È martedì sera, non fa un gran caldo, il programma è stato cambiato all’ultimo momento, ma la gente è in fila lo stesso. Quasi come quando le Feste dell’Unità erano le messe laiche della sinistra, che, oltre ai soldi, riempivano le casse del partito di tanto senso di appartenenza. Gnocco fritto e dibattiti, ricreativo e culturale. Ma il premier Giuseppe Conte alla Festa è un evento e valeva la pena esserci. "È la mia prima volta", riconosce quando sale sul palco per l’intervista di Maria Latella. Conte è appena arrivato da Beirut, solo tre ore prima stava incontrando il primo ministro libanese qualche migliaio di chilometri...

È martedì sera, non fa un gran caldo, il programma è stato cambiato all’ultimo momento, ma la gente è in fila lo stesso. Quasi come quando le Feste dell’Unità erano le messe laiche della sinistra, che, oltre ai soldi, riempivano le casse del partito di tanto senso di appartenenza. Gnocco fritto e dibattiti, ricreativo e culturale. Ma il premier Giuseppe Conte alla Festa è un evento e valeva la pena esserci. "È la mia prima volta", riconosce quando sale sul palco per l’intervista di Maria Latella.

Conte è appena arrivato da Beirut, solo tre ore prima stava incontrando il primo ministro libanese qualche migliaio di chilometri più a est, e ha fatto di tutto per essere al Ponte Alto di Modena. Il premier aveva avvertito qualche scricchiolio nei rapporti con i dem, compreso la loro paura di sentirsi estranei a un’alleanza dove ultimamente le stavano solo rimediando. Conte accetta quindi l’invito di Zingaretti e calca un palco per lui estraneo. Ci tiene a fare bella figura, sa di giocare in qualche modo fuori casa, niente a che vedere con il pubblico di fans dell’altro giorno alla festa del Fatto quotidiano. Il pubblico rosso lo accoglie con una cortesia che però non è calore gratis, un’attenzione quasi circospetta, disponibile a un giudizio non prima di aver ascoltato. È gente attenta alla politica, venuta su a discussioni in sezione e paginate dell’Unità tutte le domeniche. Nell’altra ala della festa c’è il concerto di Neri Marcoré, chi vuole lo spettacolo va lì.

La molla dell’attenzione è stata caricata nel pomeriggio, quando sul Fondo salva-Stati (Mes) si è consumata l’ultima sfida a distanza di quelli che, in teoria, sarebbero alleati. "Il Mes mai" tuonano Di Maio e Crimi. "Il Mes subito", replica Zingaretti. Conte scioglie il nodo, ma lo fa a suo modo. Da avvocato.

Spiega che ora il pensiero del governo è sul Recovery plan, i progetti stanno partendo, ma se e quando sarà il momento di parlarne, non esclude di poterlo fare. In sostanza, non dice no. "Io e il ministro Gualtieri da buoni padri di famiglia faremo i conti e, se dovessero servire i soldi del Mes, illustreremo in parlamento i nuovi procedimenti alla base della riformulazione del fondo". E siccome in parlamento ci sono partiti che il Mes lo vogliono, tipo Forza Italia, Conte traccia un quadro che incute timore più ai grillini che ai dem.

Il premier in questo momento non ha però bisogno di polemiche su di sé. Svicola alle domande su Draghi ("Non c’è rivalità, facciamo mestieri diversi") e di risse tra i due partiti. Spera che le elezioni vadano bene ed esclude ripercussioni sul governo ("Abbiamo il dovere morale più che politico di terminare il lavoro sui fondi europei. Ma alle urne il centrodestra è unito e noi no, la lotta è impari").

Poi, è onesto sulla scuola quando riconosce potrebbe esserci qualche problema per la ripartenza ("Non è un’isola felice, siamo pronti a tutto, ho parlato con sincerità a mio figlio Nicolò"), però fa capire di essere anche oltre il 21 settembre. "La politica deve avere uno sguardo lontano", sentenzia. L’importante, pare dire, è che al comando ci sia sempre lui. E, alla fine, dopo averlo ascoltato, il popolo Pd lo promuove con un applauso.