Donna Assuna Almirante (Newpress)
Donna Assuna Almirante (Newpress)

Roma, 3 giugno 2018 - È un pomeriggio di cielo volubile e ricordi. Nel suo appartamento ai Parioli pieno zeppo di cimeli, Donna Assunta Almirante conquista il centro del salotto con la scioltezza di chi non ha niente da rimpiangere e, volendo, parecchio da raccontare. Gli occhi azzurri di Giorgio la incrociano da fotografie e ritratti. Lei, a 97 anni, è vedova, mamma, nonna. Ma soprattutto è la memoria di una destra italiana (e romana) attorcigliata tra slanci e recriminazioni. 
Raffaella Stramandinoli, la ragazza di Catanzaro che si innamorò di Giorgio Almirante diventando Donna Assunta per giocosa distinzione, pesca nel passato e si diverte: «Se qualcuno dice ‘Raffaella’, certo che mi giro. Ma Assunta è sempre stato il mio vero nome, che da secondo – al battesimo – si è mangiato il primo».

Con Almirante amore a prima vista?

«Io ero sposata con il conte Federico de’ Medici. Lui con la brasiliana Gabriella Magnatti. Ci siamo conosciuti in Calabria, dove Giorgio girava come un pazzo per comizi e sezioni del Movimento sociale. Viaggiava in treno in terza classe. Veniva da una famiglia di attori, sapeva sedurre. Ci siamo rivisti a Roma: non ci siamo più lasciati».

Irregolari di destra sfidando i benpensanti?

«Era la nostra storia. Anche se a molti non piaceva».

Tre figli dal primo matrimonio – Marco, Marianna, Leopoldo –, una con Almirante – Giuliana – e infine il matrimonio religioso dopo 17 anni insieme. Una famiglia insolita. Trasgressiva?

«Faccia lei. Delle mie nozze, nel ‘69, non ho neppure una foto. Giorgio era in clinica, malato. Il nostro fu un ‘matrimonio di coscienza’ davanti a un monsignore amico, dopo la morte del mio primo marito. Giorgio aveva già una figlia (Rita), ma si era sposato solo civilmente a San Marino e poi si era separato all’estero. In Italia il divorzio non c’era».

Debuttò nel 1970 e poi fu messo in discussione dal referendum del 1974. Il Msi stava con il Vaticano e con la Dc. Almirante, in privato, cosa pensava?

«Entrambi eravamo favorevoli al divorzio. Lui si sottomise alla disciplina di partito. Io no».

Votò con radicali e comunisti.

«Sono sempre stata di destra. Ma anche un po’ di sinistra, nel mio intimo».

Una dissidente in famiglia?

«Penso con la mia testa».

Dal 1952 al 1988: 36 anni al fianco dell’uomo simbolo di un’area politica non sdoganata. Politica a pranzo e a cena?

«Il partito era la vita. A Giorgio allacciavo le scarpe e sceglievo le giacche. Ma ero anche la sua coscienza critica».

Le sensazioni più vive?

«Orgoglio e frustrazione. Orgoglio per aver traghettato la destra italiana nella democrazia. Frustrazione per la lunga esclusione del Msi dall’arco costituzionale».

Oggi la destra è al centro della scena in Italia, in Europa, persino negli Stati Uniti.

«Mi aspettavo accadesse prima. Le istanze della destra sono immediate, naturali».

Che direbbe Almirante dell’Italia uscita dalle elezioni?

«Non direbbe. Farebbe. Sarebbe al centro della mischia. Non si è mai risparmiato».

Si è mai pentito? Dell’adesione alle leggi razziali, per esempio.

«Erano anni cupi condizionati da un prevalente senso di disciplina. Lui, fascista, era segretario di redazione al giornale La difesa della razza. Poteva sottrarsi? No. Ma non è mai stato antisemita. La vede quella targa? È di un’ebrea, Daniela Coen Bottai, che ha voluto testimoniargli il suo affetto. Non solo. Aiutò la famiglia di Emanuele Levi. Ricambiato dopo il 1945, quando per i ragazzi di Salò la vita quotidiana era pesante».

Dentro l’etichetta ‘fascisti’ c’era di tutto. Congressi urlati, aree grigie, bande nerissime.

«La sua condanna del terrorismo è sempre stata netta. La legalità doveva vincere. Diceva: ‘Se un missino commette un reato, pena doppia!’. Da segretario ha lavorato per comandare ed evitare divisioni. Mai stato facile».

La seduzione dell’ordine?

«Macché. È la storia di noi italiani. Grande tendenza alle divisioni. Ne soffro. Vedo un Paese fragile in un mondo spietato».

Ora che le idee di destra sono al governo, non ci sono ex missini a rappresentarle. Una sconfitta?

«Tra i colonnelli del partito non c’è stato nessuno in grado di raccogliere l’eredità di Almirante. Ma l’idea di una destra democratica ha vinto. La designazione di Fini, dirigente nato dopo il ’45, rappresentò il taglio storico. L’idea era giusta, l’uomo sbagliato».

Lei fu tra gli sponsor.

«Troppa velocità nel liquidare il passato. Dalla ‘svolta’ di Fiuggi, solo errori. E sfilacciamenti».

An, poi Fli, La Destra, Fdli, Forza Nuova, Casa Pound.

«È il Paese che corre scomposto. Anche a sinistra tutto è cambiato. Forse perché mancano uomini come Giorgio Almirante o Enrico Berlinguer. Politici con un forte senso morale. Lontani da ogni meschinità. Sto ancora male se penso alla casa di Montecarlo, eredità del partito, finita ai familiari di Fini».

Chi detesta?

«Gli ipocriti, i cattivi, i superficiali».

Chi apprezza?

«Chi ha cuore. Chi rispetta gli altri. Giorgio andò al funerale di Berlinguer in silenziosa fila. Quando lui morì, il Pci mandò Nilde Iotti e Gian Carlo Pajetta. Fu un reciproco riconoscimento di leadership e di rappresentanza. Che sarebbe potuto avvenire prima. All’Italia delle demonizzazioni avrebbe fatto solo bene».