Giuseppe Conte (ANSA)
Giuseppe Conte (ANSA)

Il divorzio in itinere tra Grillo e Conte è una bomba sulle amministrative di ottobre, sugli equilibri tra e nei partiti, sul governo e sulla legislatura, e rischia di segnare l’attuale fase politica in profondità. Al di là di come in effetti andrà a finire: perché anche se il garante-non garante e il capo mai nato troveranno un modo per mettere la polvere sotto il tappeto, la grande operazione di rilancio politico dei Cinquestelle inclusa nella scelta di designare Conte capo politico è fallita prima di iniziare.

Un fallimento che si porta dietro numerose conseguenze: l’alleanza con il Pd che a questo punto è sempre più instabile e problematica, soprattutto sono problematici i risultati che questa alleanza doveva (dovrà) nel breve portare a casa (leggasi amministrative a ottobre); è instabile di conseguenza l’incerta leadership del Pd, e diciamo incerta perché nata da un assestamento tra correnti e leaderini che hanno votato all’unanimità Letta salvo farsi la guerra fino al giorno prima al grido di congresso-congresso; è instabile soprattutto il governo, perché con un Movimento 5 Stelle esploso o sulla via dell’esplosione, con la probabile comparsa di una lista Conte ansiosa di andare a riscuotere la cambiale in scadenza rappresentata dall’alta popolarità dell’ex premier, è altamente improbabile che il governo Draghi possa durare fino al 2023.

Rilancia paradossalmente le quotazioni di Draghi al Quirinale, perché quando saremo arrivati a gennaio 2022 la politica italiana si troverà in una situazione di tale caos e incertezza da non potersi permettere di fare a meno dell’unico punto di equilibrio tra il nostro paese, l’Unione europea, l’Alleanza atlantica, il Recovery Plan.

D’altra parte non poteva che accadere quello che è accaduto. Quando si affidano undici milioni di voti e 330 parlamentari a una forza politica di raccattati all’ultimo minuto, senza uno statuto, una sede, una classe dirigente, rapporti internazionali solidi e rodati, un’idea dello stato e delle istituzioni, un programma, una constituency che non fosse quella del vaffa era chiaro che tutto prima o poi sarebbe franato. La storia ci ha insegnato che i grandi crack sono in qualche modo sempre un’autobiografia di una nazione. E anche stavolta il popolo italiano non ci ha fatto una bella figura.