Stefania Craxi di fianco ad una foto del padre (Liverani)
Stefania Craxi di fianco ad una foto del padre (Liverani)

Roma, 18 novembre 2019 – La prima immagine della memoria è quella di una bambina di otto anni che gira per i caseggiati della Milano di fine anni Sessanta a infilare nelle cassette della posta i santini elettorali del padre: "Ricordo le tre preferenze, Craxi, Nenni, Gangi". Ma è solo il ciak d’inizio di un film appassionato e lucido, fatto di immagini vive e ricordi solo un po’ più sfocati, commozione e tenerezza, dolore e orgoglio, sentimenti forti e pensieri intensi di una figlia, Stefania, sulla vita e la morte di un socialista italiano del "secolo breve", Bettino Craxi.

Stefania Craxi: "Tangentopoli? Fu un attacco all’Italia"

Quand’è che ha scoperto che suo padre era Bettino Craxi?
"Che Bettino Craxi fosse mio padre, forse, non l’ho mai scoperto, fino a che non è morto. Nel senso che per noi, che ci sentivamo parte di una comunità, quello era sì il padre, ma era innanzitutto la guida di noi socialisti. La sua elezione a Presidente del Consiglio non è un fatto di potere: per noi in famiglia c’era l’orgoglio che, finalmente, il nostro Segretario potesse guidare l’Italia. Per il resto c’era il rispetto per quel capo, l’unico che io ho riconosciuto tale nella mia vita".

Il suo primo atto politico?
"Prestissimo. Avevo otto anni. Era la mia prima campagna elettorale. Quella del ’68, quando mio padre, espressione di una minoranza del 7 per cento dentro il partito, diventa per la prima volta deputato. Allora, a Milano, i bambini potevano girare per i quartieri e ricordo che avevo uno zainetto in spalla e giravo a mettere i manifestini elettorali nelle cassette della posta. Ricordo che c’erano tre preferenze: Craxi, Nenni, Gangi. A scuola mi affannavo a spiegare ai miei compagni delle elementari che cosa fosse il socialismo rispetto al comunismo. Dunque: che cosa era la politica, che cosa era una comunità politica, l’ho scoperto prestissimo".

La politica, insomma, era la vita di un’intera famiglia?
"Sì. Era, come dire, un tutt’uno: l’impegno politico con la vita della famiglia. La politica era una signora che sedeva a tavola con noi. Ricordo da adolescente e anche da ragazzina che il sabato e la domenica erano tutti dedicati per le campagne elettorali, i congressi di partito, i giri per le sezioni, i comizi. Il mio compleanno di 18 anni l’ho festeggiato al Club Turati di Milano, quello dei 15 anni alla Conferenza di organizzazione a Firenze, un altro durante un viaggio a New York con mio padre Presidente del consiglio. Insomma, la vita politica era indistricabile dalla vita privata".

Ugo Intini, Bettino Craxi e la figlia Stefania (New York,1988) Foto di Umberto Cicconi

Seguiva spesso suo padre?
"Tutte le volte che potevo e ho continuato a farlo anche quando a un certo punto ho deciso di andare via da casa. Nei fine settimana non andavo con i miei amici fin tanto che non capivo che quella volta non mi avrebbe portato. L’ho seguito nei viaggi. Quando arrivavamo, dicevo al capo del cerimoniale: “Io vengo per stare con mio padre, mi tolga dal programma delle signore, la prego, e mi metta in quello degli uomini“.

Quali pezzi di memoria si porta dentro dei viaggi con suo padre?
"Infiniti. Mi ricordo i suoi colloqui con Ronald Reagan. Quando si passa dal G5 al G7 e l’Italia entra tra i Grandi della terra. Le dico un aneddoto. Ricordo che Reagan uscì dall’ascensore e mio padre gli andò incontro poco prima del vertice. Si appoggiò a una parete con una mano e cominciò a parlare con Reagan per una ventina di minuti. Tra me e me mi sono chiesta: “Ma in che lingua parleranno?” visto che mio padre non sapeva l’inglese. E così quando finirono, glielo chiesi. E lui mi: “In spagnolo “. Ma ricordo bene anche il suo incontro con Gorbaciov al Cremlino. Ero con lui, da imbucata, anche a una riunione sul debito pubblico dei Paesi poveri, un incontro a quattro con lui, Agnelli, Rockfeller, il capo della World Bank. Rammento bene anche la visita in Cambogia, che mi segnò molto. Avevo 22 anni, poco più che una ragazzina, e mi colpirono drammaticamente i campi profughi dei cambogiani in fuga dai Kmer rossi: un esodo biblico".

Ha citato Reagan. Il rapporto di Craxi con lui e con gli Usa quanto fu segnato dalla vicenda di Sigonella?
"In quella vicenda, Craxi, da capo del governo italiano e da uomo dell’Occidente, intese rispettare e far rispettare le leggi italiane anche dal suo maggiore alleato. Non credo che l’amministrazione Reagan abbia poi mantenuto un rancore per quel caso. Non credo che si determinò una frattura con l’amministrazione Usa in sé: piuttosto, molti eventi, come quello, restituirono l’idea che Craxi era una personalità forte, autonoma, e questo capisco che ad alcuni ambienti non piacesse".

Sigonella rinvia anche alla speciale relazione di suo padre con il mondo arabo e palestinese. Arafat gli è stato vicino fino alla fine.
"Il rapporto di Craxi con Arafat è un legame che viene da lontano perché nasce durante gli anni dell’associazionismo universitario nell’Unuri, quando mio padre conosce molti dei giovani leader che poi diventeranno importanti nell’organizzazione palestinese. I tunisini, a loro volta, hanno avuto e hanno una riconoscenza per Craxi impressionante. In generale, il mondo arabo e mediterraneo riconosce a Craxi di essere stato un sostegno, di aver indicato la via del rapporto con l’Occidente, l’abbandono della lotta armata, la strada del dialogo e dello sviluppo condiviso. Ma attenzione. Non si troverà mai nessuna dichiarazione di Craxi, in nessuna occasione, contesto, manifestazione o evento istituzionale, in cui non difenda insieme il diritto dei palestinesi di avere una terra e una patria e il diritto di Israele a vivere in sicurezza e in pace. Ha sempre difeso in modo equilibrato il diritto di entrambi i popoli ad avere due Stati. Pensava, naturalmente, che il più forte dovesse essere il più generoso. E ha sempre e dappertutto sostenuto che non potrà mai essere un mondo pacifico quello dominato dalle ingiustizie e dalle disuguaglianze".

E’ vero che il Psi (e il Psi di Craxi, principalmente) ha finanziato e sostenuto movimenti e partiti clandestini in tutto il mondo?
"Chiamiamoli anche finanziamenti illegali perché non bisogna essere ipocriti e avere paura delle parole. Ebbene, Craxi ha sostenuto politicamente, finanziariamente e in tutti i modi i movimenti di liberazione in tutto il mondo. Ha aiutato politicamente e finanziariamente, con uno spirito fraterno, tutti coloro che nel mondo soffrivano per la privazione della libertà. Tutti: spagnoli, portoghesi, greci, ungheresi, polacchi, cecoslovacchi, russi. Cileni, uruguaiani, salvadoregni, argentini. Insomma, chiunque abbia sofferto per la privazione della libertà ha trovato il supporto del segretario del Partito socialista italiano. E, anzi, Craxi, da Presidente del Consiglio, ha sempre subordinato i buoni rapporti con l’Italia al rispetto dei diritti umani e alla liberazione dei prigionieri politici. Mi faccia dire: non come oggi che noi firmiamo un memorandum con la Cina senza porre alcuna condizione rispetto al fatto che stiamo parlando di una nazione totalitaria che non garantisce il rispetto dei diritti umani, che fa dumping sociale, ambientale ed economico. Non si è sentita una parola".

I leader socialisti di mezzo mondo sono stati anche ospiti del Psi a Roma.
"Gonzales, Suares, in esilio, avevano casa, stipendio e ufficio a Roma, in via del Corso, a carico del Psi. Così anche Panagulis. È stata loro assicurata la massima solidarietà politica, fraterna e finanziaria. La libertà e la democrazia non si nutrono solo di pacche e belle parole. Servono fatti".

Lei ha conosciuto i leader dell’eurosocialismo? Sono stati solidali con suo padre negli anni bui?
"Li ho conosciuti tutti. Devo purtroppo dire che sono stati assolutamente irriconoscenti, come lo è stata tanta parte dei politici italiani. L’unica solidarietà è venuta da Soares che andò in Tunisia a trovarlo. Sono stati molto più vicini i leader e i popoli arabi. Arafat, per esempio, si offrì di ospitarlo a Gaza".

Nel capitolo solidarietà internazionale rientra il viaggio nel Cile di Pinochet: che cosa ricorda?
"Craxi arriva in un Cile occupato militarmente dai carri armati di Pinochet e va al cimitero dove era sepolto Allende, senza nome nella tomba dei parenti della moglie. Chiede di poter depositare fiori, ma i carabineros lo fermano intimandogli, armi in pugno, di non fare passi in avanti, altrimenti avrebbero sparato. Lui in Cile si dimostrò, come sempre nella sua vita, un uomo di un coraggio impressionante. Di quel viaggio rammento il suo ritorno. Avevo tredici anni, ho questo ricordo dell’aereo che atterra a Linate: scendono tutti, lui no. Comincio a avere paura, questa sensazione la rammento bene. In realtà, lui scende per ultimo perché aveva perso il passaporto sotto il sedile".

Siamo nel cuore dei Settanta: in Italia scorre il sangue degli anni di piombo.
"Ho memorie di grandi angosce per quegli anni. Ricordo mio padre durante il caso Moro, quando la sera leggeva le sue lettere per cercare un appiglio, per vedere se tra le righe Moro desse una qualche indicazione per poterlo trovare e salvare".

Non si è mai chiuso, tra i tanti, il capitolo sulla sua posizione trattativista.
"Anche in questo caso si è tentato di operare una mistificazione. Craxi che usa il caso Moro per trovare uno spazio politico suo rispetto ai due partiti maggiori. La verità è che Craxi voleva salvare la vita di Aldo Moro. Punto. Era un socialista umanitario".

Che cosa le ha confessato suo padre della vicenda Moro? Che idea si era fatto allora e dopo?
"Allora, proprio leggendo quelle lettere alla ricerca di un indizio, di uno spiraglio per indirizzare la trattativa e le ricerche, si era fatto la convinzione che Moro fosse detenuto in un’ambasciata di uno dei Paesi dell’Est. Una tesi che di tanto intanto ricorre anche nelle nuove rivelazioni. Di certo c’è che in quella vicenda, anche lì, come in Tangentopoli, operarono forze interne e internazionali, esterne al Paese. Magari anche con obiettivi differenti che in quel momento, però, convergevano verso l’inevitabile morte di Aldo Moro. Lui, fino alla fine, cercò disperatamente di trovare una via, tant’è che la morte di Moro avviene nel momento in cui Fanfani va alla direzione della Dc prospettando una soluzione possibile e guarda caso quella stessa mattina viene trovato il cadavere di Moro".

Il ’78 è anche l’anno del saggio su Proudhon, che uscì sull’Espresso il 27 agosto con la definizione di "Vangelo socialista". Craxi chiuse con il marxismo-leninismo.
"Lui riprende un filone culturale antico, che non aveva mai avuto successo nel Psi e porta un attacco al cuore alla cultura comunista. Ne denuncia le ipocrisie e il fallimento. Credo che non glielo abbiano mai perdonato. Eppure, dice una cosa semplice: il marxismo-leninismo è antitetico al principio della libertà e della democrazia, valori su cui ha fondato la sua azione politica lungo il corso di tutta la sua vita. Dice che l’individuo viene prima dello Stato, del partito. I comunisti pensano esattamente il contrario".

Bettino Craxi con la figlia Stefania negli anni Settanta

Quanto incise la nuova posizione dei socialisti italiani nel rendere più "difficile", per non dire impossibile, il rapporto con il Pci?
"Incise molto. Ma c’è una premessa da fare. Craxi era un uomo con i piedi piantati nell’altro secolo. Aveva in questo senso un sentimento di fratellanza anche con i comunisti. Lui era contro il comunismo, non era un anti-comunista. Non voleva distruggere i comunisti italiani, voleva cambiarli e indicare loro la via del riformismo socialista. Dunque, non aveva nessun sentimento personale negativo verso loro. Al contrario, l’attacco che il Pci porta a Craxi è tutto sul piano personale, di demonizzazione della sua persona. Un’operazione che comincia ben prima di Tangentopoli. Basta ricordare le lettere di Tatò a Berlinguer nelle quali indica Craxi come il “capo di una banda di avventurieri“".

Craxi e Berlinguer: destinati o predestinati a non capirsi innanzitutto sul piano personale?
"I rapporti privati erano complessi. Quasi inesistenti. Certo, lui e Berlinguer si conoscevano da ragazzi. Ogni tanto, ricordo che diceva: “Portatelo a Milano, Enrico, così vede un poco come gira il mondo“. Berlinguer era, invece, un conservatore: basta ricordare che era contro la tv a colori, contro le autostrade. Era chiuso in una torre di cristallo, teneva i rapporti con il mondo esterno attraverso Tatò. Craxi aveva, invece, buone relazioni con quelli che erano allora della corrente migliorista: ottimo il rapporto con Gerardo Chiaromonte, con Giorgio Napolitano, che, non a caso, scrisse e rese pubblica una lettera nel decennale della sua morte da Presidente della Repubblica".

Uno dei momenti di maggiore e più lacerante contrasto tra socialisti e comunisti fu per il decreto di San Valentino sul taglio della scala mobile.
"
Craxi aveva parlato a lungo con i sindacati fino a convincersi che anche Luciano Lama ci sarebbe stato su quella battaglia contro l’inflazione. E Lama, in realtà, si era convinto. Ma alla fine subì il diktat della segreteria del partito comunista. Fu uno scontro rilevante che allargò ulteriormente le ferite e il divario tra i due partiti. Lui, del resto, era un innovatore, un riformista: era per il confronto continuo con la realtà che cresce, cambia, si modifica. Per lui le leggi non erano totem e i provvedimenti erano sempre revisionabili perché il rapporto con la realtà è quello che faceva premio".

Il contrasto è anche antropologico: la Milano da bere di Craxi contro l’austerità di Berlinguer.
Anche per questa cosa l’opera di mistificazione sugli anni di Craxi è stata enorme. E tuttora pervade tanta parte dell’intellighenzia e della cultura di sinistra. La Milano da bere che cosa era? Era una Milano che usciva dagli anni bui del terrorismo, che significava gente che aveva paura di uscire, dove al mattino si facevano i conti dei morti. La Milano da bere era allora una città che voleva tornare a crescere, a svilupparsi, a essere internazionale, anche a divertirsi, perché no? Questa è stata la Milano da bere, che soppiantava Parigi come capitale della moda. Dove il Made in Italy con più di 4 milioni di imprese si affermava nel mondo, mentre l’Italia sopravanzava l’Inghilterra. E invece continuano a raccontarla come una cosa degradante, degradata, dove prevale l’egoismo. Quando, al contrario, prevalgono lo sviluppo, la ricchezza, che allora sì poteva essere distribuita".

Gli anni Ottanta sono anche quelli della Grande riforma e dei "meriti e bisogni" del Congresso di Rimini.
"Stanno ancora tutti lì e testimoniano l’attualità di Craxi. Da un lato sono i nodi irrisolti sul tavolo della politica e dall’altro costituiscono una bussola per il futuro. La modernizzazione istituzionale del Paese, nonostante tutti i tentativi compiuti, è in un vicolo cieco. E, ugualmente, non è possibile pensare a una società ultra-competitiva senza correttivi, perché c’è chi rimane indietro e dunque occorre essere capaci di premiare il merito ma anche di soccorrere il bisogno perché non siamo tutti uguali. Per Craxi, insomma, al centro di ogni azione politica ci deve essere l’individuo con le sue capacità ma anche con le sue debolezze e fragilità".

Arriviamo alle pagine più dolorose: Tangentopoli che cosa è stata?
"Un grande attacco al primato della politica, sostenuto e voluto dal potere della finanza. Dunque, nel grande scontro degli anni Novanta, che è uno scontro essenzialmente tra il potere finanziario nazionale e internazionale e il primato della politica, che Craxi difendeva, credo che certi ambienti abbiano influito pesantemente".

A quali ambienti internazionali si riferisce?
"Io li definisco come massoneria finanziaria, ma comunque parlo di quegli ambienti, di stampo sicuramente anche americano, che hanno operato in quella brutta vicenda per contribuire alla caduta del sistema politico e dunque alla caduta di Craxi. Si ricordi che tangentopoli, seppur con effetti e in contesti diversi, non è solo un fenomeno italiano".

E la magistratura, l’industria e la finanza italiane, la sinistra, il Pds, che ruolo hanno avuto?
"Non parlo della magistratura che è stata uno strumento, fatta spesso di controfigure utilizzate e dopo scaricate: come Antonio Di Pietro e lo stesso Borrelli, che ha finito la sua parabola di vita in totale solitudine. Voglio citare, invece, le forze che si sono messe al servizio di quel golpe mediatico-giudiziario: le grandi famiglie industriali, che non a caso erano anche proprietarie dei giornali, e il Partito comunista, che al posto della via del socialismo riformista e democratico sceglie la via giudiziaria al potere. Pagandone le conseguenze e facendone pagare le conseguenze a tutti".

Mette sotto accusa la dirigenza di allora del Pds?
"Certo. Occhetto, D’Alema, Veltroni, che era direttore dell’Unità. E che concordava con i direttori del Corriere della Sera, della Repubblica e della Stampa i titoli dei giornali, scegliendo di volta in volta l’obiettivo da attaccare, funzionale al disegno di distruzione del sistema politico. Ma non erano loro a guidare quell’operazione. Si sono messi al servizio di altre forze. Non è un caso che oggi il Pd sia il partito più vicino al mondo finanziario e a certo establishment".

Di recente Veltroni ha intervistato Claudio Martelli anche su quelle vicende: ha letto la sua ricostruzione?
"Ho letto l’intervista di Martelli a Veltroni. È un po’ smemorata. Racconta il fallimento dell’unità socialista a modo suo, quando Craxi ci teneva a quel progetto mentre erano i comunisti a essere indisponibili. Dice anche che eravamo una comunità braccata. È vero, ma con affetto vorrei dirgli: “Avevi davanti uno dei capi di coloro che ci braccavano, Valter Veltroni, e non gli dici niente?".

Una parentesi: chi è stato Martelli per Craxi?
"L’ha cresciuto, lo stimava, ma il suo è stato un grande tradimento. Non voglio, però, fare polemiche o riaprire ferite. Il Psi è stata una grande comunità e quel sentimento c’è ancora, in fondo, in tutti noi. Anche di coloro che non si sono comportati come dovevano, ma che comunque conservano quel sentimento".

Quale era l’obiettivo finale della destabilizzazione del sistema?
"Cosa succede in quegli anni mentre la bufera giudiziaria imperversa sul sistema politico? Si fanno privatizzazioni senza liberalizzazioni, si vendono i gioielli di Stato agli amici degli amici. È lo stesso disegno che hanno anche oggi gli stessi ambienti finanziari: destrutturare le nazioni per fare più liberamente e senza vincoli i loro affari".

Ha parlato di questo con D’Alema, Veltroni, Occhetto?
"Li ho chiamati tutti al confronto. Sono venuti ma poiché Tangentopoli è il loro atto fondativo, nessuno di loro la sconfesserà mai. D’Alema, per esempio, deve spiegare una cosa particolare: a Craxi non è stato consentito di curarsi in Italia, ma quando lui era presidente del Consiglio gli sono stati offerti i funerali di Stato quaranta minuti dopo la sua morte".

Qualcuno, però, come Staino, ha dichiarato di essersi pentito di aver gioito per la gogna verso Craxi.
"Non che a sinistra non ci siano persone intellettualmente oneste, come Staino, posso aggiungere Sansonetti e altri: ma non sono molti, non hanno gran voce e non parlano per la sinistra".

Di quel biennio drammatico ci sono almeno tre episodi che sono rimasti nella memoria collettiva come simboli dello spirito del tempo: il discorso di suo padre in Parlamento, il cappio leghista, le monetine del Raphael.
"L’intervento di mio padre alla Camera del 3 luglio 1992 lo semplificano come una chiamata di correo. Niente affatto. Era la richiesta di dare una fine politica alla Prima Repubblica e, insieme, la difesa del primato della politica richiamando anche l’attenzione alle sfide europee che ci attendevano. È un discorso bellissimo, che andrebbe riletto a fondo".

In quell’intervento davanti a un’aula attonita Craxi non esita a parlare di finanziamenti illeciti ai partiti.
"Che ci fossero i conti del Partito socialista e che Balzamo, prima della sua morte, li diede a Craxi, nessuno lo ha mai negato e Craxi lo disse anche ai magistrati. La Fondazione Craxi ha recuperato parte dell’archivio del Psi e lo sta organizzando. Sarà pronto a breve. E, allora, lì dentro sarà possibile vedere che cosa fosse la vita di un partito nella Prima Repubblica e che cosa producesse e quanto costasse. Non c’era un argomento sul quale il partito non realizzasse seminari, pubblicazioni, manifestazioni, campagne. Per non parlare degli appuntamenti elettorali. La macchina del partito era fatta di uffici, sedi, impiegati, giornali. Ebbene, tutto questo aveva un costo. La democrazia - spiace dirlo a certi italiani che fanno finta di vivere sulle nuvole – ha un costo".

Ma perché, allora, fu fatta la legge contro il finanziamento illecito ai partiti?
"Fu approvata una legge ipocrita perché, in costanza di Guerra fredda, il finanziamento illecito sopperiva alle carenze di quello lecito e serviva per consentire ai partiti filo-occidentali di condurre una battaglia politica contro il Pci che veniva finanziato da una potenza militare nemica del nostro Paese che era ed è parte dell’Alleanza atlantica. La Guerra fredda è stata una battaglia ampia, combattuta con tutte le armi lecite e illecite usabili in democrazia. E anche questa storia la vogliamo raccontare agli italiani? Vogliamo dire loro che anche attraverso quelle scelte siamo passati dall’essere un Paese povero a diventare una delle Sette potenze mondiali?".

Il cappio del leghista Orsenigo fu una delle immagini più forti e truculente di quella stagione.
"Un gesto che diede e dà tutta l’idea del clima di terrore e di caccia alle streghe di quel tempo violento e barbaro, il simbolo dell’assenza del diritto e della ragione".

Da allora, però, la Lega sembra aver fatto i conti con suo padre.
"Anche Matteo Salvini ha detto recentemente: “Ho combattuto Craxi da ragazzino, ma con questi c’è un abisso“. Lo stesso Umberto Bossi ha parlato di mio padre come di «uno statista». Giancarlo Giorgetti lo ha collocato nel suo Pantheon ideale e, pare, voglia venire a Hammamet a gennaio prossimo per il ventennale della morte. Insomma, con fatica, la verità si fa strada".

Come ricorda, invece, le monetine all’uscita del Raphael contro suo padre?
"Ero incinta della mia ultima figlia, che mi renderà nonna. Vivevo una gravidanza difficile e mi avevano allettato. Ero a Milano con grande dispiacere perché avrei voluto essere vicino a lui. Vedo questa scena al telegiornale. A sera mi chiama mio padre e mi trova un po’ storta e angosciata. Mi disse: “Ricordati una cosa, una Craxi non piange“. Io negli anni gli ho disobbedito e ho continuato a farlo. Ma mi avvalgo della facoltà di essere femmina".

Che cosa era il Raphael "prima", negli anni Ottanta?
"Era un alberghetto diciamo scrauso (le docce gocciolavano e il parquet era alzato in tutte le camera), che stava in una posizione fantastica, dietro piazza Navona, con un proprietario meraviglioso che veniva da una storia comunista: si raccontava che fosse stato una spia della Stasi e che aveva maturato, anche per questo, un anti-comunismo della ragione".

Craxi lascia l'hotel Raphael mentre la folla lo fischia e gli lancia monetine

Davvero una spia della Stasi?
"Così si diceva: sicuramente aveva spostato una cecoslovacca. Di certo era il più grande amico di mio padre e aveva una funzione protettiva nei suoi confronti. Mio padre era andato lì da quando era stato eletto deputato. E vi è sempre rimasto, fino a quando non è andato in esilio. Lì riceveva tutti come fosse la sua casa di Roma. E anche per me il Raphael era casa mia, un ambiente familiare: i camerieri erano amici, il portiere ugualmente. Mi hanno visto crescere, mi hanno visto fare le mie fughe da adolescente".

Un altro vessillo giustizialista di quegli anni rinvia al famigerato Tesoro di Craxi: lo avete mai visto?
"Ogni tanto se ne vengono fuori con illazioni. Ma io sfido chiunque a tirare fuori qualsiasi cosa sul punto. E, d’altra parte, sarebbe bastato domandare alla sua scorta, alla prefettura di Milano, a chiunque abbia avuto a che fare con lui. Sarebbe stato sufficiente domandare agli uomini della scorta che stavano con lui 24 ore su 24 se hanno mai notato niente che non fosse proprio della vita di una famiglia men che meno normale. Si guardi alle case nelle quali abbiamo vissuto, alla vita che abbiamo fatto: trovino nella vita quotidiana della mia famiglia, di mia madre, di mio fratello, un segno di ricchezza, di lusso, trovino un segno che non fosse quello della vita di una normalissima famiglia borghese italiana di quegli anni. La macchina che aveva mio padre quando è morto, per dire, era una Mercedes usata degli anni Settanta. Insomma, avremmo avuto un tesoro per farne che?".

Ma, in definitiva, suo padre si rese conto di quello che stava accadendo? Che idea si è fatto negli anni successivi?
"Allora pensava di riuscire a reagire. Dopo pensava che la verità si sarebbe fatta avanti con più velocità. Certe verità, con lui ancora vivo, sono anche emerse. Però non passavano presso l’opinione pubblica. Soprattutto non passavano e non passano in certi ambienti: le università, i circoli culturali della sinistra. I conti con questa storia, la sinistra, non riesce a farli e non li ha fatti".

"Questa storia", come la definisce lei, ha avuto effetti sulla stessa collocazione politica dei socialisti negli anni post-Tangentopoli.
"Certo. Io non sto dove sto per un capriccio. Sto dove sto perché la maggior parte del nostro elettorato ha scelto Berlusconi per quello che i comunisti avevano commesso. Nel centro-destra, magari con differenti gradazioni, ma i conti con Craxi li hanno fatti. A sinistra no".

L’amicizia di Silvio Berlusconi con suo padre, invece, era antica. Quando e come cominciò?
"A Craxi piacevano gli uomini faber. Diceva che erano migliori degli uomini sapiens. Questo era per lui Berlusconi quando lo conobbe. Un giovane imprenditore non appartenente a nessun establishment ma che con le sue mani aveva costruito tanto. Aveva talento e un’idea intelligente, portare la tv commerciale in Italia. Era un’idea di libertà in quel momento contro il monopolio Rai. E mio padre la considerava un’occasione di pluralismo, ma vi vedeva anche un volano per la piccola e media impresa che non riusciva a entrare nella tv pubblica. Fu, dunque, l’incontro di due personalità che volevano fare bene per il Paese".

La loro amicizia si è mantenuta fino alla fine?
"Berlusconi non ha mai rinnegato la sua amicizia con Craxi. Diciamo che io lo avrei voluto un po’ più presente nell’esilio di mio padre. Gliel’ho anche detto".

E lui?
"Erano momenti complicati".

A proposito di momenti complicati, che cosa voleva dire chiamarsi Craxi negli anni Novanta?
"Era molto difficile chiamarsi Craxi. Abbiamo vissuto molto male. La gente attraversava a volte la strada per non salutarmi. C’era chi non voleva darci in affitto la casa quando sapeva che c’ero io. O le banche che chiedevano il rientro dei fidi. Per non dire che non ci invitavano più a cena o a casa quando sapevano che tra i componenti della famiglia c’ero anche io: questo non ha avuto tanti effetti dal punto di vista della mia vita personale perché sono un po’ orsa e non frequentavo prima e ho continuato a non frequentare anche negli anni in cui non mi invitavano e non lo faccio oggi che mi invitano di nuovo. Però l’angoscia di avere tre figli piccoli da mantenere, la paura di perdere il lavoro o che l’azienda fallisse, quella l’abbiamo vissuta con grande sofferenza in quegli anni. E per me era un ulteriore motivo di dolore pensare che mio marito risentiva di questa situazione perché aveva sposato me. E che quello fosse il nostro lavoro è provato dal fatto che mio marito è oggi l’unico manager italiano della televisione conosciuto e rispettato in tutto il mondo".

Un altro amico di suo padre è stato Cossiga. Come fu l’incontro a Hammamet?
"Cossiga venne a trovare mio padre in esilio e fu un grande gesto, nel pieno di una crisi politica. Fu un incontro molto commovente. Craxi gli disse: “Francesco, è l’ultima volta che ci vediamo“. Ma anche Cossiga non ha mai raccontato tutto: per esempio perché si dimette con tre mesi di anticipo? Era informato di quello che si stava preparando? Non lo so. So solo che lui a molte mie domande, anche dopo la morte di Craxi, non ha mai risposto".

Chi altri gli è stato vicino fino alla fine?
"Tanti i compagni che sono venuti a trovarlo o gli hanno scritto o telefonato. Diciamo che la sua classe dirigente di prima fascia è stata, invece, abbastanza latitante. Tanti sono anche venuti a Hammamet ma nel momento della difficoltà non sono stati capaci di stringersi attorno al segretario e difendere la loro storia".

Si poteva salvare suo padre?
"Craxi è morto a 65 anni. Diabetico. Durante un’operazione molto complicata. Con i mezzi che avevano, con l’equipe che non conosceva l’ospedale, tutto era molto difficile".

Craxi abbraccia la figlia Stefania

E’ vero che fu operato con la sala illuminata da una lampada di fortuna?
"E’ vero. Lo racconta anche il chirurgo che lo operò, il professor Rigatti, in un suo libro di memorie".

Come è stato il vostro ultimo incontro?
"Erano le sue ultime ore, guardava in tv il telegiornale italiano. E parlava di politica: diceva, l’Italia, l’Italia. Mandò a dire a Ugo Intini non bisogna andare con i comunisti. Parlava al telefono con Valter De Ninno. Mio padre ha dedicato tutta la sua vita, anche gli ultimi istanti, anche negli errori che ha fatto, al suo Paese. Non c’è mai stato niente, neanche la sua salute, che venisse prima della sua Patria".