Mentre fervono le battaglie per l’elezione del capo dello Stato, si moltiplicano gli elenchi, sempre molto elogiativi, dei presidenti del passato: sono presentati come senza macchia anche quelli che hanno dovuto affrontare tempeste personali non indifferenti, come Leone e Cossiga. Ma questo elenco serve non tanto a costruire un identikit del nuovo presidente, che deve essere degno di tanti predecessori, in apparenza esenti da errori, quanto soprattutto per rafforzare l’idea che gli italiani, pure così litigiosi, sappiano sempre scegliere bene la carica più alta dello stato. Alla felice riuscita dell’elezione si aggiunge poi la "grazia di stato" che suggerirebbe all’eletto come comportarsi in ogni occasione. Comunque, vuoi perché il Quirinale è stato per secoli residenza dei papi, vuoi perché vi si sono svolti quattro conclavi dal 1823 al 1846, tutto questo somiglia da vicino all’elezione di un nuovo papa. Si vorrebbe infatti che anche i papi siano stati tutti buoni, tutti bravi, alcuni – in numero sempre crescente – addirittura santi. Le controversie alimentate durante il pontificato vengono dimenticate, la chiesa celebra sé stessa – nella figura ovviamente del corpo elettorale, il collegio cardinalizio – confermando che ogni volta si è scelto bene, se non...

Mentre fervono le battaglie per l’elezione del capo dello Stato, si moltiplicano gli elenchi, sempre molto elogiativi, dei presidenti del passato: sono presentati come senza macchia anche quelli che hanno dovuto affrontare tempeste personali non indifferenti, come Leone e Cossiga. Ma questo elenco serve non tanto a costruire un identikit del nuovo presidente, che deve essere degno di tanti predecessori, in apparenza esenti da errori, quanto soprattutto per rafforzare l’idea che gli italiani, pure così litigiosi, sappiano sempre scegliere bene la carica più alta dello stato. Alla felice riuscita dell’elezione si aggiunge poi la "grazia di stato" che suggerirebbe all’eletto come comportarsi in ogni occasione.

Comunque, vuoi perché il Quirinale è stato per secoli residenza dei papi, vuoi perché vi si sono svolti quattro conclavi dal 1823 al 1846, tutto questo somiglia da vicino all’elezione di un nuovo papa. Si vorrebbe infatti che anche i papi siano stati tutti buoni, tutti bravi, alcuni – in numero sempre crescente – addirittura santi. Le controversie alimentate durante il pontificato vengono dimenticate, la chiesa celebra sé stessa – nella figura ovviamente del corpo elettorale, il collegio cardinalizio – confermando che ogni volta si è scelto bene, se non benissimo. Per di più, la "grazia di stato" qui prende addirittura il volto dello Spirito santo, certo una grande garanzia. Nessuno invece osa avanzare l’ipotesi che la buona, se non ottima stampa che sostiene entrambe le figure – il papa e il presidente italiano – è anche consigliata, o per meglio dire assicurata, dal grande potere che entrambe assommano nelle loro mani.

Non sono però queste le uniche somiglianze che si possono riscontrare fra l’elezione del pontefice e quella del presidente. La tentazione di minare la carriera degli avversari utilizzando i tribunali ha radici antiche: non solo nel 1559 una bolla di Paolo IV esclude di fatto dalla eleggibilità i cardinali accusati di eresia – "il che si crede fatto principalmente per privare Morone che non possa essere promosso mai al pontificato", nota un documento del tempo –, ma saranno ben due i papi rinascimentali passati direttamente dalla guida dei tribunali dell’Inquisizione, proprio quelli che decidono chi è eretico, al pontificato. Non è nuovo neppure il mercato dei voti: la corruzione incombe sui conclavi tra il XVI e il XVIII secolo, nonostante si susseguano severissime bolle di papi appena eletti, tanto che Pio X nel 1904 stabilirà che l’elezione papale resta comunque valida al fine di evitare la messa in discussione del conclave.

I mali sono sempre gli stessi: così la trasgressione del vincolo di segretezza sulle manovre che precedono e concludono l’elezione. Segretezza obbligata e suggellata da un giuramento per tutti i partecipanti al conclave, consigliata per motivi di convenienza ai rappresentanti politici, ai quali sembra meglio presentare l’elezione del presidente come un esercizio di perfetta e onesta democrazia. Ma come sappiamo è difficile convincere tutte le persone che sono a conoscenza di segreti imbarazzanti al silenzio. Finora i più loquaci sono stati i partecipanti ai conclavi, che per secoli hanno volentieri dato alle stampe diari delle elezioni papali, tanto da suggerire ancora a Pio X nel 1904 il rafforzamento definitivo dell’obbligo del segreto. Ma anche questo non è bastato: sempre, qualche anno dopo il conclave, appaiono diari anonimi, affidati magari a giornalisti “coraggiosi” che aprono squarci non sempre luminosi sui maneggi avvenuti durante il conclave.

La stessa cosa succede anche per l’elezione del presidente. Accanto a una versione ufficiale, in genere rassicurante, anni dopo arrivano interviste, libri autobiografici, di protagonisti della vita politica del tempo che raccontano di romanzesche riunioni notturne, di stratagemmi sventati o orditi con successo, genere in cui eccelle senza dubbio Clemente Mastella.

In entrambe le situazioni, è fondamentale che la scelta appaia assolutamente indipendente, libera da influenze sovranazionali. Per la chiesa non è stato possibile per secoli, perché le grandi potenze cattoliche si riservavano il diritto di veto sulla scelta del candidato, esercitato per l’ultima volta nel 1903 a nome dell’imperatore Francesco Giuseppe contro il cardinale Mariano Rampolla del Tindaro. Ma sappiamo bene che oggi le influenze internazionali sono meno esplicite, ma altrettanto forti: sarebbe possibile, per esempio, eleggere oggi un cardinale nemico della Cina? Per il presidente, il diritto di veto o, al contrario, la spinta favorevole vengono esercitati innanzi tutto dalle dichiarazioni dei più alti esponenti dell’Unione europea, da quelli della finanza internazionale, raccolte e diffuse da testate importanti: sarebbe pensabile eleggere un presidente ostile all’Europa?

Ma non è finito l’elenco delle somiglianze: ne troviamo persino nel sistema elettorale, che privilegia la maggioranza di due terzi dei voti, per poi scendere a richieste meno impegnative, pur di portare a termine l’elezione. Qui scatta però la differenza: per il papa è fondamentale offrire la sicurezza di un elettorato compatto, per cui dal medioevo è stata sempre rispettata la maggioranza dei due terzi. L’unica volta che è stata trasgredita, è scoppiato lo Scisma d’Occidente, decisamente un brutto ricordo. Tanto che, dopo l’introduzione di possibilità meno rigide nel 1996, Benedetto XVI, nel motuproprio del 2007 che modifica alcune norme per il conclave, è tornato al criterio della maggioranza dei due terzi.

Altra fulminante somiglianza: l’assenza quasi totale di presenza femminile, non solo ovviamente – almeno nella chiesa – per quanto riguarda l’eletto, ma perfino nel corpo degli elettori e di coloro che prendono la parola sulla questione.

Quale conclusione trarre da questo parallelo, al tempo stesso incoraggiante e inquietante? La speranza che la somiglianza comporti anche un’azione benefica dello Spirito santo, anche se, perfino su quello, in un’intervista del 1997 il cardinale Ratzinger, con un sano realismo storico (e teologico), ha circoscritto la potenzialità di intervento: "Il ruolo dello Spirito dovrebbe essere inteso in un senso molto più elastico, non che egli detti il candidato per il quale uno debba votare. Probabilmente l’unica sicurezza che egli offre è che la cosa non possa essere totalmente rovinata. Ci sono troppi esempi di papi che evidentemente lo Spirito santo non avrebbe scelto".