Roma, 25 giugno 2018 - A urne chiuse, è tempo di bilanci e di analisi sul voto. Il turno di ballottaggio delle elezioni comunali 2018 ha assunto un valore che va al di là delle singole sfide locali, disegnando un quadro politico ben definito, in linea con i verdetti delle Politiche di marzo e con la formazione del governo giallo-verde: il centrodestra a trazione leghista continua a crescere, prosegue la caduta libera del centrosinistra nelle storiche roccaforti, il Movimento 5 Stelle si conferma macchina da ballottaggio (ma solo quando la sfida è contro il Pd). Basterebbe un dato, il numero di comuni amministrati dalle singole forze o coalizioni, tra quelli andati ieri al ballottaggio. Queste le analisi dell'Istituto Cattaneo, condotte da Marco Valbruzzi e da Rinaldo Vignati. Il Pd ne controllava 43 su 76 (nel conto dei comuni anche il III Municipio di Roma, una circoscrizione che da sola conta quasi 200mila abitanti...), cioè il 56%: adesso solo 27 vale a dire il 35,5%. Il centrodestra passa da 21 a 33; il Movimento 5 Stelle registra un pareggio a 5 comuni; le liste civiche, di diverse estrazioni, passano da 7 a 11. Insomma, il centrosinistra, dunque il Pd, è l'unica forza politica in perdita. Le sconfitte democratiche sono più numerose ed eclatanti nelle regioni dell'Italia centro-settentrionale, quelle che storicamente sono state definite "rosse". Il colore lì ormai è molto sbiadito, come hanno confermato già le Politiche di marzo, e sono rimaste pochissime roccaforti. Il crollo a Siena e Pisa, o anche Imola, per esempio, è una ferita che sarà difficile rimarginare, anche in previsione delle prossime elezioni regionali del 2019.

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ELETTORI A CACCIA DI DISCONTINUITA' - Come rileva l'Istituto Cattaneo, è forte in generale la richiesta di discontinuità: in 61 su 111 comuni maggiori l'amministrazione è stata sconfitta, in molti casi già al primo turno. Dunque si confermano tempi duri per chi governa, soprattutto a livello locale. Chi governo invece su scala nazionale, appunto l'inedita alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle, al momento gode ancora di credito tra gli elettori. Singolare il caso dei pentastellati: a livello territoriale sono ancora disorganizzati e dunque sono percepiti più come partito d'opinione di rilievo nazionale, ma quando arrivano al ballottaggio - seppur a fatica - si trasformano in partito "pigliatutti", in grado di attirare i consensi degli elettori esclusi dopo il primo turno. Pur avendo raggiunto il ballottaggio solo in 7 comuni su 76, il tasso di vittoria del M5S è pari al 71,4% (5 su 7), il risultato più alto tra tutti gli schieramenti in campo. In media, il Movimento è in grado di crescere, nel passaggio tra i due turni, di circa 31 punti percentuali. E vince soprattutto quando lo sfidante è del centrosinistra.

DOVE VANNO I VOTI GRILLINI - Proprio il comportamento degli elettori del Movimento 5 Stelle, oltre naturalmente alla evidente vittoria del centrodestra (che perde solo quando è diviso), è l'aspetto più interessante, secondo le ricerche del Cattaneo, di queste elezioni comunali. Nelle sette città considerate dai ricercatori - Pisa, Ancona, Terni, Teramo, Brindisi, Siracusa, Ragusa - non c'è un modello di scelta univoco per rispondere alla domanda "dove sono finiti 100 voti di elettori che al primo turno avevano scelto il M5S?". Certamente salta all'occhio il dato di Pisa: qui il 70% degli elettori pentastellati non ha avuto dubbi e si è schierato con il centrodestra, contro quello che viene percepito come "sistema", blocco di potere inamovibile da decenni, cioè il centrosinistra a guida Pd. Solo l'8,7% ha scelto il candidato democratico al ballottaggio. Dunque il contributo 5 Stelle all'affermazione del centrodestra a trazione leghista è stato decisivo. Il resto è andato nell'astensione, grande sfogatoio in realtà per molti elettori grillini nei ballottaggi presi in esame (a Siracusa, per esempio, il 93,9% non è andato a votare al secondo turno...). Anche ad Ancona, dove tuttavia si è poi confermato il Pd, il 35% circa dei pentastellati ha scelto il candidato del centrodestra (il 43% si è astenuto, gli altri hanno votato per la democratica Mancinelli). Il voto per i Cinquestelle ha caratteri diversi nelle diverse zone: al Sud è più mutevole e non segue necessariamente le scelte politiche dei vertici. Interessante comunque che anche dove il Movimento aveva portato un suo candidato al ballottaggio, una minoranza ha deciso di votare contro il proprio esponente. Così a Terni, dove il 14% ha preferito schierarsi al secondo turno con il leghista Leonardo Latini anziché con il grillino Thomas De Luca. O, ancora più significativo, a Ragusa, dove la giunta uscente era appunto 5 Stelle e il 18% degli elettori del Movimento ha spostato la propria preferenza su Peppe Cassì, candidato di Fratelli d'Italia e di una serie di liste civiche.

Certo, ogni singolo comune fa storia a sé, ma anche il quadro nazionale esercita una sua influenza sulle scelte di voto locali. Così, anche se a macchia di leopardo, si può osservare che l'alleanza nazionale lega-stellata si è in qualche modo riprodotta anche nei comuni, e solo in alcuni casi si è verificato il rifiuto più o meno ideologico dei grillini "di sinistra" di votare per un centrodestra caratterizzato dalle parole d'ordine (e di governo) della Lega di Matteo Salvini.