Luigi Di Maio, 33 anni, è capo politico del M5S e ministro degli Esteri (ImagoE)
Luigi Di Maio, 33 anni, è capo politico del M5S e ministro degli Esteri (ImagoE)

Roma, 11 gennaio 2020 - L’importante non è il quando, ma soprattutto il come. L’uscita di scena di Luigi Di Maio dal vertice del M5s è questione ritenuta strategica da chi, in queste ore, sta pianificando un momento di passaggio delicatissimo per i grillini. Che avrà il suo culmine tra il 13 e 15 marzo prossimi, quando andranno in scena gli ‘Stati generali’ stellati. In sostanza il primo ‘congresso’ politico dal momento della fondazione. E a questo appuntamento Di Maio dovrà arrivare già dimissionario. E pure da parecchio con Vito Crimi, il più anziano degli eletti, reggente del Movimento. Un modo per Di Maio per non essere definitivamente ’bruciato’.

I tempi consentiranno, infatti, di far decantare la rabbia dei molti ’anziani’ lasciati fuori dal suo strettissimo cerchio magico, ma anche da chi – pur alla prima legislatura – si è trovato davanti all’esatto contrario di quel Movimento in cui aveva creduto; decisioni verticistiche e calate dall’alto, assenza totale di confronto e cesarismo del leader. Per non parlare di Rousseau e dell’anomalia del ruolo di Davide Casaleggio.

Tutto questo, si diceva, dovrà essere spazzato via. La data che si ipotizza per questo show down, che i dimaiani continuano a negare fino allo sfinimento e definita "surreale" dallo staff del capo politico, è forse quella del 21 gennaio. A una settimana dalle regionali in Emilia e in Calabria (dove la débâcle grillina è data per scontata), ma soprattutto il giorno dopo la nomina dei facilitatori regionali, che con quelli nazionali andranno a comporre la struttura del nuovo partito a 5 stelle. Di Maio, a quel punto, avrà compiuto il suo percorso di traghettatore e potrà lasciare la guida al ‘team del futuro’, cabina di regia del Movimento da lui scelto, fino al momento degli Stati generali, forse ad Assisi, forse a Torino, si vedrà. Nel passaggio potrebbe prendere le redini proprio l’ex sottosegretario Crimi.

"Andiamo avanti per gradi", sussurrava ieri un deputato eretico, da sempre fautore della chiusura dell’era Di Maio. Sia a Montecitorio che a Palazzo Madama si danno per certi nuovi addii e i malpancisti definiscono il passo indietro del leader un atto "inevitabile e necessario" per far ripartire il Movimento e tamponare la diaspora. Ma non manca chi sostiene pubblicamente Di Maio: il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ("chi attacca Di Maio attacca il Movimento"), il sottosegretario a Palazzo Chigi Riccardo Fraccaro ("i migliori risultati sono arrivati con Di Maio capo politico") e altri big, dal viceministro dell’Economia Laura Castelli al sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano, il più duro: "Verso Di Maio irriconoscenti, parassiti, malati di mente".

È solo che questo ‘fuoco di sbarramento’, che in altri tempi avrebbe sedato la rivolta, oggi non fa altro che aizzare gli animi più critici. Tanto che il documento con cui i senatori hanno chiesto la testa di Di Maio inizia a fare proseliti anche alla Camera. Secondo Luigi Gallo, presidente della commissione Cultura di Montecitorio, si tratta di "un buon punto di partenza per lavorare a una proposta collegiale, che sia adatta agli Stati generali del M5s di marzo e capace di fornire diverse soluzioni".

Ma c’è un nodo politico da superare, dirimente. Ovvero la cosiddetta ‘terza via’, l’equidistanza dal centrosinistra e il centrodestra. Il proporzionale al 5% del nuovo Germanicum permette di posizionarsi in maniera autonoma, solo dopo le elezioni sarà possibile fare accordi, è la tesi difesa da Di Maio. "Una tesi – osserva però un deputato critico – che contrasta con quanto afferma da tempo Grillo". E nella scelta tra Di Maio e Grillo nessuno, nel Movimento di oggi, nutre dubbi.