Erika Stefani, ministro per gli Affari Regionali (Ansa)
Erika Stefani, ministro per gli Affari Regionali (Ansa)

Roma, 16 febbraio 2019 - La partita dell’Autonomia è ancora tutta da giocare e non è affatto facile. Anche perché si dipana su più tavoli: il primo è di rilievo costituzionale. Può una riforma di questa portata non essere discussa dal Parlamento, come previsto dai testi esaminati l’altro ieri in consiglio dei ministri? Naturalmente no, dicono in coro il premier e il presidente della Camera: "Senatori e deputati saranno coinvolti – sottolinea Fico M5S – le Camere avranno un ruolo centrale". Allo stato, però, non è chiaro come avverrà. Il processo che concede più competenze a Veneto, Lombardia ed Emilia si fa sulla base delle modifiche alla Costituzione del 2001, ma è una novità assoluta e le procedure per coinvolgere nella trattativa Stato-Regioni il potere legislativo sono tutte da inventare: ci stanno lavorando i tecnici nel triangolo istituzionale fra Montecitorio, Palazzo Madama con la sponda di Chigi. Naturalmente, il vero braccio di ferro è sulla possibilità o meno per i parlamentari di cambiare alcunché nel testo del disegno di legge che recepirà quanto contenuto nell’intesa tra Stato e Regioni. Cinque Stelle e opposizioni vorrebbero metterci becco, non ci stanno a fare i passacarte, ma la Lega, pur riconoscendo con il ministro degli affari regionali Erika Stefani, il diritto a partecipare, sul punto frena: l’idea di entrare nel rodeo degli emendamenti non piace a via Bellerio.

Né questo è l’unico scoglio. La discussione sul regionalismo differenziato, infatti, si è trasformata rapidamente in uno scontro tra Nord e Sud d’Italia. Non solo sono scese in campo le regioni meridionali che temono di perdere risorse a causa della riforma ma, assieme al mondo della scuola, sono entrati in fibrillazione anche i comuni. Fremono i sindaci che pensano di finire stritolati dal nuovo centralismo regionale, per parafrasare il presidente dell’Anci, De Caro. Non le manda a dire il primo cittadino di Milano, Sala (Pd): "Fermatevi e discutiamo". Getta acqua sul fuoco il ministro Stefani: "L’allarmismo è sbagliato, non ci saranno cittadini di serie A e cittadini di serie B".

I governatori del Sud attaccano quella che definiscono la secessione dei ricchi ("è ragionevole non fidarsi del Nord", sottolinea il pugliese Emiliano) e il governatore della Campania De Luca che alza la posta. Annuncia di aver inviato la richiesta al governo di associare la sua regione al percorso iniziato dalle tre regioni settentrionali. L’obiettivo è "la difesa dell’unità nazionale, parità di condizioni per tutti i cittadini italiani e uguali livelli di prestazioni". Lo scoglio più pericoloso, però, è rappresentato dalle divisioni nella maggioranza. Come era prevedibile, non ci sono stati passi avanti rispetto alla riunione di Palazzo Chigi: i nodi sono politici, spetta ai tre leader – Salvini, Conte e Di Maio – a dipanarli.

"È un processo serio da portare avanti con molta responsabilità e molta chiarezza e determinazione per raggiungere un obiettivo sostenibile", osserva il premier. I grillini mirano a tirarla per le lunghe: "Ci sono altri dossier spinosi da affrontare prima, come la Tav e il caso Diciotti". Il leader leghista vuole portare a casa quella che è da sempre una bandiera del Carroccio, però non ha fretta. Mordono il freno i due governatori leghisti Fontana e Zaia: "O c’è la firma dell’intesa oppure su questo governo calerà il sipario", minaccia Rizzotto, fedelissima del presidente del Veneto. Ma la crisi di governo ora è proprio ciò che Salvini non auspica: ragion per cui è dispostissimo ad aspettare fin dopo le Europee, "ci vorrà il tempo che ci vorrà", avverte un fedelissimo. Se tutto andrà come predicono i sondaggi in estate Matteo avrà altri assi da spendere.