Roma, 12 marzo 2018 - E giunse la resa dei conti. La direzione Pd di oggi, dopo la sonora sconfitta elettorale, ha sancito l'inizio del confronto interno alle varie anime dem, ma non di un vero addio a Matteo Renzi. L'ex segretario dimissionario infatti, pur non presentandosi al Nazareno,  non si è fatto certo da parte: poche ore prima della riunione del 'parlamentino' Pd è intervenuto sulla Enews per annunciare battaglia e soprattutto per dettare - anzi ribadire - la linea del partito: stare all'opposizione.  Scrive Renzi: "Io non mollo. Mi dimetto da segretario del Pd ma non molliamo, non lasceremo mai il futuro agli altri".

E opposizione sarà. Dopo 5 ore esatte di discussione (con il plauso finale di Renzi), la direzione ha approvato il documento finale che di fatto recepisce la relazione del vicesegretario Maurizio Martina, che in sintesi parla di collegialità, nega la necessità di congresso o primarie subito rinviando tutto a non prima del 2019. Ci sarebbero stati 7 astenuti, che dovrebbero far capo all'area Emiliano. Nessun contrario. 

Sul palco, nella sede Pd, si sono alternati i big e la linea prevelente - chiara fin da subito - è stata quella espressa nella sua relazione iniziale dal vicesegretario Maurizio Martina, che traghetterà il partito fino all'assemplea di metà aprile. Toni un po' fuori dal coro, però, vengono da Gianni Cuperlo, che apre all'ipotesi di un esecutivo di scopo e soprattutto dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, che pur dando fiducia a Martina chiede garanzie sulle dimissioni della segreteria perché sulla disfatta elettorale "tra noi le responsabilità sono diverse".

Una curiosità: alla direzione prende parte anche il neo-tesserato ministro Carlo Calenda: è la prima vola che il titolare dello sviluppo partecipa al parlamentino dem.

Quando ancora la direzione deve terminare, Luigi Di Maio twitta una frase pouttosto eloquente:

Correnti e numeri in Parlamento

LA LETTERA - E' Matteo Orfini, alle 15, a leggere la lettera di dimissioni di Matteo Renzi, che come ex segretario non partecipa alla riunione. "Caro presidente, rassegno le mie dimissioni preso atto del risultato delle elezioni - è il breve testo - L'effetto immediato di questa lettera è di avviare le procedure: c'è un mese di tempo per avviare l'assemblea".

La fase di transizione, come da statuto, è affidata al vicesegretario Maurizio Martina. Fino all’Assemblea, che si terrà intorno al 15 aprile e sarà chiamata a decidere sul nuovo segretario.

LA SCHEDA / Cos'è e come funziona il 'parlamento' dem

MARTINA - Il vicesegretario assicura: "Con il vostro contributo cercherò di guidare il partito nei delicati passaggi interni e istituzionali a cui sarà chiamato. Lo farò con il massimo della collegialità e con il pieno coinvolgimento di tutti, maggioranza e minoranze, individuando subito insieme un luogo di coordinamento condiviso. Chiedo unità". Poi l'appello a Lega e M5S: "Alle forze che hanno vinto diciamo una cosa sola: ora non avete più alibi. Ora il tempo della propaganda è finito. Lo dico in particolare a Lega e Cinque Stelle: i cittadini vi hanno votato per governare, ora fatelo. Cari Di Maio e Salvini prendetevi le vostre responsabilità". E ribadisce la linea: il Pd "continuerà a servire i cittadini dall'opposizione, dal ruolo di minoranza parlamentare".

GLI INTERVENTI - Graziano Delrio esordisce ringraziando Renzi e aggiunge: "Abbiamo ricevuto una cartolina netta, chiara, dagli elettori. Noi staremo dove ci hanno messo gli elettori: all'opposizione". Delrio predice: "Quando il Paese si renderà conto che le promesse saranno irrealizzabili, gli elettori chiederanno conto", sottolineando che il Pd è pur sempre "il secondo partito italiano, staremo uniti".

Una frecciatina viene da Gianni Cuperlo, della sinistra Pd: "La responsabilità intera non va scaricata sul segretario, coinvolge una classe dirigente e ha radici che vengono da lontano, ma se vogliamo affrontare ciò che ci dice il popolo italiano serve un cambio di linea e nell'intervista di questa mattina non l'ho riscontrato", dice. E pur rifiutando un accordo con i 5 stelle, apre a un governo di scopo: "Noi non dovremo fare la stampella di nessuno, ma non credo che si debba escludere la terza forza del Parlamento della Repubblica dal compito che deriva dalle urne e che è fare politica: usare il consenso per cercare lo sbocco possibile, anche con l'ipotesi di un governo di scopo che si rivolga al complesso degli schieramenti con un programma limitato e poi il ritorno alle urne". La proposta della sinistra dem? "Azzerare la segreteria e costituire subito una collegialità che coinvolga la ricchezza del nostro pluralismo. Colmando la ferita prodotta in quest'ultima notte sulla composizione delle liste".

Da parte sua Cesare Damiano sottolinea: "Non dobbiamo cercare un capro espiatorio e non possiamo addossare tutte le colpe a Matteo Renzi. Ma in questi anni abbiamo fatto degli errori, come nel caso della buona scuola e del jobs act. Adesso dobbiamo voltare pagina e Martina nella sua relazione offre una pista di ragionamento, che è quella di ripartire dal basso".

ORLANDO SPARA A ZERO - Il ministro della Giustizia Andrea Orlando sottolinea: "Tutti abbiamo responsabilità, ma tra noi le responsabilità sono diverse". Per Orlando serve una discussione profonda "che credo sarebbe dovuta essere fatta all'indomani del referendum, che ci offriva esattamente lo scenario che in modo enfatizzato ci hanno consegnato le urne. Cioè due nazioni dentro lo stesso Paese. Il Nord e il Sud, la città e la periferia, gli adulti e i giovani. Oggi il voto ci consegna un doppio bipolarismo. Se avessimo provato a fare quella discussione dopo il referendum, forse potevamo attenuare gli effetti di un'onda che indubitabilmente c'è". Poi sgancia la bomba: "La collegialità è essenziale, non è una concessione ma un'assunzione di responsabilità", dice chiedendo le dimissioni della segreteria. "Non guardateci male se chiediamo qualche garanzia. L'ultima direzione ha creato un vulnus nei rapporti", afferma.

Quanto a Renzi, sottolinea Orlando, "Evitiamo strategie maoiste: non credo che nel partito si possa fare a meno di ciò che ha rappresentato Renzi in questi anni, sarebbe una cretinata. Ma non penso neanche che qualcuno possa pensare che mentre qualcuno si carica il peso della transizione, si defila e spara sul quartier generale, secondo una strategia inaugurata dal presidente Mao Tze Tung". 

 Michele Emiliano, che resta l'unico a proporre un appoggio ai 5 stelle, in direzione dice: "La mia area darà un'astensione di incoraggiamento a Martina: collaboreremo con il segretario, e faremo in modo che questo Paese abbia un governo nel minore tempo possibile".

Si susseguono gli interventi: Monica Cirinnà chiede una "vera discontinuità collegiale", Piero Fassino approva l'inizio di una "fase nuova", Dario Nardella dice 'no' ai processo contro il capo", De Vincenti ricorda che "la gente ci ha percepito lontani dai problemi.

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GENTILONI: DIMISSIONI ESEMPIO DI STILE - E a fine direzione arriva il placet di Paolo Gentiloni. Dopo le voci di un attrito tra il presidente del Consiglio e Renzi, arriva il tweet che sancisce l'approvazione del premier. "Le dimissioni di Matteo Renzi esempio di stile e coerenza politica - scrive Gentiloni -. Dalla sconfitta il Pd saprà risollevarsi, con umiltà e coesione. Ora fiducia in Maurizio Martina". 

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