Il presidente Sergio Mattarella, ecco la sua strategia per il nuovo governo (Newpress)
Il presidente Sergio Mattarella, ecco la sua strategia per il nuovo governo (Newpress)

Roma, 6 marzo 2018 - “Ci pensa Mattarella”. “Ci fidiamo di Mattarella”. “Guardiamo con tranquillità a quello che farà Mattarella”. Tutti i partiti – vincitori e, un po' meno, sconfitti – alle elezioni del 4 marzo 2018, ma anche tutte le istituzioni italiane (BankItalia, Forze Armate, Consulta), europee (Bce, commissione Ue, governi dell'Eurozona) e internazionali (Ocse, FMI, Nato, paesi alleati d'oltreoceano, etc.) ripongono la loro massima fiducia, oltre che stima, nell'attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Ex deputato della Dc prima e del Ppi-Margherita-Pd dopo, estensore della legge elettorale maggioritaria con cui si è votato nelle elezioni politiche del 1994, 1996, 2001, detta Mattarellum, giudice della Corte costituzionale, Mattarella è stato eletto al Quirinale nel 2015, grazie a una maggioranza di centrosinistra con l'esclusione di FI (astenuta) e Lega e M5S (contrari), e resterà in carica sette anni, fino al 2022. In teoria, peraltro, sarebbero le nuove Camere oggi elette e che stanno per dare vita alla XVIII legislatura repubblicana, a trovarsi davanti il compito di eleggere il suo successore, anche se molti osservatori nutrono dubbi che esse riusciranno a dotare il Paese di governi stabili e, in ogni caso, di concludere il loro mandato nei tempi previsti dalla Costituzione (5 anni, appunto). Ma davvero il Capo dello Stato ha tutti questi 'super-poteri' e potrà sbrigliare una matassa politica così ingarbugliata, quella uscita dal voto di domenica scorsa, che vede due grandi blocchi vincitori (i 5Stelle, una lista singola, e il centrodestra, una coalizione di liste) e un blocco assai sconfitto (Pd e alleati minori di centrosinistra)? Dipende da molti fattori, e vedremo quali, ma andiamo con ordine.

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Per ora, il Colle tace (ma riceve email)...

Mattarella ha seguito lo spoglio e l'esito del voto in rigoroso silenzio, atteggiamento mantenuto nell'intera campagna elettorale. La sola eccezione, seppure non ha riguardato direttamente la persona del Capo dello Stato, è stata una 'prima assoluta' per i rigidi protocolli del Colle: la presentazione della “lista” di ministri e del “metodo” con cui erano stati scelti da parte del candidato premier dei 5Stelle, Luigi Di Maio. Il quale si è presentato prima al Colle, il 23 febbraio scorso, ricevuto non da un usciere qualsiasi, ma dal segretario generale del Quirinale, Ugo Zampetti, e poi ha spedito al Quirinale una mail (“mai aperta”, dicono al Colle) con l'intera lista dei ministri in pectore del Movimento. Una “sgrammaticatura” istituzionale, quella di avallare, anche se in modo silente, il gesto totalmente “scorretto” di Di Maio (premier e ministri, in base alla Costituzione, li nomina, appunto, il Capo dello Stato), ma di cui, a urne chiuse, si comprende forse il senso.

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Il pre-consultazioni: l'elezione dei presidenti delle due Camere.

Gli eletti, cioè i nuovi parlamentari (630 deputati e 315 senatori), appena verranno proclamati dalle corti circoscrizionali di appello, sulla base dei risultati ufficiali delle elezioni forniti dal Viminale (mancano ancora, anche se ha dell'incredibile, un pugno di sezioni), possono “registrarsi” nella loro Camera di appartenenza a partire dall'8-9 marzo. Il 23 marzo, un venerdì, si apre “la rumba”. Infatti, le nuove Camere sono già state convocate – lo ha deciso sempre lo stesso Capo dello Stato all'atto dello scioglimento ufficiale delle Camere che era stato decretato il 27 dicembre 2017 – per i loro primi atti. Atti non di scarso rilievo. Il primo, appunto, è nominare non i due presidenti delle Camere ma i due presidenti della Giunta per le Elezioni (che, solo al Senato, si somma con quella del giudizio sulle Immunità e le Decadenze dei senatori) che devono proclamare, in modo ufficiale, i rispettivi eletti. Per prassi, di solito, questa carica viene affidata a un esponente dell'opposizione. Già, ma chi rappresenterà, nelle nuove Camere, l'opposizione? Per ora, proprio non si sa.

Qualche nome in più arriverà, invece, dall'elezione dei due nuovi presidenti di Camera e Senato il cui iter, realisticamente, inizierà il 24 marzo. Ma anche qui c'è una differenza non da poco. Infatti, al Senato, dopo le prime tre votazioni, per le quali serve la maggioranza assoluta dei componenti dell'assemblea (161 voti su 312 membri, contando anche i sei senatori a vita, oltre ai 315 senatori eletti), si passa, dalla IV votazione in poi, al ballottaggio tra i due candidati più votati e, in caso di parità, passa il senatore più anziano (nel 1994 così Carlo Scognamiglio vinse su Spadolini). Morale: in tre giorni, il presidente del Senato 'deve' venire fuori. Non sono così facili, invece, le cose nella Camera dei Deputati: dopo la maggioranza dei due terzi richiesta nei primi tre scrutini, dal IV scrutinio in poi serve la maggioranza assoluta dei membri dell'assemblea (316 su 630 deputati), ma se non si trova si va avanti a votare “a oltranza”, così dice il Regolamento.

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Insomma, entro domenica 25 marzo avremo sicuramente il nuovo presidente del Senato (capo dello Stato supplente, per Costituzione) ma non è affatto detto che avremo il nuovo presidente della Camera: ci potrebbero volere ancora molti giorni. In ogni caso, entro il 27 marzo, devono essere costituiti i gruppi parlamentari e nominati presidenti, altro tassello importante in vista delle consultazioni al Quirinale. Ma chi saranno i nuovi presidenti di Camera e Senato e che indicazioni politiche daranno? Dipenderà, appunto, dalle maggioranze che si formeranno e, soprattutto, deputati e senatori dovranno rispondere alle prime, politicamente decisive, domande: 1) chi è “la maggioranza” (M5S+Lega? M5S+Pd? centrodestra+M5S?, centrodestra+Pd?); 2) la presunta maggioranza si spartirà le presidenze delle due Camere ? (esempio: una Camera, quella Bassa, ai 5Stelle, e una,quella alta, alla Lega, sulla base che sono i due partiti più votati alle elezioni?) o una delle due Camere verrà gentilmente concessa al terzo blocco (Pd+alleati), per quanto sia il più piccolo e il vero sconfitto, ma come gesto di “cortesia istituzionale” come si faceva una volta? Oggettivamente, allo stato, non si sa... In ogni caso, solo con l'elezione dei due Presidenti (e, ma più avanti, delle commissioni, permanenti e bicamerali) delle due Camere si potrà passare alla fase clou per la formazione del possibile nuovo governo, quella delle consultazioni formali e di rito al Colle.

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Il timing delle prime, 'vere', consultazioni.

Se quelli citati appena sopra sono i tempi per la formazione delle nuove Camere, realisticamente è impossibile pensare che, prima del 27 marzo (e già staremmo parlando di un mezzo miracolo...), i due rami del Parlamento siano nel pieno esercizio dei loro poteri. A quel punto, il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, salirà al Colle per rassegnare le proprie dimissioni nelle mani del Capo dello Stato e resterà in carica e, con lui, tutti i ministri solo “per il disbrigo degli affari correnti” come recita la formula di rito (fino a quel giorno, invece, sarà in carica “nei suoi pieni poteri”). Diciamo che, dal 27 marzo, queste procedure sono state espletate. Mattarella potrebbe, con una piccola forzatura sulla tempistica, ma con il fine di evitare il primo scoglio, figlio del calendario. Eh sì ci si mette pure il calendario a complicare la vita alla Politica italiana: dal 30 al 31, venerdì e sabato, fino a domenica 1 aprile, cade la Pasqua cristiana e in quei giorni le Istituzioni si fermano. Proprio per evitare un inizio al rallentatore non voluto, Mattarella inizierà il primo giro di consultazioni al Quirinale il 28/29 marzo, sempre che tutto abbia funzionato a dovere fino a quel giorno.

Sul Colle, salgano prima i presidenti delle Camere, poi i gruppi parlamentari congiunti di ogni partito di Camera e Senato, secondo l'ordine di grandezza, dal più piccolo fino al più grande. Prima domanda: il centrodestra si presenterà unito come somma di Lega+FI+FdI o diviso? Unito, forse. Seconda: i leader dei tre partiti ci saranno tutti e tre (Berlusconi, Salvini e Meloni)? Sicuramente sì. Terza: chi salirà al Colle insieme a Luigi Di Maio, per i 5Stelle? Insomma, Beppe Grillo ci sarà? Probabilmente no. Quarta: chi rappresenterà la delegazione del Pd, oltre ai due nuovi capigruppo, dato che il segretario del partito, Matteo Renzi si è dimesso? Probabilmente il presidente del partito, Orfini.

Quinta e ultima domanda: basterà il primo giro di consultazioni per formare nella testa del Capo dello Stato un'ipotesi di mandato – e di che tipo sarà? Pieno? Un pre-incarico? Esplorativo? - a una personalità politica rappresentante uno dei blocchi in campo (cioè uno dei diversi leader, può essere anche un non parlamentare ma non potrebbe essere comunque Berlusconi in quanto condannato), presente o meno in Parlamento, o a uno dei presidenti dei due rami del Parlamento, o a una figura terza, di caratura istituzionale? Beh, ovviamente, al momento non si sa... Siamo ancora agli inizi e, in ogni caso, diversi giorni se ne sono andati.. Diciamo il 2/3 aprile.

Le strade che potrà prendere Mattarella...

Il Capo dello Stato “nomina il Presidente del Consiglio e, su proposta di questi, i ministri” dice, secco e stringato, l'art. 92 della Costituzione. Tutto il resto è affidato alla 'prassi'... costituzionale. Un gioco di parole che dice molto: è una prassi e 'non ' è scritta in Costituzione! Bisogna, dunque, rifarsi al passato – i famosi 'precedenti' – e anche al buon senso (e galateo) istituzionale, oltre che, ovviamente, ai rapporti di forza politici. Vediamo almeno le tre grandi strade che il Colle potrebbe seguire.

Un incarico pieno. Mattarella incarica, formalmente, un leader di partito o una personalità indicata da quel partito di formare un nuovo governo. Il premier incaricato accoglie l'incarico “con riserva”, svolge a quel punto le sue, di consultazioni, e con tutti i gruppi che siedono in Parlamento. Poi torna al Colle e riferisce: chiede di sciogliere la riserva o rinuncia per l'impossibilità di trovare una maggioranza. Nel primo caso Mattarella da il suo via libera e il premier incaricato passa alla formazione del governo, il governo giura e si presenta davanti alle Camere per la fiducia. Se la ottiene, il governo parte. Se viene bocciato, si torna da capo. Ma se il premier incaricato rinunzia all'incarico o Mattarella ritiene non abbia, comunque, i numeri sufficienti, si riparte da zero.

Il pre-incarico. Mattarella, davanti a un quadro politico di forte instabilità e a numeri che nessuno riesce a garantire, si limita a formalizzare un pre-incarico. Di solito viene conferito a personalità istituzionali (i presidenti delle Camere) ma nel 2013 Napolitano lo concesse a Bersani. Dopo il giro di consultazioni del presidente 'pre-incaricato', questi torna al Colle e riferisce. Mattarella decide se sciogliere la sua, di riserva, e trasformare il pre-incarico in un incarico pieno, altrimenti ferma tutto e ricomincia il giro. Intanto, il premier pre-incaricato se ne torna a caso o, come successe sempre a Bersani nel 2013, finisce 'congelato'....

L'incarico con riserva. La differenza con il pre-incarico è sottile, ma c'è. Il presidente della Repubblica conferisce l'incarico, ma stavolta è il premier, appunto, a tenersi in tasca 'la riserva' perchè non è sicuro di poterla sciogliere, alla fine.

I 'generi' di governo che potrebbero nascere...

Qui si entra nel campo delle formule politiche, più che nei poteri presidenziali, anche perché Mattarella non è Napolitano e cercherà di limitare il più possibile “l'inventiva” presidenziale. Inoltre, molto dipenderà dal gioco delle diverse forze politiche e dalle possibili combinazioni di alleanze ad oggi ben poco ipotizzabili. In ogni caso, le formule di cui si parla sono sostanzialmente tre: un governo 'politico'. O fondato sull'asse M5S-Lega o su quello M5S-Pd, o ancora su quello centrodestra con M5S o Pd, sarebbe un governo pienamente 'politico', con una maggioranza certa, a prescindere dalle chanches di durata.

Il premier si sceglierebbe i suoi ministri sulla base dei rapporti di forza dei partiti e dei gruppi che lo sostengono.

Un governo 'tecnico'. La formula è impropria perché tutti i governi sono politici, devono cioè avere una maggioranza. Meglio chiamarlo governo 'istituzionale', di 'larghe intese', o di 'salvezza nazionale'. Con nomi (dal premier ai ministri) scelti, sostanzialmente, dal Capo dello Stato e non dai partiti, avrebbe sostanzialmente solo il compito di traghettare il Paese a nuove elezioni, ma non prima del 2019 inoltrato. Si troverebbe, quindi, a dover varare la manovra di bilancio e, forse, a dover scrivere una nuova legge elettorale per poter andare a nuove elezioni. Da questo punto di vista lo si può chiamare anche governo 'di scopo' o governo 'a termine' (altri termini, però, istituzionalmente assai poco corretti). Più che il voto convinto dei partiti e dei gruppi, avrebbe in realtà una sorta di 'non sfiducia' o di 'astensione attiva' da parte loro. Infatti, il precedente è quello dei governi della “non sfiducia” o delle “astensioni” che caratterizzarono il triennio 1976-'79: a guida Andreotti, vedevano l'appoggio di Dc, Pci, Psi, altri.

Un governo 'balneare' o 'ponte'. Nel caso della conclamata e prolungata impossibilità a formare ogni tipo di governo, al Capo dello Stato non resterebbe che rimandare, al più presto possibile, il Paese al voto. Con una manovra ancora da fare e senza neanche una nuova legge elettorale. Potrebbe nominare una figura terza (uno dei presidenti delle due Camere) per tenere in vita, per pochi mesi, un esecutivo di questo genere oppure tenere in piedi il governo attuale, a guida Gentiloni, pur se dimissionario. Sarebbe una scelta solo di Mattarella che, subito dopo l'estate (in quel caso prenderebbe la forma di governo 'balneare') o addirittura entro l'estate, cioè a giugno, rimanderebbe il Paese alle urne. Il governo così si limiterebbe a prendere pochi e urgenti provvedimenti e nulla più. Ma prima di compiere una scelta del genere, Mattarella darà fondo a tutte le sue capacità di iniziativa e di persuasione. 

"Io, primo senatore nero. Bisogna difendere i confini"