Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio (Ansa)
Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio (Ansa)

Roma, 24 giugno 2019 - Amici? Forse. Una volta (magari). Però ultimamente sempre meno. Da un paio di mesi Luigi Di Maio, leader in ambasce del Movimento 5 Stelle, e Alessandro Di Battista, subcomandante ortodosso della riserva grillina, danzano sul ciglio di una plateale rottura. E al netto della rituale accusa ai media di fomentare il duello, entrambi appaiono cambiati e provati. I due caratteri più rappresentativi della galassia pentastellata – ora che l’altro ortodosso Roberto Fico, nel ruolo di terza carica dello Stato, recita impeccabilmente il copione istituzionale – appaiono in naturale e definitiva rotta di collisione.
Come si è arrivati alla deriva di queste ore? L’uscita pubblica di Dibba a Catania (accompagnato da Davide Casaleggio) suggerisce il punto di non ritorno. E il gelo di queste ore stride con un passato di apparente affetto. Come sono lontani i giorni felici dell’ascesa a primo partito del Paese (era il 2018), delle predicazioni accorate al cambiamento, del galateo interpersonale nella successione al fondatore Beppe Grillo. "Mai farò qualcosa contro Luigi", diceva Di Battista. Uscendo dal Parlamento e scegliendo l’America latina. 
 
I due – anche visivamente – non potrebbero essere più diversi. Di Maio, sempre in abiti di sartoria napoletana, rasato alla perfezione e con il capello a sfumatura alta, sembra un cadetto della Nunziatella comandato vicepremier. Di Battista, capello da liceale e barba plasticamente trascurata, recita la parte dell’eterno ragazzo indignato e pensoso. 
Nelle vite parallele del leader nervosamente in campo e del battitore libero suo teorico erede, in nome di antichi patti e gerarchie, la progressiva diversità di vissuto scava un solco di corposa distanza. Mentre Di Maio uno e trino (leader del Movimento; vicepremier; ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico) pedala come un rider tra le urgenze di governo, l’amico in esilio si gode il viaggio terzomondista con la famiglia. Cambia pannolini, scrive reportage, ozia in amaca interrogandosi sui destini del mondo. Salvo ricordare periodicamente la propria esistenza con intemerate in Rete. Un santino tropicale per nostalgici della purezza. Già: che fa Dibba? A dicembre 2018 porta moglie e figlio al check-in e s’imbarca per Fiumicino: "Dopo 16.718 km in bus (più altri su varie imbarcazioni), con qualche kg in meno noi due e qualcuno in più Andrea, dopo aver visitato 9 Paesi, scritto reportage, girato documentari, dopo aver vissuto per 7 mesi la vita che sognavamo per nostro figlio… torniamo a casa. Un saluto e un augurio di Buon Natale a tutti quanti!". Precisazione annessa: "Devo difendermi dalle stronzate scritte su di me. Vedrò Di Maio, lui per me è come un fratello". Ma a candidarsi alle europee non ci pensa proprio. Non ci ha mai pensato.
 
I sondaggi 2019 certificano l'ascesa leghista, il ribaltamento dell’asse gialloverde, l’inevitabile crollo pentastellato tra regionali, amministrative ed europee. Il Dibba di complemento riscopre la vena comiziante, ma non sempre brilla per tempismo, anzi a volte stona proprio. In tv è arrugginito. Non buca. Alza il tiro su Macron, polemizza sul franco africano, in un certo senso spinge Di Maio all’abbraccio con i gilet gialli. La Francia richiama l’ambasciatore e Di Maio resta col cerino in mano, mentre Dibba scompare e fa l’offeso. Si sente "scaricato": "voleva solo dare una mano", dicono i suoi. Si rifugia a Viterbo, tra i misteri della falegnameria, patente a trucioli in vista di nuove avventure piallate su misura. Le sciabolate a Salvini, sotto tiro alleato, servono solo a mantenere visibilità e allenamento. La batosta elettorale costringe Di Maio alla rilegittimazione referendaria e a una contemporanea riflessione sull’entità delle truppe scelte. Complotti? Il neofalegname rinvia il viaggio in India ed evoca la deroga per tutti in caso di secondo mandato interrotto. Giggino diventa nervoso per l’invasione di campo. È un’escalation. Il duplex Dibba-Casaleggio al Rousseau City Lab è un segnale. I vecchi amici ora fanno fatica persino a telefonarsi. Figurarsi a recitare la pace. Di Maio vuole stare al governo finché può. Di Battista sogna il ritorno alle origini. Trame inconciliabili. Salvo piroette.