sentimento profondo del Paese è ancora proporzionale. Quindi, la storia va affrontata più con le armi della psicologia che della scienza politica. Come spiegare altrimenti, in quel lontanissimo giugno del 1979, il titolo dell’Unità (organo del Partito comunista italiano)? I comunisti presero due sberle, prima alle politiche poi alle Europee. E l’‘organo’ titolò il 5 giugno a caratteri rossi: "La grande forza del Pci si attesta oltre il 30%. Fallito il tentativo di ripristinare l’incontrastato predominio dc". Il Partitone aveva perso oltre 4 punti percentuali? Non importa perché "la nostra flessione è contenuta in proporzioni tali per cui possiamo dire che il Pci mantiene la sua forza". E un dirigente tra i più ‘a destra’ del Pci, Gerardo Chiaromonte, scandiva: "I nostri suffragi di oggi sono saldi, consapevoli, maturi". Da quell’anno (a parte nel 1984, anno della morte di Berlinguer) il Pci calò sempre.

E se proprio non è possibile annacquare il disastro, ecco che viene in mente il 2 giugno 1946. Elezioni per la Costituente. Ferruccio Parri, un grande italiano che ha combattuto armi in pugno il fascismo, e che ha guidato il governo, viene eletto per miracolo. L’amarezza è tale che il partigiano ‘Maurizio’ annota: "Nonostante la Liberazione, l’Italia è rimasta, in larga parte, lo stesso Paese fascista degli anni precedenti".

Molto tempo dopo, di fronte allo scioglimento della meteora di Scelta civica, Mario Monti non ci sta. sconfitti? Sarà, ma "senza di me Berlusconi sarebbe diventato presidente della Repubblica o del Consiglio. Senza di noi, il corso della storia italiana sarebbe stato diverso". Ecco, par di sentire un’eco del famoso "destino cinico e baro" quando Giuseppe Saragat e i suoi socialdemocratici le presero di brutto alle elezioni del 1953.

Per il politico saper perdere è impresa di Sisifo. E se poi fate il paragone coi leader europei, il quadro è illuminante. I nostri restano, loro, gli europei, se ne vanno. Dopo le batoste che cosa hanno fatto Kohl, Schroeder, Thatcher, Blair, Aznar, Jospin, Zapatero? Hanno preso cappello e si son congedati.
E gli esempi potrebbero essere mille. Palmiro Togliatti, dopo il disastro del 1948, parlò di "notevole rafforzamento della nostra influenza tra le masse", mentre Galloni, capo dei deputati Dc, dopo le Europee del 1979 – la Dc perse – scandì: "La nostra tenuta mi sembra veramente molto buona". Ma forse, il più bravo fu Pannella. Che, nelle dichiarazioni post-voto del 1983, conversando coi giornalisti, sostenne di aver votato scrivendo sulla scheda per la Camera "viva la vita, viva la Repubblica, viva la democrazia, viva il Parlamento". E apponendo la sua firma in fondo. Che artista.