Giuseppe Conte (LaPresse)
Giuseppe Conte (LaPresse)

Roma, 24 agosto 2019 - Sono passate da poco le venti quando a cena con Nicola Zingaretti è Luigi Di Maio a calare il carico pesante: "Parliamoci chiaro. Le condizioni da cui partire sono due. La prima è il taglio dei parlamentari, la seconda la riconferma di Conte". Il leader dem è spiazzato: "Sui parlamentari si può trovare una soluzione, ma serve un governo di svolta. Non è una questione personale con Conte, ma serve discontinuità". Certo, la mossa di Di Maio complica non poco le cose. Sino a ieri, se il nuovo governo nascerà, dicevano tutti, per guidarlo la bilancia pende a favore di un premier terzo. Ma i pentastellati hanno sparigliato.

A rimettere in gioco Giuseppe Conte – poco gradito al Pd che pretende discontinuità, a partire da una figura ‘terza’ a palazzo Chigi – ci ha pensato Beppe Grillo. "Conte è il primo in tanti anni che nessuno riesce a deridere. Sembra che nessuno voglia perdonargli la sua levatura e il fatto che ci abbia restituito una parte della dignità persa di fronte al mondo intero. Qualsiasi cosa che preveda di scambiare lui, come facesse parte di un mazzo di figurine del circo mediatico-politico, sarebbe una disgrazia. Ora ha pure un valore aggiunto, l’esperienza di avere governato questo Paese. Benvenuto tra gli Elevati". Parole pesanti. Nel Pd, a caldo, le hanno interpretate come strategia per alzare il prezzo, altri come un modo per ottenere per "l’avvocato del popolo" se non la Presidenza del Consiglio – bilanciata da ministeri pesanti per il Pd, cui Di Maio potrebbe lasciare lo Sviluppo economico oltre a Interni ed Esteri – almeno la nomina a candidato italiano per la Commissione Ue. La mossa di Di Maio ha fatto capire invece che si tratta di una candidatura reale, anche se da qui ad averla vinta ce ne corre. Certo, i 5 Stelle faranno di tutto per riproporre il premier uscente, ma se non fosse proprio possibile allora Conte potrebbe slittare su Bruxelles. Nel caso restasse a Palazzo Chigi, come commissario Ue potrebbe andare – stante l’indisponibilità, si dice, di Enrico Letta – l’eurodeputato Pd Roberto Gualtieri.

Prima della mossa di Di Maio, i nomi forti per Palazzo Chigi erano 6: in primis l’economista Enrico Giovannini, il giudice costituzionale Marta Cartabia, il giudice emerito della Consulta Sabino Cassese, l’economista Carlo Cottarelli, il magistrato Raffaele Cantone e infine Conte. Ma ieri sera il borsino del nuovo governo ha visto Conte in risalita.

Una volta sistemata la casella più importante, gli incastri sarebbero di conseguenza. Nel ‘pacchetto Conte’ che Di Maio avrebbe proposto a Zingaretti, lo Sviluppo Economico (Delrio?), gli Esteri (Gentiloni?) e gli Interni (Minniti). Ma il Pd può davvero cedere a un tecnico ormai politicamente schierato con i 5 Stelle – al punto da essere probabilmente il ‘frontman’ alle eventuali elezioni politiche – la premiership? In parecchi ne dubitano, anche se il pacchetto compensativo sarebbe importante e potrebbe essere integrato da altri ministeri come l’Ambiente (Realacci?) o l’Agricoltura (Martina?) a scelta e dalla sostituzione ai Trasporti di Toninelli con un altro M5s (Patuanelli?). A M5s resterebbero anche gli altri ministeri che ha, a partire da Giustizia, Sanità e Lavoro più forse la Pubblica Istruzione oggi leghista o l’Agricoltura (se non va al Pd). Casella chiave sarà quella dell’Economia, che dovrebbe essere affidata a un tecnico di fiducia del Colle e per la quale sono in corsa Treu e Cottarelli. Altri tecnici sono in stand by.Ma da qui a martedì, una volta chiarito se l’accordo si farà e chi sarà il premier, le caselle andranno al loro posto.