L'Aula del Senato (Ansa)
L'Aula del Senato (Ansa)

Il compromesso che si va profilando sulle due presidenze delle camere - una alla Lega e una al M5S - non è quell’"anticipo di maggioranza" di cui si era parlato qualche giorno fa. Uno dei mantra del post-campagna elettorale - si ricorderà - era che dalla votazione per la seconda carica dello Stato e per lo scranno più alto di Montecitoro si sarebbe potuto capire che aria tirava anche per palazzo Chigi.

Ma le difficoltà oggettive di una crisi che si va incartando e che più passano i giorni più si intravede come difficilmente risolvibile consigliano alle forze politiche un esito a suo modo meno "impegnativo" per tutti: assegnare le due presidenze ai partiti che sono usciti vincitori dal turno elettorale. Una soluzione salomonica, e che al di là della ovvia delusione di quanti nel Pd e in Forza Italia aspiravano a un posto al sole (Romani e Franceschini, tanto per fare due nomi) offre molti vantaggi a tutti: a Lega e Cinquestelle la possibilità di contare su un piccolo vantaggio nel momento in cui il Quirinale decidesse di affidare mandati esplorativi o addirittura pieni (magari in una seconda fase) a una carica istituzionale, a Pd e Forza Italia quello (speculare) di riversare su Lega e Cinquestelle l’onere dell’iniziativa politica.

E in un momento in cui tutti hanno più voglia di opposizione che di governo (almeno così pare) per paura di bruciarsi, ecco che non restare con il cerino in mano è una garanzia non da poco.