Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando (Ansa)
Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando (Ansa)

Roma, 3 gennaio 2019 - Sindaci contro il decreto sicurezza. La decisione del primo cittadino di Palermo Leoluca Orlando di sospendere il provvedimento caro a Salvini ha ricevuto eco in altri Comuni italiani, molti governati da giunte di centrosinistra. Da Napoli Luigi De Magistris si dichiara pronto ad aprire il porto partenopeo ai 32 migranti a bordo della Sea Watch: un'altra azione con cui il sindaco partenopeo sfida il vicepremier sul terreno dell'immigrazione. A Firenze il dem Dario Nardella valuta la strada del ricorso costituzionale. E in campo scende anche Giuseppe Sala, sindaco di Milano, con un appello al ministro dell'Interno: "Ci ascolti e riveda il decreto".

Sono ribattezzati dai media "sindaci disobbedienti", o anche "ribelli", "dissidenti". Ma perché protestano? Quali sono i punti del decreto che contestano? 

Nel mirino della rivolta c'è innanzitutto l'articolo 13 del decreto, che - ricordiamo - è stato convertito nella Legge n. 132/2018, con cui si stabilisce che il permesso di soggiorno rilasciato al richiedente asilo costituisce sì un documento di riconoscimento, ma non basta (più) per iscriversi all'anagrafe e quindi avere la residenza. In sostanza i comuni non possono più rilasciare a chi ha un permesso di soggiorno la carta d'identità e i servizi, come l'iscrizione al Servizio sanitario nazionale (quindi l'Asl) o ai centri per l'impiego. L'assistenza alla salute viene derogata al servizio medico e infermieristico che sarà offerto nel centri di accoglienza e al pronto soccorso (con un aumento degli accessi e quindi dei costi). 

Orlando ha ordinato ai dirigenti dell' anagrafe di Palermo di disattendere la norma e di continuare a iscrivere nel registro dei residenti i migranti con regolare permesso di soggiorno. "Siamo in presenza di un provvedimento che rende coloro che hanno un regolare permesso di soggiorno a essere dall'oggi al domani senza diritti. Tutto questo è in palese violazione dei diritti costituzionali". Dello stesso avviso Luigi De Magistris: "Noi continueremo a concedere la residenza e non c'è bisogno di un ordine del sindaco o di una delibera perché in questa amministrazione c'è il valore condiviso di interpretare le leggi in maniera costituzionalmente orientata".

Ma alla base della "disobbedienza" dei sindaci c'è anche la cancellazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari. "E' disumano trasforma, il legale in illegale" tuona Orlando, mentre Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, ne fa una questione pragmatica: l'eliminazione "con poche eccezioni", del permesso umanitario implica "un forte aumento dei dinieghi e del numero di stranieri che, ben lungi dall'essere rimpatriati, resteranno sul territorio da irregolari, condannati a vivere di espedienti". Tutto questo "porterà ad una crescita dei reati e dell'insicurezza nelle città, esattamente l'opposto di quanto Salvini dichiara di voler perseguire". Per Giuseppe Sala, bisogna valutare "l'impatto economico e sociale" di tutto questo: "Più persone saranno per strada senza vitto e alloggio, più saranno i casi di cui noi Sindaci dovremo prenderci cura".

Dario Nardella, che chiede una "riscrittura radicale" della legge, parla di "decreto pericoloso per i cittadini, perché mette a disposizione della criminalità centinaia di migranti espulsi dai centri di accoglienza che non vengono rimpatriati ma abbandonati in mezzo alla strada. Si mettono a rischio le vite dei migranti, aumentando il pontenziale di insicurezza e criminalità". Secondo il sindaco di Firenze gli amministratori sono esposti a rischi gravi: "Chi risponderà politicamente, moralmente e giuridicamente la prima volta che un profugo richiedente asilo espulso a seguito del decreto dovesse morire o commettere un reato grave? Non accettiamo questo ricatto".