Paolo Savona (Ansa)
Paolo Savona (Ansa)

Roma, 31 maggio 2018 - La carta che vince, il jolly da pescare nel mazzo, come sostituto di Paolo Savona nel delicatissimo ruolo di ministro dell’Economia di un risorto governo giallo-verde, può essere Pierluigi Ciocca. Una vita in Bankitalia, nella short list dei possibili successori di Fazio (2005) prima e Draghi (2011) poi, Ciocca era nel team che lavorò, nel 1996, al tasso di cambio lira-euro e accompagnò l’allora ministro del Tesoro, Ciampi, a Bruxelles, dove la delegazione italiana riuscì a strappare quota 990 lire per marco come base di calcolo per l’euro. Un vero successo. 

Un nome non facile da digerire per Salvini e i suoi. E per la Lega sarebbe un paradosso accettare come ministro-chiave un economista che scrive "l’uscita dall’Euro va respinta senza se e senza ma". Dalla Lega fanno sapere che "Salvini ci sta pensando". L’ipotesi sarebbe, in alternativa, di spacchettare il ministero: Bilancio a Ciocca e Finanze a Savona. Del resto, Ciocca è l’asso di denari di Di Maio, ma chi dà la carte è Salvini, e in lui, dicono i pentastellati come gli azzurri, "cova una sola tentazione: andare presto al voto".

Ieri, tanto per cambiare, un’altra giornata sulle montagne russe. Cottarelli va al Quirinale di prima mattina ma ne esce muto. Il Colle "attende sviluppi". In buona sostanza, il governo tecnico nascerà (e sarà, probabilmente, destinato a morire subito) solo se non "matureranno le condizioni" per far nascere un governo politico. Speranza che paradossalmente si continua ad auspicare al Colle, dove però tutto è pronto per portare il Paese alle urne anticipate: il 29 luglio o il 5 agosto o a settembre. E le voci su una "fiducia tecnica" al governo Cottarelli, via astensione di tutti gli altri gruppi, si scontrano su un muro, fa notare Roberto Giachetti, esperto d’aula del Pd: "Inutile astenersi se i 5 Stelle votano contro perché i no batterebbero i sì". Intanto, i 5 Stelle si riuniscono negli uffici della Camera mentre i leghisti si godono la scena degli alleati allo sbando. Salvini e Di Maio fanno a braccio di ferro via agenzie, con il leader leghista fermo su Savona e Di Maio pronto a cedere su tutto. 
 
Infatti, a metà pomeriggio, il leader stellato sale al Quirinale, offre mille scuse a Mattarella e gli chiede "un aiutino" per risolvere la crisi. Il capo dello Stato, dotato di pazienza infinita, glielo concede e fa rinfoderare a Cottarelli una lista di ministri già pronta. 

La Castelli, per conto di Di Maio, chiede a Savona un formale (e brutale) passo indietro, Di Maio formula il suo invito pubblico a Salvini ("Confermiamo la squadra di governo ma con Savona altrove"), ma il leader leghista nicchia. I suoi colonnelli, da Giorgetti a Fontana, si mostrano scettici, ma in serata Salvini riapre la partita: "Spostare Savona? Lo chiederemo a lui. L’idea di Di Maio è strana, ma io in ogni caso non ho mai chiuso la porta, lavoro per dare un governo al Paese". Ambienti leghisti fanno trapelare che Salvini, alla fine, dirà di no al compromesso, altri che cederà. La verità è che nell’angolo c’è solo l’M5S: ha paura del voto subito, Di Maio è contestato all’interno, da Fico fino a Grillo, e ha perso credibilità. Salvini, invece, è win-win: se torna al governo giallo-verde lo fa alle sue condizioni, se si vota vince, se il governo dura qualche mese gli riesce di cambiare la legge elettorale e mangiarsi il centrodestra.