Siamo all’ultima mano di una partita di poker, quella in cui i giocatori seduti intorno al tavolo si guardano e cercano di capire se gli altri stanno bluffando. Non contano le carte che hai in mano, conta capire quelle che ha l’altro. Non conta saper giocare, conta saper fingere. Ecco, la crisi di governo in tempo di pandemia, con gli altri partner europei che si accartocciano nei loro lockdown e con il paese che avrebbe anche poca voglia di sentire i propri governanti prendersi a mazzate è ormai tutta qui. Entro tre o quattro giorni arriveremo all’esito finale, che appare tutt’altro che scritto. Due giorni fa il Conte ter pareva ormai accettato da tutti, e già era ricominciato l’inevitabile totoministri, ieri è saltato tutto di nuovo per aria. Oddio, c’è stato questo innegabile tentativo di ricomporre la crisi, peraltro mai...

Siamo all’ultima mano di una partita di poker, quella in cui i giocatori seduti intorno al tavolo si guardano e cercano di capire se gli altri stanno bluffando. Non contano le carte che hai in mano, conta capire quelle che ha l’altro. Non conta saper giocare, conta saper fingere.

Ecco, la crisi di governo in tempo di pandemia, con gli altri partner europei che si accartocciano nei loro lockdown e con il paese che avrebbe anche poca voglia di sentire i propri governanti prendersi a mazzate è ormai tutta qui. Entro tre o quattro giorni arriveremo all’esito finale, che appare tutt’altro che scritto. Due giorni fa il Conte ter pareva ormai accettato da tutti, e già era ricominciato l’inevitabile totoministri, ieri è saltato tutto di nuovo per aria. Oddio, c’è stato questo innegabile tentativo di ricomporre la crisi, peraltro mai dichiarata ufficialmente, ma tutti si sono resi conto che per una qualsivoglia soluzione manca il requisito minimo della fiducia reciproca. Nessuno si fida ormai più di nessuno, ed è chiaro che in questo modo la situazione non si sblocca.

Divieti, chiusure, incertezza, nessun aiuto. L'Italia affonda nel pantano della pandemia

La novità dell’ultimo momento è che il Pd sta seriamente considerando la possibilità di andare al voto. Di questo hanno parlato tra loro Zingaretti, Orlando, Bettini, pare, e non nei termini delle solite minacce che si agitano in questi casi per far paura all’avversario. Che sia una mossa per vedere le carte di Renzi o meno, i dem di osservanza zingarettiana stanno facendo i propri calcoli che sono quelli di poter ridisegnare i gruppi parlamentari a propria immagine e somiglianza (quelli attuali furono scelti da Renzi, che come si ricorderà concesse poco agli avversari interni dell’epoca), di prendersi un po’ di seggi dei Cinquestelle e di eliminare una volta per tutte Renzi. Se poi il Paese finirà al centrodestra e con lui il Quirinale, si starà a vedere. Il punto è che non esiste un Pd, ma molti Pd, tutti legati al carro degli interessi del proprio capobastone, che ha disegni e interessi non coincidenti con quello dei compagni di partito. Ma molti dirigenti democratici sono coscienti che l’iniziativa politica fin qui è stata colpevolmente lasciata in mano a Renzi, che ha sollevato temi obiettivamente ineccepibili facendo in sostanza quello che avrebbe dovuto fare il Pd stesso, e si sente quindi in qualche modo obbligato a respingere l’offensiva dell’ex segretario.

Già, Renzi. Il problema è che al momento nessuno ha capito fino in fondo quale è il punto di caduta del leader di Italia Viva. È evidente che "Matteo" vuole la testa di Conte come è chiaro che non potrà accontentarsi di uscire da questo caos con un ministero per Rosato o la Boschi al posto della Bonetti, ma non sono note le condizioni a cui il senatore fiorentino accetterebbe di siglare la pace. Tutti lo conoscono, sanno che nelle partite di poker Renzi è sempre stato il migliore, che la sua spregiudicatezza e capacità tattica ha pochi uguali, ma insomma alla fine alle elezioni non vuole andare neppure lui. Dal voto sarebbe quello che ne uscirebbe peggio.

Decreto gennaio 2021: cosa si può fare giorno per giorno. Il calendario

Tutti così guardano al Quirinale. L’avvitarsi della crisi, che sia dichiarata formalmente o meno poco importa, l’inasprirsi dell’emergenza pandemica e l’avvicinarsi delle scadenze europee chiamano obiettivamente in causa anche Mattarella. Quando i giocatori non giocano ma si prendono solo a pedate, l’arbitro deve far l’arbitro. Al Quirinale sono tra il preoccupato e l’arrabbiato. Sentir parlare di totoministri già non fa piacere (i ministri come noto li nomina il presidente della Repubblica), sentire poi che a rimetterci le penne per le bizze dei partiti sarebbe nientemeno che la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, fortemente voluta a suo tempo da Mattarella e onestamente ben comportatasi non è stato gradito. Salvare la Azzolina, la Catalfo e la De Micheli e buttare a mare la Lamorgese è visto poco meno che uno sgarbo, oltre che un indubbio controsenso. L’unica consolazione, per tutti, è che il poker è all’ultimo giro di mano.

La zona nera di un governo indeciso a tutto - di Michele Brambilla