Faceva impressione la faccia di Giuseppe Conte ieri pomeriggio, quando si è presentato alle telecamere per il fare il punto della situazione sul vertice europeo. Il volto tirato, i capelli bianchi più numerosi, le occhiaie: il premier sembrava, se non il padre, il fratello maggiore dell’uomo che si era presentato a Bruxelles solo tre giorni prima come avvocato degli italiani. C’è da capirlo: le trattative lunghe e difficili, le notti presumibilmente insonni, le preoccupazioni, il peso della responsabilità e, diciamolo pure senza ipocrisie, il timore di un fiasco che potrebbe farlo sloggiare da palazzo Chigi. Eppure, non è costui un uomo di successo? Fino a poco più di due anni fa nessuno sapeva che viso avesse, e neppure come si chiamava. Grillo lo pescò come un jolly per superare lo stallo fra Di Maio e Salvini. Da allora, Conte...

Faceva impressione la faccia di Giuseppe Conte ieri pomeriggio, quando si è presentato alle telecamere per il fare il punto della situazione sul vertice europeo. Il volto tirato, i capelli bianchi più numerosi, le occhiaie: il premier sembrava, se non il padre, il fratello maggiore dell’uomo che si era presentato a Bruxelles solo tre giorni prima come avvocato degli italiani. C’è da capirlo: le trattative lunghe e difficili, le notti presumibilmente insonni, le preoccupazioni, il peso della responsabilità e, diciamolo pure senza ipocrisie, il timore di un fiasco che potrebbe farlo sloggiare da palazzo Chigi.

Eppure, non è costui un uomo di successo? Fino a poco più di due anni fa nessuno sapeva che viso avesse, e neppure come si chiamava. Grillo lo pescò come un jolly per superare lo stallo fra Di Maio e Salvini. Da allora, Conte ha dato prova di essere intelligente e astuto. È stato bravissimo a conquistarsi un consenso fenomenale. Ieri Ilvo Diamanti, su "Repubblica", ha pubblicato un suo sondaggio: Conte è considerato dagli italiani il miglior premier dal 1994 a oggi: 30 per cento di consensi contro il 25 di Berlusconi e il 10 di Prodi. Ma se è vero che il potere logora chi non ce l’ha – per citare per la milionesima volta Andreotti – è anche vero che il potere ha pure un effetto logorante.

Possiamo illuderci quanto vogliamo: ma il potere, insomma il successo, la gloria e la fama presentano prima poi un conto. Se scorriamo l’album della politica italiana e mondiale, abbiamo una lunga serie di invecchiamenti repentini. Tutti ricorderanno, credo, le foto di Obama alla fine del primo mandato: i capelli tutti bianchi e le rughe rendevano perfino un po’ patetico quel suo saltellare giovanile (il giovanilismo è sempre patetico) che esibiva al momento di scendere la scaletta dell’Air Force One. Eppure era il modello del presidente “giovane”.

Così come il prototipo del nuovo che avanza era Matteo Renzi, quando rottamò la vecchia classe dirigente ed entrò a palazzo Chigi come il più giovane presidente del Consiglio della storia, più ancora del Duce, anche se di pochi giorni. Ma il potere e il successo presentano prima o poi il conto e il giovane Matteo sembrò invecchiare di colpo nei giorni in cui si giocava il suo futuro, quelli del referendum. Aveva scommesso tutto su quella mossa e quando capì che le cose potevano andargli storte, come poi in effetti andarono, si incanutì di colpo.

Il potere e il successo portano preoccupazioni e dolori che lasciano il segno nello spirito: e da lì, inevitabilmente, nel corpo, perché siamo una cosa sola. Francesco Cossiga era ministro dell’Interno quando rapirono Aldo Moro e il non essere riuscito a salvarlo lo condusse rapidissimamente nella Terza Età. La pelle cominciò a riempirsi di macchie e perfino di piaghe: e i medici non seppero trovare altra spiegazione che quella di un’origine psicosomatica. Cossiga era un uomo simpaticissimo e tormentato. Lo conobbi nel gennaio del 2000, andando a casa sua, a Trastevere, per un’intervista. Avevo l’appuntamento alle quattro del pomeriggio e, per non fare la figura di chi arriva in ritardo, mi presentai con qualche minuto di anticipo. Cossiga, che in quella fascia oraria cascasse il mondo faceva la pennica, mi si parò davanti con un certo fastidio dicendomi: "Caro Brambilla c’è una cosa peggiore dell’arrivare in ritardo. È arrivare in anticipo". Parlammo per un paio d’ore in un soggiorno surreale, dove incombevano non dieci, non cento, ma forse duecento fotografie di Aldo Moro. Cossiga, quel trauma, non l’ha mai superato.

Ricordo anche due miei direttori che s’imbiancarono di colpo nei giorni dei sequestri di due loro inviati (uno finito malissimo). Ma basta che ognuno si guardi allo specchio nei giorni del dolore per vedere quanto si cambia. Alberto Sordi, di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita, ci ha lasciato un’immagine magistrale di come si può invecchiare in pochi giorni: quella del borghese piccolo piccolo, la cui vita è distrutta dalla morte drammatica di un figlio. Non c’entra con il potere e con il successo, ma c’entra con il dolore. "Presto invecchiano gli uomini nelle disavventure", dice Omero.

La verità è che invecchiamo tutti male, ma qualcuno invecchia peggio.