Alan Fabbri, nuovo sindaco di Ferrara, festeggia la vittoria al ballottaggio (Ansa)
Alan Fabbri, nuovo sindaco di Ferrara, festeggia la vittoria al ballottaggio (Ansa)

Bologna, 11 giugno 2019 - Alberto da Giussano alla Corte d’Este. La presa di Ferrara da parte del leghista Alan Fabbri sembra già scritta da Ludovico Ariosto nell’incipit dell’Orlando Furioso. Quello che inizia col celebre verso "Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori..." ma al quale il poeta si premura di aggiungere "...l’audaci imprese io canto, che furo al tempo che passaro i Mori d’Africa il mare". Gli sbarchi, però, non bastano a spiegare la caduta del Pd in terra estense. La voce sicurezza, sì. Amplificata dalla spocchia dei tanti che hanno fatto spallucce di fronte ai timori o al degrado di quartieri incandescenti come il Gad. Il Ferrarese è lo spicchio d’Emilia che ha patito di più la crisi. La fine di Carife è più di una banca che salta, è una ferita nell’orgoglio. La crisi della CoopCostruttori d’Argenta è un altro simbolo delle falle aperte in un mondo, quello cooperativo, che finora era riuscito a tenersi insieme. Stavolta, no. Chi cerca le ragioni della vittoria di Alan Fabbri – leghista col codino e il 56,8% dei voti in tasca – può partire anche da qui per capire come la Lega che celebrava il rito dell’ampolla alla sorgente del Po, ai piedi del Monviso, ora compia la pesca miracolosa di voti e consensi nella terra che lascia andare il Grande Fiume al mare. 

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Il Pd con Giancarlo Muzzarelli ha mantenuto Modena al primo turno, ma nel secondo ha ceduto al centrodestra Sassuolo, capitale della ceramica, e Mirandola, cittadina dove un nordafricano ha dato fuoco alla palazzina della Polizia municipale a una settimana dal voto. Tengono, i dem, a Reggio Emilia. La città del Tricolore riconferma Luca Vecchi con il 63,3% dei voti, ma c’è voluto un ballottaggio. Anche qui si è vissuta una crisi bancaria – Bipop-Carire – ma è passato tanto tempo. La cooperazione, invece, ha ricevuto colpi tali da mandarne in frantumi tranquillità di bilancio e potere di relazioni. A Casalgrande, nel Reggiano, un ex della maggioranza alla guida di una lista civica, manda a casa il Pd. Casalgrande è un centro della Piastrella Valley, uno dei cuori pulsanti – insieme a motori, packaging e food – della regione diventata secondo forza industriale del Paese. 

Lungo l’antica via consolare di Marco Emilio Lepido, pulsa la terra dei distretti. Le multinazonali tascabili sono il motore di un sistema economico merito della bravura degli imprenditori ma anche dalle capacità amministrativa. Siamo nella Baviera d’Italia, nel triangolo industriale composto con Lombardia e Veneto. Le tre regioni che chiedono l’autonomia e nelle quali Salvini si gioca la faccia. Intanto gli emiliani hanno iniziato a votare come lombardi e veneti. Benessere e welfare non calmano la domanda di sicurezza di una popolazione che – come nel resto d’Italia – invecchia in salute ma protezione va cercando. Per se stessa, per i propri figli e nipoti. Consapevoli di un futuro peggiore del presente dei loro padri. 

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In Romagna, i due capoluoghi della provincia Forlì-Cesena vanno in direzioni opposte: sotto la Rocca Malatestiana – città che ha avuto la propria crisi con CariCesena – il voto premia il dem Enzo Lattuca, ex parlamentare, capace di compensare lo sfarinamento post renziano. Al contrario va Forlì. La città del balcone da cui si affacciò Benito Mussolini e sul quale Salvini, al termine di un comizio, salutò i militanti attirando su di sè tuoni, fulmini e una buona dote di voti non previsti. Finisce che un moderato, Gian Luca Zattini, fa vincere il centrodestra. Liti e indecisioni puniscono il Pd, ma a pagare il conto è un candidato di tutto rispetto come il giudice Giorgio Calderoni. 
Il Pd sostiene che l’Emilia-Romagna non è diventata a trazione leghista. I numeri gli danno ragione: su 235 Comuni andati al voto, 174 sono targati centrosinistra. Un vecchio banchiere, però, diceva che ci sono azioni che si contano e azioni che si pesano e il successo della Lega – alle Europee primo partito in regione – pesa. E peserà sulle prossime elezioni regionali, tra fine novembre e inizio 2020. Stefano Bonaccini, presidente uscente dell’Emlia-Romagna, è pronto a correre per il bis. Alle proprie condizioni: una lista Bonaccini, attenzione a sinistra come dice Zingaretti, costruzione di alleanze civiche in chiave antisovranista. Guardi verso Parma e vedi Pizzarotti. Ma non solo. 

A Bologna le chiacchiere sulle prossime regionali sostituiscono quelle sul dopo Merola nel giugno del ’21. Il Pd ha serrato le fila, ma l’outsider è fuori città. A San Lazzaro di Savena il sindaco Isabella Conti ha vinto con l’80,8%. La sua lista civica ha la maggioranza anche senza il Pd. Ne sentiremo parlare. La Lega e il centrodestra, invece, non hanno ancora il nome dello sfidante. I dirigenti sono consapevoli che dovranno trovare anche una nuova classe dirigente. Il volto della Lega a Bologna è quello di Lucia Borgonzoni, sottosegretaria vicinissima a Salvini. Il suo nome viene puntualmente tirato in ballo sia per il 17° piano di viale Aldo Moro sia per Palazzo d’Accursio. Avrà un ruolo nella campagna d’Emilia. Come Jacopo Morrone, sottosegretario e leader della Lega in Romagna, e Carlo Piastra. E i grillini? Un anno fa hanno preso Imola. Sembrano evaporati. La Regione è contendibile tra centrosinistra e centrodestra. Il primo ha tutto da perdere, il secondo tutto da guadagnare.