Giuseppe Conte e Sergio Mattarella (Ansa)
Giuseppe Conte e Sergio Mattarella (Ansa)

Roma, 19 agosto 2019 - Grande tatticismo, tanta confusione e una sola certezza: domani sera Conte si dimette. Almeno, questo è il quadro che si sta valutando al Quirinale dove ci si prepara a consultazioni lampo: molto probabilmente mercoledì Mattarella vedrà i presidente delle Camere, subito dopo i partiti. L’apertura della crisi viene data per scontata, dopo che ieri Lega e M5s se le sono date di santa ragione, ma non è irrilevante come ci si arriverà. Farà differenza se il premier salirà al Colle fermando il dibattito un minuto prima del voto oppure se i senatori si saranno espressi. Un esplicito voto di sfiducia brucerebbe l’ipotesi della ricomposizione dell’attuale assetto, senza tutto – almeno in teoria – rimane possibile. 

Di certo Conte non risparmierà nulla al suo vice-leghista. I fedelissimi fanno sapere che si leverà un gran numero di sassolini dalle scarpe, presentando il conto per tutti i rospi ingoiati in 14 mesi di convivenza a Palazzo Chigi. Formalizzate le dimissioni, sarà il momento dell’arbitro. Mattarella teme che la crisi si possa avvitare su se stessa andando per le lunghe come accadde un anno fa, quando ci vollero tre mesi, un numero infinito di colloqui e di tentativi abortiti perché l’esecutivo giallo-verde vedesse la luce. 

Per questo chiederà alle forze politiche la massima chiarezza: per qualunque schema, il capo dello Stato insisterà perché ci siano impegni precisi e non di corto respiro. Niente accordicchi al ribasso, insomma, chiusi alla bell’e meglio per evitare il voto, e diffidenza per un governo di scopo di breve durata. Qualsiasi esecutivo deve essere di legislatura: è un avviso a tutti i naviganti, Pd compreso. 
Diffusi infatti sono i dubbi sull’intenzione, fatta trapelare da Renzi, di staccare la spina quando più gli aggrada. In questo complicato puzzle, un tassello a cui trovare collocazione è proprio quello del premier uscente, che gioca oramai una partita tutta sua e intende capire se esiste uno spazio per lui in uno scenario Pd-Cinquestelle o quanto meno la possibilità della nomina a commissario europeo. Certo è che dal Colle si osserva con attenzione la tempesta sul web dei militanti Cinquestelle che al governo con i democratici proprio non ci vogliono andare.

Non meno complicato il tentativo di un governo istituzionale, anche nella formula europea che ha votato per la neo presidente della Commissione Ue (da cui il nomignolo di coalizione Ursula) che vedrebbe comunque il coinvolgimento di Forza Italia
Non è un mistero che ci sta lavorando da giorni Gianni Letta, cui non dispiacerebbe la presenza, magari come premier, del nipote Enrico sul presupposto che sarebbe gradito al M5s, Zingaretti non potrebbe dirgli di no e pure Renzi, per quanto gli sia indigesto, dovrebbe far buon viso a cattiva sorte. Lui preme perché Berlusconi salti il fosso, ma di fare squadra con i forzisti i grillini non ne vogliono sapere. «Mai con il Cavaliere», continuano a ripetere. Difficile dire se la paura delle elezioni potrebbe funzionare da cemento. 
D’altra parte, pure la strada per un governo Pd-M5s è in salita. È vero che tanti sono i governisti nel Pd che si riparano sotto l’ombrello nobile di Prodi, ma non basta. Tra il voto anticipato e l’inciucio giallo-rosso c’è una questione di programmi. E soprattutto di uomini da mandare a Palazzo Chigi.