Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: tante polemiche sulla Fase 2
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: tante polemiche sulla Fase 2

Roma, 30 aprile 2020 - «Appena finisce il lockdown per il nostro Paese inizierà il countdown per Conte e il suo governo. Anzi, è già iniziato». La frase – pronunciata, così si dice, da una delle due ministre renziane alla fine dell’ennesimo, infuocato, Consiglio dei ministri – la dice lunga sullo stato dei rapporti interni la maggioranza. Oggi, il leader di Iv, Matteo Renzi, terrà al Senato, dopo aver ascoltato il suo (in teoria) premier, un discorso che i suoi, già pregustandolo, descrivono come «fiammeggiante».

Un’anticipazione si è avuta ieri sera, quando in una trasmissione tv, l’ex Rottamatore ha spiegato: «Non ho fatto la battaglia contro i pieni poteri di Salvini per darli poi a Conte». Del resto, sono giorni che Renzi, a Conte, non le manda a dire, al punto da ergersi al rango di ‘costituzionalista’ che contesta al premier l’abuso dei dpcm. Contestazione che, a Conte, ha mosso anche la presidente della Consulta, Marta Cartabia, legata a filo doppio con il Colle, al pari di quel ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, cui la Cei ha rimproverato il ‘tradimento’ della parola data sulla «libertà di culto» per le messe. Sempre ieri, guarda caso, i presidenti di tutte le Regioni guidate dal centrodestra hanno scritto al presidente Mattarella, chiedendogli di «restituire le competenze alle Regioni». Dal Colle, ovviamente, non esce un «ah», ma se le cose hanno un senso, e un filo, la preoccupazione del Quirinale cresce. 

Spostandosi dentro il Palazzo per eccellenza, Montecitorio, le battute sul ‘rigor Contis’, cioè sulla fine politica prematura – ma solo dopo il termine del lockdown, cioè non prima di giugno – pure qui si sprecano. Nel cortile d’onore, tra un sigaro e una sigaretta, i deputati attendono con pazienza il loro turno per votare la ‘chiama’ sulla nuova richiesta (è già la seconda) di scostamento di bilancio avanzata dal governo per il Def. I renziani, ovviamente, sono i più convinti e compatti, nel volersi scrollare di dosso l’esperienza del Conte bis, ma per Conte «il terrore corre sul filo», per ora delle chiacchiere. E il malumore per le ultime uscite del premier dilaga tra i dem: quelli che hanno sempre mal sopportato l’alleanza coi 5Stelle (gli ex renziani di Base riformista), e non solo. Il capogruppo dem alla Camera, Graziano Delrio, riconosce, con un collega di un altro partito, che «questo premier, in quanto a sensibilità democratica, è poco dotato». Inoltre, il ministro Dario Franceschini, capodelegazione del Pd al governo, dopo essere stato a lungo un difensore di Conte, avrebbe, dicono i suoi, «rotto, e in via definitiva». 

E, incredibile a dirsi, anche i meloniani – che, più di tutti, sono contrari a ogni forma di governo di ‘unità nazionale’ che dovrebbe sostituire Conte con Draghi o con altri nomi – riconoscono, come sbotta il capogruppo di Fd’I, Francesco Lollobrigida, che «qualsiasi cosa verrà dopo Conte sarà meglio di Conte. Noi resteremo all’opposizione, come già facemmo con Monti, ma Conte ormai è sempre più autorefenziale». E anche una delle ‘menti’ economiche della Lega, l’ex viceministro Edoardo Rixi, mostra quanto la situazione stia ormai smottando: «Mi legano a Salvini stima e affetto profondi. Né Zaia, né Giorgetti, con tutto il rispetto per loro, possono guidare la Lega, ma il momento presente mi ricorda l’immediato dopoguerra. In quel momento la Dc e i liberali andarono al governo coi comunisti, e così bisogna fare ora. Come? Si vedrà».

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