1 apr 2022

Conte e Pd sempre più ai ferri corti. La fiducia passa, le cicatrici restano

Il leader 5S rivendica autonomia dai democratici: "Non siamo la succursale di nessuno". Poi va da Mattarella

antonella coppari
Politica
Il leader dei Cinque stelle ed ex premier, Giuseppe Conte, 57 anni
Il leader dei Cinque stelle ed ex premier, Giuseppe Conte, 57 anni

Roma, 1 aprile 2022 - "Non accetto che ogni volta che poniamo una questione politica ci si accusa di volere una crisi governo". Il giorno dopo Conte torna all’attacco. L’accordo sulle spese militari non è bastato. M5s vota sostanzialmente compatta al Senato la fiducia al decreto Ucraina (passa con 214 sì, nessun astenuto e 35 no, tra cui quello di Petrocelli che verrà espulso dal Movimento) pur perdendo per strada qualche riottoso (assenti ingiustificati Pesco e Airola) e l’ex premier rilancia: "Siamo stanchi di sentirci dire che siamo irresponsabili. L’alleanza con il Pd va avanti ma non funziona così: non siamo la succursale di un altro partito". Frecciate velenose che arrivano al Nazareno, dove la preoccupazione è massima. Per evitare di far impennare ulteriormente la tensione, il Pd scegliere di tenere i toni bassi. La capogruppo a Palazzo Madama, Simona Malpezzi, prova a gettare acqua sull’incendio: "Non è il momento delle polemiche. Lavoriamo per l’unità". Non significa che Letta minimizzi il guaio. Un nuovo affondo i dirigenti non se l’aspettavano, convinti di aver "teso una mano " al leader M5s con la mediazione di mercoledì, peraltro non priva di rischi: potrebbe rendere più complicata la candidatura italiana alla guida della Nato. L’allarme non riguarda le prossime amministrative, fronte sul quale M5s ha poche cartucce da sparare né, per ora, l’alleanza alle politiche. Conte, ragionano al Pd, non ha altra possibilità, anche se la marcia di riavvicinamento tra gli ex soci gialloverdi fa rizzare le orecchie a qualcuno. Ad uscire offuscata dalla guerriglia è l’"offerta politica" sulla quale ha scommesso Letta, quel campo largo che appare un campo di battaglia. Senza contare i guai interni: il dissenso anti-5stelle nel Pd non è esiguo. Ma pure chi la contrasta sa che per rinunciare a quella alleanza sarebbe necessaria una legge elettorale proporzionale e nessuno crede che il segretario sia disposto a procedere in quella direzione. Il suo obiettivo è conquistare Palazzo Chigi e può farlo solo con l’attuale sistema, il Rosatellum.

Conte d’altra parte non può che proseguire nell’offensiva. Ieri ha incontrato il capo dello Stato in un colloquio da lui richiesto dopo che Sergio Mattarella, nella telefonata di mercoledì, lo aveva persuaso a non esagerare nella drasticità, e ha assicurato di non avere intenzione di far saltare l’esecutivo. Smentendo i sospetti che campeggiano nel Pd secondo cui mirerebbe al voto anticipato in settembre. Dubbi infondati, come quelli diffusi tra i 5stelle per i quali sarebbe invece Draghi a cercare il pretesto per andarsene. Pur senza la tentazione di dare la spallata al governo, Conte ha bisogno di restituire visibilità al partito e per questo non potrà che alzare sempre più la voce, non solo su guerra e riarmo ("abbiamo evitato spese sproporzionate") ma su tutto. E temi sensibili non mancano, a partire dal Def. "Voglio risposte da Draghi: deve anticipare le misure per lenire le difficoltà del Paese". Allo stesso tempo l’Europa ha insistito ieri per una rapida sottoscrizione italiana della riforma del Mes assicurando "di aver ricevuto garanzie dal governo italiano". Boccone che i 5stelle mal ingoieranno.

Insomma: ci sono scarse possibilità che l’alleanza non si presenti lacerata agli elettori. E non aiuta l’ostilità latente tra il leader M5s e il premier. Che pure ieri non ha risparmiato accenti beffardi: "Il presidente Conte chiedeva un allungamento dell’obiettivo al 2030. Io ho detto ‘No, si fa quel che il ministro Guerini ha deciso’, e cioè il 2028. Poi è uscito un comunicato che diceva che quella era la richiesta di chi non voleva l’aumento delle spese militari, quindi non c’è disaccordo". Ma forse il vero elemento critico è un altro: la difficoltà del Pd nel misurarsi con gli alleati senza farli sentire vassalli.

 

 

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