Roma, 5 giugno 2020 - Una giungla di regole. Ridondanti. Spesso diverse da regione a regione. Il risultato è una ripartenza con il freno a mano tirato. Prendiamo i cantieri. Il protocollo per il settore edile prevede il controllo della temperatura all’ingresso, mascherine, frequente lavaggio delle mani, controllo stretto sui mezzi dei fornitori, i cui autisti dovranno rimanere a bordo dei camion e per i quali, come per ogni altro personale esterno, vanno installati servizi igienici dedicati. L’azienda deve assicurare la pulizia giornaliera e la sanificazione periodica dei locali, delle attrezzature e postazioni fisse, delle pulsantiere, dei quadri comando delle macchine, di manici degli utensili e dei mezzi di trasporto aziendali. In cantiere, i lavoratori devono stare a oltre un metro o usare dispositivi di protezione e osservare la distanza in spogliatoi e mense. 

"Questo – spiega l’imprenditore Nicolò Rebecchini, presidente di Ance Roma – comporta costi diretti e indiretti. I maggiori oneri per la sicurezza incidono per circa il 2% sul valore globale dell’appalto, ma occorre considerare l’impatto anche dei costi indiretti. Il cantiere va infatti riorganizzato e le maestranze impiegabili si riducono, e questo si traduce in un ritardo dei tempi. Se prima un’opera durava 18 mesi, ce ne vorranno 21 o 22. Se si opera in un immobile abitato l’aumento dei tempi può essere del 40%". 

Va forse peggio nel commercio, dove si sommano linee guida nazionali e protocolli regionali. Per garantire la distanza di almeno un metro le ordinanze regionali limitano l’accesso ai locali a un cliente ogni 40 metri quadrati di negozio. Diversi protocolli invitano l’esercente a riorganizzare gli spazi all’interno del locale per evitare gli assembramenti. La distanza di un metro viene assicurata anche per l’accesso alle cabine di prova e per le casse. Per i negozi di abbigliamento e calzature, alcuni protocolli richiedono la disinfezione dei camerini dopo ogni utilizzo. Altri una pulizia e sanificazione due volte al giorno. E i centri commerciali hanno norme anche più stringenti, con i grandi negozi di arredamento che hanno prenotazioni che si allungano per mesi. 

"In un primo momento – osserva Mina Giannandrea, titolare di un grosso negozio di abbigliamento donna a Roma, aderente a Confesercenti – si diceva che avremmo dovuto sanificare tutti i vestiti provati o fare acquistare a scatola chiusa. Per fortuna, la norma è saltata, ma la gente ha comunque poca voglia di comprare. Ho 240 metri quadri e posso fare entrare 4 clienti alla volta, ma quasi mai ci riesco. Anche perché la gente non ha soldi. Ho un calo di fatturato del 70%, sono sull’orlo del collasso".

Non diversa la situazione dei bar e dei ristoranti. Anche qui c’è obbligo di sanificazione del locale e di condizionatori senza ricircolo, puliti ogni settimana (in alcune regioni). E poi personale con mascherine, clienti senza maschera solo al tavolo, gel e cartelli informativi a profusione. "Come risultato – osserva Aldo Cusano, vicepresidente nazionale Fipe-Confcommercio, tre locali a Firenze – alla gente passa la voglia di uscire. Il calo del fatturato è dell’80%, 60mila esercenti non hanno riaperto e molti potrebbero smettere tra pochi mesi".