Il Pd ritrova l’unità sugli unici comuni denominatori possibili in questo momento, che sono il No forte e soprattutto corale (Emiliano a parte) verso un governo Lega o Cinquestelle, e la non-elezione di un segretario con pieni poteri. Per adesso si va avanti con Martina e una conduzione collegiale, che sono esattamente quei «caminetti» che Matteo Renzi la scorsa settimana aveva detto di non volere. E che in realtà non hanno mai portato bene alla sinistra, perché in genere forieri di interminabili e autoreferenziali discussioni fatte attraverso le colonne dei giornali.

La conclusione della direzione non era scontata (si era parlato anche della possibilità di individuare una data per le primarie e avviare la fase congressuale) e vede tutto sommato uscire garantita la posizione dell’ex segretario. Per quanto sconfitto e dimissionato, Renzi gode di una discreta maggioranza in direzione e in assemblea e non avrebbe per niente gradito l’indizione immediata di un nuovo congresso che per forza di cose avrebbe rinnovato le posizioni in campo, ridistribuendo le carte e presumibilmente facendogli perdere quella golden share che attualmente possiede e con la quale intende condizionare il futuro del partito. Certo, le cose per lui cambieranno e tanti che erano saliti sul suo carro sono pronti a saltare dall’altra parte, ma la partita è ancora lunga e lui ci sarà fino alla fine come ha ricordato nella e-news appena prima di entrare al Nazareno.