Matteo Renzi, senatore di Italia Viva (Ansa)
Matteo Renzi, senatore di Italia Viva (Ansa)

Roma, 15 gennaio 2021 - L’ultima mossa dello scacchista Renzi è l’arrocco. Iv al Senato non voterà contro Conte, si limiterà ad astenersi.

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Per una volta, Matteo Renzi, accusato da molti di voler sempre giocare a poker, il più delle volte ‘bluffando’, ha deciso di giocare a scacchi. Oggi, per dire, ha messo in atto la mossa dell’arrocco, mossa difensiva per un contrattacco. Il gruppo di Italia Viva al Senato ha deciso ieri, in una riunione, e Renzi, seppure in modo criptico, ha annunciato, sempre ieri, in un passaggio di un’intervista a La Stampa, che si asterrà – e, dunque, non voterà contro – alla richiesta di fiducia che il premier Conte presenterà alle Camere in merito alla prosecuzione della propria attività di governo. La decisione di Iv sembra, a prima vista, un paradosso e di certo è un 'barocchismo' da parlamentaristi di lungo corso, ma Renzi, ormai - come ha detto nella conferenza stampa in cui ha annunciato il ritiro della delegazione ministeriale dal governo – si è 'innamorato' delle "liturgie della democrazia come delle sue forme, che per me sono anche sostanza".

La decisione di Renzi è inaspettata, ma ha una sua logica e risponde, in buona sostanza, a tre ordini di motivi. Il primo motivo è di ordine tecnico-procedurale e riguarda, cioè, la pura tattica parlamentare. Ma qui urge fare un passo indietro e contestualizzarlo. La campagna acquisti – prima orchestrata dalla coppia Rocco Casalino & Clemente Mastella (e, in quella versione, sostanzialmente fallimentare), ora invece messa nelle mani giuste, quelle del dem Dario Franceschini – di palazzo Chigi e della maggioranza per arruolare i 'Costruttori' (fino a ieri detti, assai più volgarmente, 'Responsabili') sta andando più che bene. La maggioranza di governo, pur se orba di Iv (18 senatori), e che può contare, sulla carta, solo su 150 voti (168, quanti ne aveva prima, meno i 18 di Iv), sembra averne acquistati, in meno di due giorni, almeno 11, forse addirittura 15, risalendo così ad almeno 161 voti, ma potendo arrivare, in potenza, fino a 165/166, se andrà bene.

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Insomma, il governo Conte, quando il premier chiederà un voto di fiducia sulle comunicazioni che farà alle Camere, dovrebbe poter agevolmente superare l’asticella dei 161 voti, e cioè quello che in linguaggio da ‘parlamentarese’ si chiama il quorum del plenum (il barocchismo latino indica la maggioranza assoluta dei componenti l’assemblea). Un 'magic number', in realtà, più teorico che reale, una soglia politica, oltre che 'psicologica'. Infatti, da nessuna parte – come faceva notare oggi il costituzionalista di parte dem, Stefano Ceccanti – è scritto in Costituzione che, in un voto di fiducia, serve la maggioranza assoluta, basta e avanza la maggioranza semplice, e cioè che "i sì battano i no", al netto delle astensioni, le quali non si sommano ai contrari, il che invece si verificava, ma solo a palazzo Madama, prima della riforma del regolamento del Senato del 2018. Insomma, in pura teoria e astrazione, non vi è alcun obbligo a dover raggiungere i 161 voti, al Senato, o i 316 (su 630) alla Camera. Obbligo che, invece, sussiste quando si votano leggi che richiedono maggioranze qualificate o assolute, come lo scostamento di bilancio o le riforme istituzionali. A questo punto, la scelta di Renzi è quella di dimostrare che, in ogni caso, non sommandosi, dal punto di vista tecnico, voti contrari e astenuti, e quindi non rischiando nulla Conte, la soglia ‘psicologica’ e ‘politica’ dei 161 senza Italia Viva, l’attuale maggioranza potrebbe, ma non è detto, ‘bucarla’.

Il secondo ordine di ragioni della scelta di Renzi è tattico, ma stavolta rivolto al suo interno. Il gruppo di Iv, infatti, è a rischio di scissione – o, meglio, di auto-secessione… - da parte di una discreta pattuglia di senatori (chi dice solo due, chi dice fino a cinque/sei) che, di fronte al rischio di finire nell’angolo, 'bastonati' dall’opinione pubblica e dai media, come dagli (ex) alleati di governo, sarebbe pronta a tornare all’ovile, specie quelli che hanno seguito Renzi dal Pd. Tutti i senatori renziani hanno, in realtà, smentito tale 'tentazione', ma i dubbi permangono in molti di loro. Inoltre, anche il socialista Riccardo Nencini, detentore del simbolo grazie a cui il gruppo di Iv è potuto nascere, al Senato, ha caldamente consigliato Renzi a optare per una scelta meno traumatica come l’astensione, abbandonando posizioni estreme come il voto contrario che voleva dire, tra l’altro, confondersi con le posizioni del centrodestra.

Infine, ecco la terza motivazione, "in questo modo" – spiega un colonnello renziano, ma non certo un pasdaran del renzismo – “ci teniamo una porticina aperta per trattare, quando le acque si saranno calmate e la polvere della polemica si sarà posata, un possibile rientro al governo e in maggioranza”. Forse una pia illusione, ma anche di illusioni, oltre che di numeri, è fatta la lotta politica di 'scacchisti' come Renzi. 

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