Il premier Giuseppe Conte a Palazzo Chigi (Ansa)
Il premier Giuseppe Conte a Palazzo Chigi (Ansa)

Roma, 16 gennaio 2021 - Pare ancora lontana quota 161 voti al Senato per Giuseppe Conte, alle prese con la crisi di governo. Pd e Movimento 5 Stelle chiudono alla pace con Matteo Renzi. Nella riunione ordierna fra Vito Crimi e Alfonso Bonafede e i direttivi di Camera e Senato la linea dettata è stata chiara:  "compattezza del Movimento attorno al presidente Conte". Una posizione "non in discussione", così come è stata confermata "l'impossibilità di qualunque riavvicinamento con Renzi. Nel Movimento è emersa chiara la volontà di "non voltarsi più indietro".

Il Partito democratico parla di responsabilità da assumersi in Parlamento: "Con l'apertura della crisi da parte di Italia Viva si stanno determinando condizioni sempre più difficili per garantire un governo adeguato al Paese in una situazione di emergenza, rischiando di aprire scenari imprevedibili - fanno sapere i Dem in una nota -. Con la crisi l'ltalia sta pagando un prezzo immenso. Il Pd lo ha sempre ribadito con grande chiarezza e trasparenza: i problemi vanno affrontati e risolti, non aumentati e fatti esplodere. Ora per garantire una piena trasparenza si vada nelle sedi appropriate, quelle parlamentari, dove tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità per salvaguardare gli interessi del Paese".

Dall'altra parte della barricata Renzi ha rimandato a domenica la riunione per fare il punto "su come comportarci. Sono molto fiero di come stiamo lavorando. Al Senato i 18 senatori saranno decisivi visto che la maggioranza al momento è tra 150 e 152. Non rispondiamo alle provocazioni e lavoriamo sui contenuti".

Ore febbrili di contatti, telefonate e calcoli sul pallottoliere per tentare di arrivare all'appuntamento del voto in aula con numeri sufficienti a garantire la sopravvivenza del governo. Conte lavora al discorso alle Camere previsto per lunedì e martedì, ma almeno per il momento quota 161 al Senato sembra un obiettivo difficile da raggiungere. Il premier - è una delle ipotesi che circolano - potrebbe sminare il voto di fiducia con le dimissioni e una nuova coalizione. Resta anche la possibilità di un esecutivo di minoranza.

Intanto Clemente Mastella, protagonista oggi di una lite con Carlo Calenda, si chiama fuori. "Io non sono né pilastro, né costruttore, su questa crisi sono molto diffidente", dice il sindaco di Benevento intervenendo a Tgcom24. "Al momento - aggiunge - mi chiamo fuori perché dopo aver cercato di dare consigli su come risolvere la crisi, sono stato attaccato sul personale". All'orizzonte Mastella vede più "un Conte ter con un rimpasto e un rientro di Italia Viva" che "un governo Conte sostenuto da un'altra maggioranza con l'ingresso di responsabili". "Ho visto, ho dato consigli - aggiunge Mastella - ora non do più consigli. Tentavo di consigliare per costruire qualcosa di serio per il Paese. Mai come in questo momento, in mancanza di vaccini, con la variante inglese che aumenta, moralmente non era serio aprire crisi di governo. Però, sto scoprendo negli ultimi momenti che io magari tentavo di mettere qualche mattone, altri a togliere i mattoni, quindi se la vedessero loro. Io non sono interessato a nulla. Tranne a fare il sindaco di Benevento". "Il movimento Meglio Noi per l'Italia ci sarà - prosegue -. Quindi su questo, è l'unica cosa che faccio. Il resto non faccio più nulla. Perché c'è qualcosa che mi lascia sospetto. E molte cose mi diffidano. Quindi se la vedano loro. Davvero, io non sono interessato a nulla, né il capo, né il vicecapo. Non so nulla di nulla di nulla", conclude.

L'Udc, i cui senatori nelle ultime ore erano indicati tra i papabili a traslocare nella maggioranza, si sfila dalla partita: "Non ci prestiamo a giochi di palazzo e stiamo nel centrodestra. I nostri valori non sono in vendita".

Il Maie

Nel Maie, il movimento fondato da Ricardo Merlo - e che si appresta ad ospitare i cosiddetti 'costruttori' per dar vita alla quarta gamba dell'attuale maggioranza - regna comunque l'ottimismo: "La fiducia passerà" al Senato, anche se "i numeri li sapremo solo martedì", pronostica lo stesso sottosegretario, che tiene a precisare: "Non vogliamo assolutamente diventare il partito di Conte ma siamo un gruppo di parlamentari che hanno in Conte un punto di riferimento, crediamo nel suo progetto politico".

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Secondo il senatore ex M5s ora Maie Saverio De Bonis, "lunedì alla Camera e martedì al Senato il governo supererà lo scoglio. Poi ci sarà una crisi lampo e il presidente Conte dovrà riformulare la squadra di Governo". Ma per governare, torna a mettere in chiaro il Pd, non basta "avere un numero in più". Per questo, spiega il vicesegretario Andrea Orlando, "il tema che si porrà un minuto dopo la fiducia, se ci sarà, è consolidare la maggioranza, siglare un nuovo patto di legislatura e lavorare alla ricostruzione di un campo con le forze che hanno dato segnali ma che non si sono ancora sentite di fare questo passo, pur volendo prendere le distanze dalla destra sovranista".

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Il Partito democratico

Intanto Orlando, il numero due del Nazareno, non nasconde che, sebbene ci sia "una disponibilità di forze intermedie a garantire la stabilità in questa fase, non abbiamo alcuna sicurezza". Intanto da Italia viva, dopo lo strappo e le dimissioni delle due ministre - e nonostante la nettezza con cui Pd e M5s hanno sbarrato la porta agli ormai ex alleati - continuano ad arrivare segnali 'distensivi'. Matteo Renzi ha annunciato l'astensione dei suoi gruppi se Conte dovesse presentarsi in Aula con un "intervento di apertura a pezzi di Forza Italia, del centro o altri che vorrebbe portare dentro per sostituirci", ha spiegato ieri in serata. E oggi, in un'intervista, il leader di Iv ribadisce la disponibilità a parlare di contenuti: "Da noi nessuna preclusione, se si parla di contenuti ci siamo", convinto che la maggioranza non avrà i numeri: "Secondo me senza di noi sono lontani da quota 161 al Senato". Ma gli spiragli offerti dai renziani non sembrano trovare terreno fertile nel Pd. "Le parole non bastano e mi pare che i margini siano pressoché esauriti", spiega Orlando.

E oggi Vito De Filippo lascia Italia viva e torna nel gruppo Pd alla Camera. Ad annunciarlo è lo stesso deputato, in dissenso dalla linea intrapresa da Renzi. Una "scelta sbagliata" quella di Italia viva di aprire la crisi "mentre il Paese è attraversato da difficoltà e sofferenze". Per questo motivo, spiega, "lunedì voterò la fiducia al governo".