L’unica certezza è che Roberto Fico al Quirinale questa sera andrà: a dire cosa, forse si capirà solo all’ultimo minuto. La sua esplorazione ha ancora molte zone d’ombra, gira persino voce che potrebbe chiedere un supplemento di istruttoria, Mattarella non è felice di concedere una proroga a meno che il traguardo non sia in vista: 24-48 ore, naturalmente, non di più. Il capo dello Stato ha fretta, vorrebbe poter dare l’incarico domani e avere venerdì la lista dei ministri di cui, rispettoso come è dei limiti costituzionali, intende discutere solo con il presidente incaricato. Come capita nelle trattative più tese, il responso è incerto: le nuvole a notte invece di diradarsi sembravano più che mai addensate. Un po’ a causa del tavolo sul programma apparecchiato a Montecitorio con i capigruppo di maggioranza, moltissimo...

L’unica certezza è che Roberto Fico al Quirinale questa sera andrà: a dire cosa, forse si capirà solo all’ultimo minuto. La sua esplorazione ha ancora molte zone d’ombra, gira persino voce che potrebbe chiedere un supplemento di istruttoria, Mattarella non è felice di concedere una proroga a meno che il traguardo non sia in vista: 24-48 ore, naturalmente, non di più. Il capo dello Stato ha fretta, vorrebbe poter dare l’incarico domani e avere venerdì la lista dei ministri di cui, rispettoso come è dei limiti costituzionali, intende discutere solo con il presidente incaricato. Come capita nelle trattative più tese, il responso è incerto: le nuvole a notte invece di diradarsi sembravano più che mai addensate. Un po’ a causa del tavolo sul programma apparecchiato a Montecitorio con i capigruppo di maggioranza, moltissimo per la trattativa informale che si svolge con la dovuta discrezione al telefono.

Il problema è che oltre ai quattro soci – Franceschini, Crimi, Rosato, Speranza – a discutere sulla squadra c’è anche un convitato di pietra: Conte. Dice la sua e chiede ministeri per i fedelissimi con l’obiettivo di mantenere inalterata la struttura centrale non solo dell’esecutivo ma anche del suo sistema di potere. Dunque, cambiamenti sì, ma non nelle postazioni chiave per la gestione della pandemia e soprattutto del Recovery. Gli avvicendamenti, ove fossero indispensabili, devono essere orchestrati da lui e devono finire in mano a persone di cui si fida. Se Arcuri dovesse lasciare l’incarico di commissario al Covid, lo vorrebbe al Mise al posto di Patuanelli. Insiste per avere al fianco il sottosegretario Mario Turco, né vuole cambiamenti per le altre postazioni cinte d’assedio dai renziani: dalla delega ai servizi alla presidenza Inps.

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Il braccio di ferro ancora in corso sulla scelta tra mettere nero su bianco o meno l’accordo programmatico, una faccenda simbolica che riguarda la centralità di Conte più che il programma, ha il suo peso. Ma il vero punto critico, che si parli di nomi o di idee, è lo scontro sulla continuità. Renzi esige una cesura netta, segnale vistosi e concreti di discontinuità, Conte e la maggioranza sono disposti a ritocchi sensibili purché sia garantita la continuità con il precedente governo: il mantenimento di una certa continuità nei settori nevralgici è probabilmente importante per il Colle. Di sicuro, lo è per i tre partiti rimasti fedeli a Giuseppe, anzi per il M5s è vitale: solo quel "marchio" potrebbe evitare una guerra fratricida che rischia di arrivare alla scissione. Un’insistenza che Renzi considera "una tattica, in attesa di domani (oggi, ndr)". Replicano i grillini: "Sorprendono i veti sui nomi". Ma Iv rincara: "Vogliono non un Conte ter, ma un Conte bis-bis".

In effetti, il disegno che ha in mente il premier somiglia da vicino a quel rimpasto che, a malincuore, si era rassegnato a concedere prima della crisi. In ballo c’è probabilmente anche qualcos’altro che attiene al duello in corso da oltre due mesi tra lui e Renzi. Il premier vive malissimo la sconfitta di immagine che è stato costretto a subire, non intende farla diventare anche di sostanza. Renzi sa che la sua vittoria, finché Conte rimane al suo posto e senza clamorosi segnali di stacco sarà solo di facciata. Si sa: l’ultimo miglio è sempre il più difficile, malgrado la tensione, nessuno ieri sera dava ancora il negoziato per fallito. Tra i grillini, addirittura, serpeggiava ottimismo. Se si dimostrerà fondato la crisi sarà di fatto risolta già domani con l’incarico. In caso contrario, il capo dello Stato, senza un accordo con Renzi chiuso o davvero vicinissimo, passerà a battere una strada diversa: l’azzardo dei responsabili per il Colle è una partita chiusa, senza intesa con Iv e senza l’emergere di improbabili terze vie politiche, la palla passerà a una figura istituzionale (Draghi? Cartabia?). Sempre disposto a riaprire quella porta, persino dopo il conferimento di un incarico per il governo istituzionale, qualora si schiudesse di nuovo la possibilità di un esecutivo politico. Lo ha già fatto nel 2018, è pronto a rifarlo.