Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini (Ansa)
Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini (Ansa)

Roma , 13 agosto 2018 - Ma Conte esiste, tanto è vero che il 18 settembre andrà a Salisburgo a discutere di immigrazione con gli altri capi di governo europei. Conte esiste: non c’è dossier che non passi sul suo tavolo, e pure la missione Sophia l’ha co-gestita con il ministro Trenta. Conte esiste, infatti è stato il sottosegretario leghista Giorgetti a insistere per incontrarlo e non lui a omaggiarlo l’altro giorno, come racconta qualcuno. Per farla breve: il tam tam di Palazzo Chigi ripete un solo concetto declinandolo in vari modi: il premier non è una leggenda metropolitana o un ologramma. Ma proprio l’insistenza con cui vengono offerte prove della sua presenza denota quanto profondo sia il disagio del presidente del Consiglio di fronte a certa narrazione che lo descrive come un vaso di terracotta soverchiato dai due vicepremier, fino al punto da finire ai margini della scena internazionale, come è successo martedì quando Salvini – incontrando Orbán – ha dirottato su di sé i riflettori che avrebbero dovuto illuminare il summit di Conte con il collega ceco Babis, uscito al contrario dai radar. 

Comprensibile l’irritazione del professore che – per uscire dal cono d’ombra – è costretto a far sentire la voce, "chiamando" un coordinamento con i suoi due vice sulla carta, nella realtà azionisti di maggioranza, anche per non arrivare in ordine sparso ad appuntamenti importanti del governo, come l’incontro con gli imprenditori a Cernobbio la prossima settimana. Del resto, il contratto M5S-Lega prevede un "comitato di conciliazione", ben diverso – si sottolinea – dalle cabine di regia care alla prima Repubblica. Che il presidente del Consiglio non se ne stia con le mani in mano come recitano le campagne ostili è vero. Svolge un ruolo importante nello stemperare tensioni che – anche al netto dei capitoli mediaticamente più dirompenti come reddito di cittadinanza e flat tax, o la "diversità di toni" sull’immigrazione – formano un elenco corposo di mine vaganti. C’è la nazionalizzazione delle autostrade invocata dai 5 Stelle e combattuta dai leghisti. Ci sono le pensioni d’oro: "Il tetto dei 4mila euro è la pietra angolare", assicura il M5S mentre Salvini prende tempo, dice che si atterrà al contratto di governo e comunque esaminerà "la questione con i responsabili economici di Camera e Senato del Carroccio martedì, convocata per parlare di manovra". E poi le frizioni sulle grande opere, la parità scolastica o i vaccini, per citarne alcune.

Con un tale rosario di nodi da sciogliere, è evidente che il presidente del Consiglio di tempo libero ne ha poco e meno ancora ne avrà nei prossimi mesi. Ma il vero punto dolente, per quanto Palazzo Chigi voglia minimizzare, è la competizione continua tra le due forze di governo che, in un frangente difficile soprattutto sul fronte più delicato – quello dei conti pubblici – restringe la libertà d’azione di Conte, rendendolo di fatto un premier a sovranità limitata. L’esempio più eclatante? È sotto gli occhi di tutti: ove mai il premier intendesse tranquillizzare i mercati e frenare la speculazione che ieri ha portato lo spread pericolosamente sopra i 200 punti, dicendo che le riforme promesse verranno fatte ma con la massima prudenza e nell’arco di 5 anni, dosandole in modo tale da non doverle finanziare in deficit verrebbe immediatamente sconfessato da Salvini e Di Maio, come già è successo al ministro dell’Economia. M5S e Lega hanno bisogno non solo di avviare flat tax e reddito di cittadinanza nella prossima manovra, ma di farlo contestualmente perchè in competizione tra loro. Insomma: la vera spina nel fianco del premier non sono le tensioni fra i due partiti alleati e tra di loro concorrenziali, ma tra questi due partiti e la compagine tecnica (di cui Conte fa parte assieme a Tria e Moavero) che con quella competizione deve fare i conti, volente o nolente, ogni santo giorno.