Elezioni 2018, Luigi Di Maio con Beppe Grillo
Elezioni 2018, Luigi Di Maio con Beppe Grillo

Roma, 6 marzo 2018 - Quando l’orizzonte appare nascosto da una fitta coltre di nebbia, la cosa migliore è aggrapparsi alle poche certezze disponibili. La prima è la situazione dei numeri attuale: non solo nessuno dei tre blocchi sul tappeto ha la maggioranza, ma tutti sono lontani dall’averla. Il centrodestra alla Camera si attesta infatti a una quota di circa 260 seggi, e per arrivare a 315 il passo è lungo. Ci sono i grillini espulsi, certo, ci sono gli eletti nelle circoscrizioni estere, ci sono sempre un po’ di responsabili ma la distanza appare sostanziosa. Il M5S ha poi ancora meno seggi, siamo intorno ai 230, ai quali peraltro sottrarre gli esponenti già estromessi prima di essere eletti. Per quanto riguarda il Senato la proporzione e la distanza dalla quota-governo sono le stesse.

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Da Mattarella al momento non filtra neppure un refolo di vento, e il Colle se ne sta ben lontano dalla polemica tra i partiti, in attesa che la polvere dello scontro si abbassi, ma al Colle sono coscienti che non sarà compito facile, perché, conti alla mano, non solo la matematica non offre una soluzione, ma neppure la rappresenta. Non basta infatti reclamare il governo del Paese, come hanno fatto ieri Salvini e Berlusconi da una parte e Di Maio dall’altra, occorre dimostrare di avere la concreta possibilità di formare una maggioranza. Cosa che al momento nessuno pare possedere. La chiamata fuori di Matteo Renzi annunciata ieri ha per di più tolto dal tavolo i voti del Pd o di parte di esso da qualsiasi ipotesi di sostegno o ai Cinquestelle (altra possibile maggioranza sulla carta) o al centrodestra. Le soluzioni naturali, quelle che farebbero imboccare alla crisi una via d’uscita rapida, si restringono. La prima l’ha fatta conoscere Matteo Salvini ieri mattina, spiegando che sarà premier di un governo di centrodestra alla ricerca di voti in Parlamento, la seconda aleggia un po’ più nelle retrovie già da domenica notte, e vede un sostegno leghista a un governo Di Maio. Ambedue le opzioni presentano però due sostanziose controindicazioni: nel caso della prima è che il centrodestra dispone di troppi pochi seggi per poter essere semi-autosufficiente; per quanto riguarda la seconda, i numeri ci sarebbero (230 deputati 5 Stelle e 119 circa della Lega alla Camera), ma ieri è stata esclusa espressamente da Salvini, tanto più che la negatività è l’alleanza esistente tra Lega e Forza Italia in tutto il Nord.

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Allora la situazione vede crescere il ruolo del Quirinale, che stante l’inesistenza di una exit strategy immediata potrebbe dover assumere una iniziativa forte, probabilmente da far maturare nel corso di qualche settimana. Si profilano espedienti intermedi, più sfumati.

Si parla di un governo istituzionale o di scopo affidato a uno dei futuri presidenti della Camere, o magari a un gabinetto di centrodestra con sostegni diffusi, con un profilo un po’ meno politico e più tecnico guidato a quel punto non da Salvini ma da un elemento di minor impatto mediatico e politico. C’è già chi fa il nome di Luca Zaia. Stesso schema, si sussurra, potrebbe avere come centro gravitazionale i Cinquestelle, anche se avendo meno seggi, per i grillini l’operazione appare più complicata. Due soluzioni che ricordano a parti invertite l’esperienza di Enrico Letta nel 2013. In fondo anche in quell’occasione ci fu una non-vittoria e serviva un governo per far decantare. Tutto passerà comunque dall’elezione dei presidenti delle Camere. Nessuno se ne nasconde l’importanza, anche perché il Quirinale potrebbe coinvolgere proprio uno dei due presidenti per una prima esplorazione. L’aria che tira è quella di offrire almeno uno scranno a un grillino, magari la camera Bassa, riservando quella Alta al centrodestra. Si parla del senatore Roberto Calderoli. Per tutto servirà comunque tempo. E viene in mente il Conte Zio: troncare sopire, sopire troncare. Per il momento l’imperativo è quello.

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