Il bus dato alle fiamme e il dirottatore Ousseynou Sy (Ansa)
Il bus dato alle fiamme e il dirottatore Ousseynou Sy (Ansa)

Roma, 22 marzo 2019 - Per la prima volta da quando è ministro dell’Interno, Matteo Salvini, deve giocare in difesa. Nel giro di poche ore è costretto a rincorrere Di Maio, che propone di dare la cittadinanza al ragazzino egiziano eroe Ramy e, nello stesso tempo, deve parare il fianco dalle accuse dell’opposizione che denuncia una ripresa del terrorismo. In un clima di competizione permanente – resa più acuminata dall’imminente scadenza europea – era inevitabile che la tragedia sfiorata per la prontezza di spirito di un teenager e per la lucidità dei carabinieri a San Donato Milanese diventasse materia di campagna elettorale. Ineluttabilmente viene chiamato sul banco degli imputati chi era andato al Viminale promettendo sicurezza: essendo il capo del partito da battere, l’invito a nozze è esplicito per tutti i partiti.

A martellare con insistenza sono gli alleati di Forza Italia, che pure l’altro ieri al Senato hanno aiutato Salvini votando contro la richiesta di autorizzazione a procedere per la Diciotti. In questo caso, non vanno per il sottile: «Migranti e sicurezza sono due facce della stessa medaglia», sottolinea Bernini. Quanto accaduto dimostra che «accanto alla fermezza e al rispetto della legge non servono intolleranza e propaganda elettorale», incalza Gelmini. I numeri parlano chiaro: quasi 4 italiani su 10 considerano la sicurezza il tema con la maiuscola. Ragion per cui su un campo considerato di destra si cimenta anche il Pd: «Salvini cavalca problemi ma non li risolve – attacca Zingaretti – dopo moltissimi anni è tornato in Italia il terrorismo. Invece di passare la giornata a fare comizi, si occupi di questo». Meno propaganda e maggior presenza a Roma. Anche perchè, avverte l’ex ministro dell’Interno Minniti, «bisogna agire con prudenza. Le grandi questioni non vanno affrontate in maniera ideologica: si rischiano guerre di religione». Che poi, i primi a a cogliere al volo l’occasione erano stati i soci 5stelle che avevano intravisto un mezzo per uscire dall’impasse attuale: «Come vicepremier mi impegno a presentare una proposta per migliorare la sicurezza interna», tuonava a caldo Di Maio. Naturalmente Salvini si difende: «È surreale pensare che il dirottamento sia colpa mia: tantissimi ministri in passato vivevano in ufficio e non facevano un accidenti. Preferisco starci il tempo necessario».
 
La sicurezza fa la parte del leone nel ‘day after’, ma qualche polemica rischia di innescarsi sul cavallo di battaglia del leghista: le politiche dell’immigrazione. Caso vuole che l’attentatore originario del Senegal sia cittadino italiano mentre Ramy e la sua famiglia ancora no. Salvini parte ruggendo: «Mi impegnerò per togliere la cittadinanza a quel delinquente». Ma di fronte alla richiesta del padre del ragazzo, Khalid Shehata, per alcune ore il Viminale appare imbarazzato: «Valuteremo». Al contrario, l’altro vice premier si mostrava entusiasta. «Ha messo a rischio la sua vita per salvare i compagni. Diamogli la cittadinanza per meriti speciali», diceva Di Maio tra gli applausi M5S. Per un attimo, l’istinto stava portando i due soci a litigare anche su questo: poi si sono resi conto che non aveva senso scontrarsi, con tutti i problemi che ci sono, e dunque Salvini ha sterzato: il Viminale non solo è pronto a velocizzare le procedure, ma si farà carico delle spese. «Sarei contento se Ramy diventasse cittadino italiano». La tragedia è stata evitata, la campagna elettorale continua.