Roma, 3 dicembre 2019 - Finisce con un bis del match di pugilato tra Conte e Salvini dello scorso agosto. Anche ieri i due se ne sono dette di tutti i colori sul Mes, dandosi reciprocamente del bugiardo. Ma più che sui colpi bassi tra i due, a catalizzare l’attenzione è l’aria gelida con cui Di Maio e il Movimento 5stelle accolgono un discorso formalmente rivolto al leader leghista, in sostanza diretto anche a loro. Quasi fosse un’arringa difensiva, infatti, l’avvocato pugliese enumera i passaggi che, a suo parere, dimostrano quanto menzognera e infamante sia l’accusa di aver lavorato sotto banco, evitando di coinvolgere il Parlamento e il governo precedente. "Tutti i ministri sapevano" il succo. Nel merito, difende la riforma, rivendicando di aver eliminato punti che avrebbero davvero messo l’Italia nei guai. "In ogni caso – assicura – non è stato firmato niente". Quindi, tratta il leader della Lega come uno studente svogliato: "Mi sono sorpreso non della disinvoltura a restituire la verità e alla resistenza di studiare i dossier di Salvini, che mi sono ben note, quanto del comportamento della Meloni". 

Scontata la ribellione della leader di Fd’I, molto meno quella dei grillini. Fiacchissimi gli applausi alla Camera: addirittura le mani del capo politico dei 5stelle restano immobili sul banco. Non le utilizza nemmeno per salutare il premier, alla fine della seduta. E al pari di molti dei suoi, diserta il Senato. Salvini fiuta l’aria, e cerca il colpo da kappao: "La vedo più nervoso di cinque mesi fa. Ma come dice Confucio, l’uomo superiore è calmo senza essere arrogante, l’uomo da poco è arrogante senza essere calmo: si vergogni". 

Sono toni che in Parlamento non si sentivano da decenni, da quando Pertini andò dal presidente del Senato, Meuccio Ruini, e gli disse: sei un porco. Esplode il caos, anche per via di cartelli con su scritto 'conte Pinocchio' mostrati dai leghisti. Ma quello che dà il senso dello scollamento è l’immobilismo della maggioranza che non difende più di tanto il premier. Basterebbe questo per rendere la giornata di ieri un’istantanea nitida delle difficoltà in cui si trova il governo, tali da allarmare non solo il Pd ma anche il Colle. 

Ma il merito della faccenda non va trascurato. Di Maio e i suoi continuano a chiedere "cambiamenti che risolvono le evidenti criticità". Non si può fare in pochi giorni. Occorre che il Consiglio europeo sia disposto a concedere un lungo rinvio. Da Bruxelles filtrano voci su una disponibilità a dare uno slittamento ma sono tutte da verificare: che la firma arriverà a febbraio era già stato deciso, ma che il consiglio del 13 dicembre tolga dall’ordine del giorno il trattato sul Mes o dichiari che occorrono approfondimenti non è facile. I margini sono stretti. Della missione si incaricherà domani all’eurogruppo il ministro Gualtieri, alla ricerca di una sponda che permetta di uscire dalle sabbie mobili. Senza rinvio l’unica via d’uscita resta quella tentata invano dal responsabile dell’economia e Conte domenica: la prospettiva di pacchetto. Che però non contemplerebbe l’approvazione contemporanea di tutti i punti bensì l’okay al Mes con una serie di garanzie per l’Unione bancaria. Molto dipenderà dalla disponibilità dei 5stelle a chiudere un occhio: per ora, gli umori restano battaglieri. Di Maio è preoccupato per la mobilitazione in piazza contro "gli euroburocrati e le banche" indetta da Salvini nel week-end. Conte tornerà in aula il 10, le mozioni si voteranno il giorno dopo: c’è tempo per trovare un compromesso tra Pd e M5s. Altrimenti, sarà crisi.